Lecco: a giudizio per peculato un 'amministratore' è assolto

Il pubblico ministero Chiara Di Francesco aveva chiesto la condanna dell'imputato alla pena di 2 anni e 10 mesi limitatamente ad uno dei due capi di imputazione contestati. Il collegio giudicante presieduto da Paolo Salvatore (con a latere le colleghe Giulia Barazzetta e Martina Beggio) terminata la camera di consiglio, ha disposto invece l'assoluzione. Si è chiuso quest'oggi in Tribunale a Lecco il procedimento penale a carico di Cristian P., classe 1976, trascinato in giudizio dalla sorella a seguito di una querela da quest'ultima depositata e all'apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Lecco.
Peculato e indebito utilizzo e falsificazione di strumenti di pagamento diversi dai contanti era la duplice contestazione a carico dell'uomo, residente in città, nell'ambito di una vicenda tutta familiare: la denunciante – costituitasi parte civile - lamentava infatti la condotta del congiunto nel periodo in cui quest'ultimo aveva svolto il ruolo di suo amministratore di sostegno. Un incarico che il cinquantenne avrebbe assunto a seguito di un grave problema di salute della sorella, colpita da un aneurisma che l'aveva ridotta in coma. Se inizialmente le speranze di ripresa pare fossero flebili, Monica P. – grazie anche ad un percorso di riabilitazione – si era progressivamente ripresa, venendo dunque a conoscenza delle azioni messe in atto nel frattempo dal fratello minore, unico responsabile delle sue finanze.
L'istruttoria dibattimentale, a seguito del rinvio a giudizio disposto in udienza preliminare, ha dunque tentato di mettere a fuoco l'operato – in qualità di amministratore di sostegno – dell'imputato, grazie all'escussione di quest'ultimo, oltre che dei testi citati dalle parti e della presunta vittima.
Riflettori puntati, in particolare, su alcune condotte specifiche del lecchese: dai lavori di ristrutturazione condotti nell'abitazione di famiglia a Lecco, dove la sorella avrebbe trascorso un lungo periodo a seguito del male che l'aveva colpita, al pagamento di una badante (legata all'imputato da un rapporto personale) che si sarebbe presa cura sporadicamente della donna; infine una somma che Cristian P. avrebbe trasferito dal conto corrente della congiunta al proprio – a titolo di rimborso spese o comunque quale sorta di emolumento per le incombenze gestite – e infine le spese sostenute mediante l'utilizzo di un paio di carte di credito entrambe in qualche modo riconducibili alle finanze della sorella.
Quest'oggi dopo l'escussione di una colf che per diverso tempo aveva lavorato nell'abitazione di famiglia dell'imputato, entrando dunque in contatto anche con la parte civile, il collegio ha ritenuto chiusa l'istruttoria dibattimentale, invitando le parti a concludere.
A questo proposito il pubblico ministero Chiara Di Francesco ha chiesto la condanna di Cristian P. limitatamente ad un solo capo di imputazione, quello relativo ai bonifici disposti a proprio vantaggio e all'utilizzo delle carte di credito, in entrambi i casi effettuati – a detta dell'esponente della Procura - senza l'assenso del giudice tutelare. Per le altre contestazioni la dottoressa Di Francesco ha ritenuto non vi fosse la prova sufficiente a dimostrare – con assoluta certezza – la responsabilità penale dell'imputato.
Molto articolato l'intervento dell'avvocato Gianluigi Tizzoni del Foro di Milano, legale di parte civile. In particolare la toga ha sostenuto come il cinquantenne non avesse agito nell’interesse esclusivo della beneficiaria, gestendo al contrario il patrimonio in modo autonomo e non conforme ai vincoli imposti dal giudice tutelare. A titolo di esempio l'avvocato ha citato spese per badanti ritenute non necessarie, per lavori edilizi che non sarebbero stati fatti per andare incontro alle esigenze della propria assistita e, infine, la somma che lo stesso amministratore si sarebbe riconosciuto senza il consenso della congiunta, come se si fosse trattato di una sorta di auto-compenso.
Nel depositare una memoria scritta il legale ha chiesto una provvisionale di 85.000 euro per i danni subiti dalla propria assistita, oltre alla liquidazione delle spese legali.
Di diverso avviso la difesa: l'avvocato Giorgio Furlan Del Foro di Massa Carrara (anche in rappresentanza del collega Luca Bartalena ndr) ha dipinto un quadro ben diverso, mettendo in risalto l'assistenza continua prestata dall'imputato alla congiunta, con un ruolo – quello di amministratore di sostegno – portato avanti sempre nell'interesse della parte civile. Anche il bonifico contestato, a detta del legale, sarebbe stato effettuato con il favore della sorella, dunque in totale buona fede, così come le spese sostenute attraverso le carte di credito collegate al conto della donna. Chiesta dunque l'assoluzione da entrambi i capi di imputazione ''perchè il fatto non sussiste''.
Una tesi evidentemente ''sposata'' dal collegio giudicante che, dopo essersi ritirato in camera di consiglio, ha prosciolto il cinquantenne da entrambi i capi di imputazione, riservandosi novanta giorni per il deposito delle motivazioni.
G.C.
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