Lecco ricorda le vittime delle foibe, con lo 'sguardo lungo' al presente e la testimonianza di chi rifiutò di uccidere
"Affinché il ricordo abbia ancora un senso - e sono convinto che sia così - questa giornata ci chiede uno sguardo lungo, che sappia agganciare la Storia con il presente, con la verità e la responsabilità". Sono le parole del sindaco di Lecco Mauro Gattinoni con cui questa mattina è entrata nel vivo, in piazza Cermenati, la cerimonia istituzionale in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata, in occasione del Giorno del Ricordo istituito con la Legge 92 del 30 marzo 2004.

Un momento che, come è stato sottolineato a più riprese, tende ancora ad essere fonte di strumentalizzazioni e contrapposizioni politiche, ma che al contrario deve diventare sempre più un monito alla pace, alla tolleranza e al rispetto reciproco, valori che rappresentano la base della libertà di tutti e di ciascuno.


Ad aprire la commemorazione, alla presenza delle principali autorità civili e militari del territorio, è stata la presidente della Provincia Alessandra Hofmann, che innanzitutto ha voluto rivolgere un pensiero ad Adriano Savarin, esule istriano e "numero uno" della delegazione lecchese dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, scomparso un anno fa proprio pochi giorni dopo la cerimonia che è stata rinnovata quest'oggi.

"La sua tenacia nel mantenere vivo questo ricordo deve rappresentare per tutti noi una preziosa eredità da non disperdere. Questa giornata vuole essere un momento di vicinanza e solidarietà alle famiglie delle vittime di quelle stragi, a intere popolazioni costrette ad abbandonare case, terre e affetti perché incalzate da bande armate. E non sono memorie sterili, ma persone che oggi hanno eredi, che sono state sradicate dalla loro terra e da un'identità, di cui non ci dobbiamo mai vergognare", le parole della presidente Hofmann. "A che cosa serve ricordare? Sicuramente a onorare la memoria di uomini e donne che hanno sofferto, ma anche a comprendere l'importanza dei valori di pace, tolleranza e rispetto reciproco. A volte questi momenti diventano fonte di contrapposizione, ma le cronache dei nostri giorni ci dicono che sono proprio le contrapposizioni a creare a scenari di violenza, che finiscono per opprimere l'essere umano e togliere la libertà. Dobbiamo impegnarci tutti, quindi, affinchè non si diffonda il germe dell'intolleranza, rinnovando ogni giorno la pace e sostenendo convintamente la ricerca storica e i momenti commemorativi, in particolare con i più giovani".

"Oggi la nostra comunità è chiamata a un esercizio di memoria consapevole e responsabile" ha proseguito il primo cittadino di Lecco (QUI il discorso completo). "Ricordare significa riconoscere fino in fondo il dolore, senza gerarchie, un dolore che non può essere utilizzato per alimentare altre contrapposizioni né dividere nel rancore. Lecco conosce bene il valore dell'accoglienza, ha saputo farsi comunità anche con gli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati. Il nostro compito, oggi, è quello di custodire una memoria rigorosa, rispettosa, capace di parlare alle nuove generazioni, perché ogni volta che l'odio prende il sopravvento finisce per avere conseguenze sui più fragili. Questa giornata, quindi, è da leggere con l'occhio dell'Oggi. Sono appena rientrato da un viaggio istituzionale in Palestina, nel cuore della Terra Santa, e non posso tacere su quello che ho visto, su una popolazione scientificamente vessata, privata di tutto, dove è in corso una sostituzione programmata di manodopera con lavoratori provenienti dall'estero. E mi soffermo proprio sul tema del lavoro perchè è fondamento di libertà. Sono pagine già viste nella Storia. Di che cosa vogliamo fare ricordo, dunque, in questo 10 febbraio? Di gente martoriata, costretta a lasciare la propria terra. Ma allora questa giornata, affinché abbia ancora un senso, ci chiede uno sguardo lungo, che sappia agganciare la Storia con il presente, con la verità e la responsabilità".

La parola è poi passata al Prefetto Paolo Ponta, che ha ricordato brevemente le tappe che hanno portato all'istituzione del Giorno del Ricordo parlando di "una tragedia che si inquadra in un periodo storico ampio e complesso, ma che in nessun modo poteva giustificare una tale violenza cieca contro persone colpevoli solo di essere italiane".


"La speranza in un futuro migliore si è riaccesa solo lo scorso anno, quando Gorizia e Nova Gorica sono state designate insieme come Capitale della Cultura 2025. L'auspicio, ora, è che i rigurgiti nazionalisti siano per sempre sconfitti. Il ricordo non può essere solo un esercizio accademico e formale: lo dobbiamo alle vittime e a noi stessi, ai più giovani, trasformandolo soprattutto in un impegno concreto a rispettare l'Altro", ha affermato Sua Eccellenza.

