Lecco: il cuore diviso tra lago e Iran. “Ogni giorno chiamo i miei parenti per sapere se sono vivi”

"Imagine that you are tied on a chair and you can not move physically and you see your family in front of you got shot and killed, you see them and you suffer emotionally but you cant move or do something and people around you just walk away and they dont help"
È con questa immagine cruda che una giovane donna iraniana, residente a Lecco da circa cinque anni, prova a spiegare cosa significhi vivere lontano dal proprio Paese mentre lì la tensione non si allenta
«Immagina di essere legata a una sedia. Non puoi muoverti. Davanti a te sparano alla tua famiglia. Tu vedi tutto, soffri, ma non puoi fare nulla. E le persone intorno a te se ne vanno, senza aiutare».
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Ha scelto di restare anonima A.M, non per paura personale, ma per tutela di chi è rimasto.
È arrivata in città per motivi di studio. Poi Lecco è diventata casa. «Qui ho trovato opportunità e una qualità della vita che mi hanno convinta a restare», racconta. Un nuovo capitolo iniziato tra lago e montagne, che però non ha mai reciso il filo con le sue radici.
Quel filo passa ogni giorno attraverso uno schermo. Social media, giornalisti indipendenti, contatti diretti con amici e familiari. «La connessione a internet è uno dei problemi più grandi. Anche le telefonate sono difficili. E poi c’è la propaganda. Verificare cosa sia vero è estenuante». Racconta di censura, di informazioni frammentarie, di notizie che faticano a uscire. Racconta di migliaia di vittime, di video talmente violenti che online viene chiesto se si è davvero pronti a guardarli.
Secondo la sua esperienza, a Lecco la consapevolezza c’è, ma spesso si ferma ai titoli. «Si conoscono le grandi proteste, i momenti più visibili. Ma non l’impatto quotidiano sulla vita delle persone». Eppure, sottolinea, quando se ne parla emerge una curiosità sincera. «Le persone vogliono capire. Mi chiedono com’è davvero la situazione, come sta la mia famiglia, cosa si può fare per aiutare».
La distanza tra il racconto mediatico e quello che lei ascolta ogni giorno è netta. «Si parla di politica, di repressione, di eventi. Ma la realtà è fatta di paura costante, pressione economica, restrizioni sociali». Le persone, spiega, pensano due volte prima di parlare, soprattutto in pubblico o online. Donne e giovani subiscono limitazioni continue. Anche un abito, un incontro, un’attività culturale possono trasformarsi in questioni politiche. «Molti lavori sono fermi. C’è chi ha paura di uscire di casa».
I suoi familiari sono ancora in Iran. Descrivono un clima di tensione, stanchezza, sfiducia. È come essere prigionieri nel proprio Paese. Preoccupano l’inflazione, la mancanza di libertà fondamentali, il futuro delle nuove generazioni. «Dobbiamo chiamarli ogni giorno per assicurarci che siano vivi».
Vivere a Lecco, in queste condizioni, significa abitare due spazi emotivi insieme. «Fisicamente sono qui. Ma una parte del mio cuore è sempre lì». A volte si sente in colpa per trovarsi in un luogo sicuro. Altre volte si sente impotente. «Vorrei fare di più».
La sua identità persiana resta viva attraverso la lingua, il cibo, la musica, la letteratura, le tradizioni. «È un equilibrio continuo tra le mie radici e la mia vita in Italia». Un equilibrio che si costruisce giorno dopo giorno, tra il lavoro, le relazioni, la quotidianità lecchese e le notizie che arrivano dall’altra parte del mondo.
Alla comunità locale riconosce sensibilità, anche se non sempre visibile o organizzata. «C’è spazio per più dialogo. Ma la disponibilità ad ascoltare c’è, ed è un buon punto di partenza».
E forse è proprio da qui che si può ripartire: dall’ascolto. Dal non ridurre tutto a una notizia che scorre veloce. Dal ricordare che dietro ogni titolo ci sono persone reali.
«Non guardate l’Iran solo attraverso la politica», dice. «Dietro ogni notizia ci sono vite, sogni, paure molto simili alle vostre. Ogni vita conta».
E allora forse la distanza non si misura in chilometri. Si misura nelle chiamate quotidiane per sapere se qualcuno è ancora vivo. Si misura nei silenzi prima di parlare, nelle parole pesate, nei video che si ha paura di aprire.
A Lecco la vita scorre tra lago, lavoro e normalità. In Iran, racconta, la normalità è diventata paura. Eppure lei continua a tenere insieme questi due mondi, senza spezzarsi.

E mentre qui i riflettori illuminano stadi e medaglie, c’è chi, in silenzio, continua a sperare semplicemente in una cosa: poter un giorno telefonare ai propri cari senza chiedersi se risponderanno.

Di Iran in città, dopo le manifestazioni delle scorse settimana, si tornerà a parlare venerdì 20, su iniziativa del PD. QUI tutti i dettagli dell'incontro.

C.C.
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