LA MEMORIA INDUSTRIALE/1: ecco come abbiamo salvato un pezzo della “Badoni”. La battaglia dei musei lecchesi

Il ponte che, lungo corso Matteotti a Lecco, scavalca la ferrovia compirà un secolo il prossimo anno, essendo stato realizzato nel 1927. Sulle spallette spicca ancora il marchio “Antonio Badoni”, una delle aziende che fecero la storia e la gloria industriale di questa terra. Il marchio Badoni esiste ancora, acquisito dalla Bonfantitalgrù che ha sede ad Ambivere.
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Il marchio sul ponte

Ma il grande complesso industriale, che occupava un’area immensa, proprio poco sopra il centenario ponte, ha ormai da anni lasciato il posto a edifici residenziali. E nessuno ricorda più i capannoni a volta, le rotaie che attraversavano il corso allora pavimentato in lastre di granito, le une e le altre terrore di ciclisti e motociclisti. Per inciso, quelle lastre di granito, depositate in un magazzino comunale dopo l’asfaltatura della strada, saranno ora utilizzate per il camminamento pedonale nell’area della “Piccola”, come ha annunciato il sindaco Mauro Gattinoni in occasione dell’inaugurazione.
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A rammentare ai passanti di corso Matteotti l’epoca perduta rimane - metallo su metallo - la lastra del ponte. E rimangono le fotografie scattate dal lecchese-comasco Carlo Pozzoni per un libro diventato oggi prezioso, “La città del ferro” (Edizioni Periplo, 1991), che he ha documentato i momenti di quella sorta di trapasso industriale. Proprio da quel libro sono tratte alcune delle foto che pubblichiamo.
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L'edificio come appare oggi

Unica testimonianza sopravvissuta di una delle grandi cattedrali del lavoro lecchese, è l’edificio neogotico al quale è stato finalmente restituita la dignità di un nome consono, “Officina Badoni” anziché quell’incongruo “Broletto” affibbiatogli ai tempi della riconversione.
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L'immobile ai tempi dell'abbandono

L’edificio venne poi lasciato in stato d’abbandono per anni, vuoi per le vicissitudini societarie delle imprese costruttrici, vuoi per la disattenzione delle amministrazioni pubbliche.
Da un paio d’anni, grazie all’intervento della Fondazione comunitaria del Lecchese che tra l’altro vi ha collocato la propria sede, l’ultimo “pezzo” della Badoni è diventato un punto di riferimento per molte delle iniziative culturali che si tengono in città. Una delle ultime, la presentazione del libro che racconta proprio la storia della “Antonio Badoni” e del suo marchio.
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Gianluigi Daccò

Eppure, anche l’Officina Badoni a suo tempo rischiò di finire in macerie come il resto della fabbrica. Se non accadde, fu grazie ai Musei civici lecchesi, al suo direttore d’allora Gianluigi Daccò e ai suoi collaboratori Barbara Cattaneo e Mauro Rossetto, impegnati nel cercare di salvare quanto più possibile in quegli anni di trasformazione urbanistica e dispersione dell’antica tradizione industriale cittadina.
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Ai tempi della Badoni

Non fu molto quanto riuscirono a preservare dall’incedere delle ruspe, almeno rispetto agli obiettivi iniziali. Però se oggi esiste ancora la palazzina diventata Officina Badoni e se sono ancora consultabili gli archivi dell’azienda, ciò si dove alla mobilitazione di quei giorni.
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Era il 1993. Nel mese di marzo la “Antonio Badoni” venne dichiarata fallita dal Tribunale, inserendosi così sulla scia delle altre grandi industrie che tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento andavano chiudendo i battenti. Si era nel pieno di una trasformazione economica radicale, ma anche di una rivoluzione urbanistica sconcertante stanti le tante aree che la chiusura delle fabbriche metteva sul mercato speculativo, offrendo la possibilità di ridisegnare la città. 
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In quegli anni, per intenderci, si decisero anche il futuro dell’area dove sorgeva l’acciaieria del Caleotto, quella della Sae ad Acquate. Allora, la politica lecchese non fu forse all’altezza della sfida, ma d’altronde si trovava pressata da interessi divergenti, dalla necessità di salvaguardare diritti contrapposti, senza dimenticare che la riconversione di quelle aree da produttive a residenziali o commerciali era posta come condizione perché vi fossero le risorse sufficienti a garantire una fuoriuscita indolore della manodopera costituita da migliaia tra operai e impiegati.
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La mensa