"Ormai siamo rimasti in pochi, come testimoni oculari. Per anni abbiamo cercato di raccontare da soli ciò che era successo, ma ora il Ricordo è Legge. Eppure, purtroppo, la nostra testimonianza non riesce ancora ad arginare a sufficienza ciò che il mondo a volte crea a suo danno", sono state invece le parole di Enzo Patuzzi, che ha poi voluto sottolineare come a Lecco, all'epoca, fossero state realizzate palazzine proprio per offrire accoglienza agli esuli come lui e la sua famiglia.

In chiusura, infine, un'emozionante testimonianza. Quella di Mario Stojanovic, che ha ripercorso la storia del padre Raico - venuto a mancare nel 1972 a causa di un infortunio sul lavoro -, nato in Serbia, sulle rive del Danubio, e chiamato alle armi a soli vent'anni per essere arruolato tra i partigiani del Maresciallo Tito: "Durante la guerra gli venne ordinato di partecipare all'uccisione degli italiani nelle Foibe. Si rifiutò, scelse di disertare e venne catturato. Fu quindi deportato nel campo di concentramento di Bari e successivamente trasferito in quello di Bergamo, da dove poi riuscì a fuggire insieme ad altri cinque uomini. Per ben tre anni rimase quindi nascosto nei boschi sotto Valcava, nel territorio compreso tra i comuni di Torre de' Busi e Caprino Bergamasco. Mia nonna, avendo scoperto dove si trovava, gli portava cibo e coperte per la notte. In alcune occasioni mio padre scendeva anche nella sua casa e, quando arrivavano i fascisti per cercarlo, lei lo nascondeva nella mangiatoia, tra il fieno destinato alle mucche. Terminata la guerra, mio padre rimase a vivere lì e sposò mia madre. Solo nel 1966 gli fu possibile tornare in Jugoslavia. Io, suo figlio, ottenni la cittadinanza italiana al compimento del ventunesimo anno di età, con l'obbligo di firma ogni sei mesi presso l'Ufficio Stranieri della Polizia di Lecco. Ero inoltre in possesso di un libretto di lavoro, che doveva essere firmato dal mio datore il giorno precedente. Al di là di tutte queste vicende, il gesto umano più grande compiuto da mio padre rimane il rifiuto di andare a uccidere degli innocenti e di partecipare alle stragi degli italiani nelle Foibe".

Un racconto intenso, a conclusione della cerimonia ma non del ricordo, che a Lecco si concretizzerà anche questa sera con uno spettacolo in Sala Don Ticozzi tratto dal romanzo "Bora: Istria, il vento dell'esilio" (di e con Cristina Sarti), organizzato dalla Provincia. L'appuntamento è alle 20.30.

Un momento che, come è stato sottolineato a più riprese, tende ancora ad essere fonte di strumentalizzazioni e contrapposizioni politiche, ma che al contrario deve diventare sempre più un monito alla pace, alla tolleranza e al rispetto reciproco, valori che rappresentano la base della libertà di tutti e di ciascuno.


Ad aprire la commemorazione, alla presenza delle principali autorità civili e militari del territorio, è stata la presidente della Provincia Alessandra Hofmann, che innanzitutto ha voluto rivolgere un pensiero ad Adriano Savarin, esule istriano e "numero uno" della delegazione lecchese dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, scomparso un anno fa proprio pochi giorni dopo la cerimonia che è stata rinnovata quest'oggi.

"La sua tenacia nel mantenere vivo questo ricordo deve rappresentare per tutti noi una preziosa eredità da non disperdere. Questa giornata vuole essere un momento di vicinanza e solidarietà alle famiglie delle vittime di quelle stragi, a intere popolazioni costrette ad abbandonare case, terre e affetti perché incalzate da bande armate. E non sono memorie sterili, ma persone che oggi hanno eredi, che sono state sradicate dalla loro terra e da un'identità, di cui non ci dobbiamo mai vergognare", le parole della presidente Hofmann. "A che cosa serve ricordare? Sicuramente a onorare la memoria di uomini e donne che hanno sofferto, ma anche a comprendere l'importanza dei valori di pace, tolleranza e rispetto reciproco. A volte questi momenti diventano fonte di contrapposizione, ma le cronache dei nostri giorni ci dicono che sono proprio le contrapposizioni a creare a scenari di violenza, che finiscono per opprimere l'essere umano e togliere la libertà. Dobbiamo impegnarci tutti, quindi, affinchè non si diffonda il germe dell'intolleranza, rinnovando ogni giorno la pace e sostenendo convintamente la ricerca storica e i momenti commemorativi, in particolare con i più giovani".

