«Perché sì e perché no». Confronto sul referendum. Officina Badoni gremita

Sala gremita all’Officina Badoni per l’incontro promosso dall’associazione “Qui Lecco Libera” per discutere dei temi del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia in programma il 22 e il 23 marzo. Non si è fatto mistero che gli organizzatori della serata sono schierati per il “No” e infatti a portare il saluto c’era il giudice del tribunale di Lecco Dario Colasanti che fa parte del comitato per il “No”.
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Ma le intenzioni non erano certe quelle di un comizio, bensì di un confronto pacato per cercare di mettere a fuoco i dettagli tecnici e politici della riforma vista da chi è contrario e da chi è favorevole. Cercando di alzare il livello del dibattito rispetto a quanto sta accadendo a livello generale, in cui si dice di tutto creando soltanto grande confusione. Come ha spiegato in apertura il moderatore Duccio Facchini presentando i due ospiti: da una parte il procuratore generale di Genova Enrico Zucca, sostenitore del “No”, e dall’altra l’avvocato lecchese Stefano Pelizzari schierato invece per il “Sì”.
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E comunque – ha detto nella sua introduzione Colasanti - «a prescindere dal risultato del referendum, in questo periodo si è avuto un risveglio di coscienza civile, di consapevolezza costituzionale da anni assopita, che condurranno a una cittadinanza più consapevole».
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Ci si è poi addentrati nel merito dei referendum, un complesso di norme («otto articoli che ne modificano sette» ha spiegato Facchini) approcciandosi alle quali è stato evidente che il giudizio non poteva limitarsi alle considerazioni tecniche allargandosi inevitabilmente all’indirizzo politico dato alla riforma. Con il giudizio cambia se considerate una per una o se prese nel loro complesso. E nonostante gli sforzi dei relatori, in alcuni casi talune considerazioni apparivano indubbiamente un po’ ostiche ai non addetti ai lavori.
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Ha cominciato l’avvocato Pelizzari soffermandosi su tre aspetti della riforma che più lo convincono: la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudici, il sorteggio per i membri che dovranno far parte dei consigli superiori della magistratura dell’una e dell’altra carriera e per l’alta Corte disciplinare.
«La Costituzione – ha esordito il legale – prevede la terzietà del giudice, oltre all’indipendenza e all’imparzialità. Ma rispetto a indipendenza e imparzialità, la terzietà è un’altra cosa. E cioè un giudice non può appartenere allo stesso ordine di un pubblico ministero, altrimenti non sarà mai terzo. Perché la sua carriera professionale è determinata da un organismo composto anche da pubblici ministeri. Sul sorteggio mi rendo conto che possa essere ritenuto offensivo per i magistrati, perché anche per un amministratore di condominio si fanno elezioni. Ma per tutta una serie di cose successe in questi anni, il Consiglio superiore della magistratura ha perso un po’ della sua funzione. Va anche detto che il Csm non è un organo di rappresentanza dei magistrati, un parlamentino, ma un organo amministrativo. E le nomine sono spesso condizionate dalla logica delle correnti: il merito conta poco, conta altro. In quanto alla Corte disciplinare è coerente con la separazione delle carriere e la creazione di due Consigli e si tratta di una garanzia maggiore per lo stesso magistrato incolpato di qualcosa perché non sarà sottoposto a regole correntizie. Sarà quindi un bene per tutti. Molti problemi della giustizia potrebbero essere risolti con interventi disciplinari più precisi».
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Secondo Zucca, invece, «il problema rimane sostanzialmente politico, non solo perché la maggioranza parlamentare si è impegnata. Il fatto è che la separazione delle carriere non esaurisce la riforma che prevede invece un cambio dell’architettura costituzionale, andando a intaccare la separazione dei poteri. Non voglio usare un facile argomento di propaganda e cioè che la separazione delle carriere era contenuta nel Piano di rinascita di Licio Gelli, non siamo a quel punto. C’è però una torsione autoritaria del sistema per arrivare a controllare la magistratura. La separazione delle carriere è soltanto uno strumento tecnico. Sarebbe bastata una legge ordinaria, non cambiare la Costituzione. Quindi è altro ciò che si vuole e cioè l’indebolimento della magistratura».