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Come per altre aziende, anche per la “Badoni” si prospettò la possibilità di scorporare alcune lavorazioni così da garantire una sorta di continuità, seppure di dimensioni notevolmente ridotte, ma la strada si dimostrò impercorribile. In qualche modo, sopravvive appunto il marchio acquistato successivamente dalla “Bonfantitalgrù”. 
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Barbara Cattaneo

E proprio nei mesi del 1993, quando prendeva corpo il progetto di abbattimento del complesso industriale per fare post a nuovi condomini, i Musei si mossero per salvare il salvabile. Ce lo ricorda Barbara Cattaneo, ex conservatrice dei musei e ora consulente, tra l’altro specializzata in archeologia industriale: «Con il direttore Daccò, inizialmente avevamo chiesto alla Soprintendenza dei beni monumentali il vincolo su tutta l’area, compresi i grandi capannoni di inizio Novecento realizzati tra corso Matteotti e via Balicco: furono tra i primi a volta ed era una volta tutta lavorata, un capolavoro dell’ingegneria edile, capannoni importanti per l’ampiezza della campata. Alla fine, il vincolo venne concesso soltanto per il capannone neogotico realizzato nel 1840 e che sarebbe stato poi descritto anche da Cesare Cantù nella sua “Grande illustrazione del Lombardo-Veneto” del 1857. Originariamente realizzato come semplice capannone industriale, negli anni Cinquanta nel Novecento, con la posa di una nuova soletta, fu in parte adibita a mensa aziendale. Per il resto, venne demolito tutto.»
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L’attenzione, però, non fu rivolta solo alla struttura, ma anche agli archivi per i quali fu pure chiesto un vincolo alla Soprintendenza per scongiurarne la distruzione, la dispersione o il saccheggio dei documenti di incommensurabile valore storico.
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Lo spogliatoio
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«In quei documenti – dice ancora Cattaneo – non c’erano soltanto dettagli tecnici, ma le grandi tavole progettuali, lastre fotografiche con le realizzazioni della “Badoni” risalenti anche a metà Ottocento: materiale, come si può capire, di estrema fragilità e delicatezza.»
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L’archivio venne salvato e immagazzinato alla scuola edile di via Grandi a Germanedo e successivamente in un deposito affittato dal Comune a San Giovanni. E’ stato Mauro Rossetto a occuparsi di questo settore, riordinandolo con la collaborazione di Mauro Crippa. Per arrivare infine a un accordo con il Politecnico lecchese che ha affittato al Comune alcuni spazi in via Ghislanzoni dove è stata realizzata la sezione staccata d’Archivio dei musei lecchesi dove sono confluita altra documentazione, a partire dall’archivio privato della stessa famiglia Badoni donato negli anni Ottanta da Sofia Badoni e della cui catalogazione si era ai tempi occupato Gigi Riva che i lecchesi conoscono soprattutto come giornalista, ma che – fresco di laurea – allora aveva lavorato per un periodo ai Musei. L’Archivio al Politecnico, come si ricorderà, è stato inaugurato nel dicembre 2021.
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«Quegli archivi – conclude Cattaneo – sono stati salvati da noi, seguendo l’iter passo passo. Per l’archivio aziendale, è stato Rossetto a buttarci non poche energie: non è stato un lavoro da niente. Non si trattava solo di catalogare e riordinare il materiale, che pure non è impegno trascurabile, ma anche di far fronte agli aspetti logistici, ai problemi pratici, come appunto il reperimento di locali per il deposito, verificandone costantemente le condizioni di conservazione per evitare che venisse danneggiato dall’umidità o da altri fattori».

Continua/2
Dario Cercek
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