"Oggi la nostra comunità è chiamata a un esercizio di memoria consapevole e responsabile" ha proseguito il primo cittadino di Lecco (QUI il discorso completo). "Ricordare significa riconoscere fino in fondo il dolore, senza gerarchie, un dolore che non può essere utilizzato per alimentare altre contrapposizioni né dividere nel rancore. Lecco conosce bene il valore dell'accoglienza, ha saputo farsi comunità anche con gli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati. Il nostro compito, oggi, è quello di custodire una memoria rigorosa, rispettosa, capace di parlare alle nuove generazioni, perché ogni volta che l'odio prende il sopravvento finisce per avere conseguenze sui più fragili. Questa giornata, quindi, è da leggere con l'occhio dell'Oggi. Sono appena rientrato da un viaggio istituzionale in Palestina, nel cuore della Terra Santa, e non posso tacere su quello che ho visto, su una popolazione scientificamente vessata, privata di tutto, dove è in corso una sostituzione programmata di manodopera con lavoratori provenienti dall'estero. E mi soffermo proprio sul tema del lavoro perchè è fondamento di libertà. Sono pagine già viste nella Storia. Di che cosa vogliamo fare ricordo, dunque, in questo 10 febbraio? Di gente martoriata, costretta a lasciare la propria terra. Ma allora questa giornata, affinché abbia ancora un senso, ci chiede uno sguardo lungo, che sappia agganciare la Storia con il presente, con la verità e la responsabilità".

La parola è poi passata al Prefetto Paolo Ponta, che ha ricordato brevemente le tappe che hanno portato all'istituzione del Giorno del Ricordo parlando di "una tragedia che si inquadra in un periodo storico ampio e complesso, ma che in nessun modo poteva giustificare una tale violenza cieca contro persone colpevoli solo di essere italiane".


"La speranza in un futuro migliore si è riaccesa solo lo scorso anno, quando Gorizia e Nova Gorica sono state designate insieme come Capitale della Cultura 2025. L'auspicio, ora, è che i rigurgiti nazionalisti siano per sempre sconfitti. Il ricordo non può essere solo un esercizio accademico e formale: lo dobbiamo alle vittime e a noi stessi, ai più giovani, trasformandolo soprattutto in un impegno concreto a rispettare l'Altro", ha affermato Sua Eccellenza.

"Ormai siamo rimasti in pochi, come testimoni oculari. Per anni abbiamo cercato di raccontare da soli ciò che era successo, ma ora il Ricordo è Legge. Eppure, purtroppo, la nostra testimonianza non riesce ancora ad arginare a sufficienza ciò che il mondo a volte crea a suo danno", sono state invece le parole di Enzo Patuzzi, che ha poi voluto sottolineare come a Lecco, all'epoca, fossero state realizzate palazzine proprio per offrire accoglienza agli esuli come lui e la sua famiglia.

In chiusura, infine, un'emozionante testimonianza. Quella di Mario Stojanovic, che ha ripercorso la storia del padre Raico - venuto a mancare nel 1972 a causa di un infortunio sul lavoro -, nato in Serbia, sulle rive del Danubio, e chiamato alle armi a soli vent'anni per essere arruolato tra i partigiani del Maresciallo Tito: "Durante la guerra gli venne ordinato di partecipare all'uccisione degli italiani nelle Foibe. Si rifiutò, scelse di disertare e venne catturato. Fu quindi deportato nel campo di concentramento di Bari e successivamente trasferito in quello di Bergamo, da dove poi riuscì a fuggire insieme ad altri cinque uomini. Per ben tre anni rimase quindi nascosto nei boschi sotto Valcava, nel territorio compreso tra i comuni di Torre de' Busi e Caprino Bergamasco. Mia nonna, avendo scoperto dove si trovava, gli portava cibo e coperte per la notte. In alcune occasioni mio padre scendeva anche nella sua casa e, quando arrivavano i fascisti per cercarlo, lei lo nascondeva nella mangiatoia, tra il fieno destinato alle mucche. Terminata la guerra, mio padre rimase a vivere lì e sposò mia madre. Solo nel 1966 gli fu possibile tornare in Jugoslavia. Io, suo figlio, ottenni la cittadinanza italiana al compimento del ventunesimo anno di età, con l'obbligo di firma ogni sei mesi presso l'Ufficio Stranieri della Polizia di Lecco. Ero inoltre in possesso di un libretto di lavoro, che doveva essere firmato dal mio datore il giorno precedente. Al di là di tutte queste vicende, il gesto umano più grande compiuto da mio padre rimane il rifiuto di andare a uccidere degli innocenti e di partecipare alle stragi degli italiani nelle Foibe".

Un racconto intenso, a conclusione della cerimonia ma non del ricordo, che a Lecco si concretizzerà anche questa sera con uno spettacolo in Sala Don Ticozzi tratto dal romanzo "Bora: Istria, il vento dell'esilio" (di e con Cristina Sarti), organizzato dalla Provincia. L'appuntamento è alle 20.30.
B.P.




