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Zucca ha poi messo a confronto il sistema giudiziario italiano con quello accusatorio vigente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, rilevando come il nostro ordinamento sia decisamente migliore perché il pubblico ministero è chiamato all’accertamento dei fatti, mettendo a disposizioni degli avvocati difensori le prove di cui è in possesso. A differenza del sistema accusatori, dove il pubblico ministero tiene segrete le proprie carte fino al processo e può anche utilizzare solo le prove utili alla sua tesi.
Sul fronte del sorteggio, il magistrato – che pure ha subito egli stesso le conseguenze delle storture correntizie – ha paventato che i nominati saranno più “abbordabili” dal potere politico e dovranno per forza tessere alleanze: quali alleanze si formeranno se non quelle politiche. Si tratta di una punizione: si vogliono una magistratura più compatibile con la maggioranza di governo, un esecutivo forte, un parlamento asservito e dei plebisciti popolari. Si va in questa direzione».
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Che la riforma «sia un viatico per subordinare i magistrati al potere governativo» sarebbe però difficile da vedere, secondo Pelizzari: «La riforma non prevede questo e sarei io il primo a non volerlo. Ma insisto sul problema della terzietà».
E se Zucca ha fatto rilevare come già oggi il numero di assoluzioni da parte dei giudici – rigettando quindi molte delle richieste di condanna avanzate dai pubblici ministeri – sia elevato (circa il 60% dei casi), Pelizzari ha replicato sostenendo che la riforma non potrà che migliorare ulteriormente questa situazione».
Qualche segnale d’allarme, comunque, c’è stato – ha concordato con il procuratore genovese lo stesso avvocato – quando, in particolare si è parlato di togliere ai pubblici ministeri il controllo della polizia giudiziaria «ma servirebbe un’altra riforma costituzionale e in quel caso farei anch’io le barricate». Da parte sua, Zucca ha invitato a guardare alla Polonia, all’Ungheria, alla Romania dove «l’assoggettamento della magistratura è cominciato con piccole riforme.
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Se la riforma apra le porte a un pubblico ministero “mastino”, un superpoliziotto – come ha chiesto Facchini - Pelizzari ha osservato che in realtà già oggi i pubblici ministeri hanno un potere enorme. Ma se uno è matto, lo è anche dopo la riforma. E l’unico modo di arginare certe derive è un processo disciplinare serio.
Si è poi parlato - anche su sollecitazioni del pubblico e dello stesso moderatore - di norme in bianco (e cioè i provvedimenti che il governo dovrà prendere dopo il voto, se passasse la riforma, per la sua attuazione concreta, visto che molti sono gli aspetti non definiti), dell’obbligatorietà dell’azione penale che secondo Pelizzari la riforma non mette in discussione mentre Zucca ha ricordato come la maggioranza in Parlamento si sia rifiutata di votare un ordine del giorno che l’avrebbe impegnata appunto a non mettere mano all’obbligatorietà. E poi, il problema del “contesto” con i provvedimenti nei confronti anche della magistratura contabile, della minor rilevanza data all’abuso d’ufficio e ai reati dei “colletti bianchi”, a quello che un intervenuto ha definito il “populismo penale” con l’enfatizzazione di alcuni casi di cronaca, il riportare d’attualità certi errori giudiziari come quello di Enzo Tortora.
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Se Zucca ha rilevato come nel nostro Paese gli errori giudiziari siano pochi, una percentuale minima rispetto a Gran Bretagna e Usa (dove peraltro vi è un solo grado di giudizio ed è difficile far riaprire i processi), ha poi rilevato come i colletti bianchi non vadano in carcere, il quale è ormai considerato semplicemente una discarica sociale, mettendo poi in guardia dalle nuove norme che reprimono il dissenso e che possono mettere a rischio la nostra democrazia, norme che si aggiungono ai nuovi reati e alle nuove aggravanti introdotte da questo governo.
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E su questo aspetto, Pelizzari si è detto sconcertato di come l’Unione delle camere penali (l’organismo di rappresentanza degli avvocati) non abbia ancora preso posizione sul nuovo decreto sicurezza: lo scudo penale per le forze dell’ordine era una fesseria, il fermo di polizia preventivo una norma pericolosissima. «Evidentemente – la conclusione - non si vuole disturbare il governo alla vigilia del referendum».
D.C.
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