Tra sfuriate e rigore maniacale: i ricordi di Alessia, nipote di Ennio Morlotti

Non era certo un nonno “facile”, Ennio Morlotti. Certe sfuriate, un rigore a volte eccessivo. Adesso, il tempo è passato. Nonno Ennio è morto nel 1992 a 82 anni, nonna Anna nel 2005 alla stessa età. La piccola Alessia, figlia di Paola (l’unica figlia di Ennio e Anna), è cresciuta e il teschio che a quattro anni la terrorizzava nella sua cameretta ora lo guarda con occhi e animo differenti e anche i ricordi assumono colori altri e poi il vivere ci fa leggere certi atteggiamenti con lenti nuove.
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Ennio Morlotti

«Tutto sommato – racconta la nipote – io lo vedevo poco, solo a Pasqua. Era la nonna che stravedeva per me, mi portava in palmo di mano, con lei andavo al mare, dappertutto. E’ stata una seconda mamma, per me aveva un debole. E nonno ne era un po’ geloso, soprattutto da anziano. Lui di giorno dipingeva e poi alle otto di sera, in casa, sparivano tutti: se ne andavano in camera a leggere. E mi trovavo un po’ sperduta. Nonno leggeva molto, soprattutto in francese. Durante l’università, ho abitato due anni con lui. Non è stato facile. Certo era impegnato, ma come sono impegnati tutti gli artisti. Anche se lui in genere, sfuggiva gli eventi. Glielo scriveva proprio Guttuso.»
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La moglie Anna

«Si era dato un metodo e una disciplina rigorosi – continua Mesirca - Si alzava alle 5,30 e andava subito in studio anche se magari non aveva progetti precisi. Poi, il pranzo: alle 11,30 in punto. Dopo di che tornava in studio fino a sera. Uno studio che non era collegato alla casa. Ovunque abbia abitato ha sempre voluto tenere distinti casa e studio. Erano luoghi differenti. Seguiva uno schema preciso. Era creativo, certo, ma sapeva che occorreva disciplina. In tutte le cose. Se una persona arrivava con tre minuti di ritardo, era finita. Lui, si presentava sempre con un quarto d’ora di anticipo. Erano dei limiti che si dava e che dava agli altri. Faticoso? Sì, ma tutti gli esseri umani sono faticosi, ma almeno gli artisti sanno darti qualcosa di più.»
Il flusso dei ricordi non segue un ordine particolare, è un lavoro della mente che li rinverdisce casualmente e lei ce li racconta come saltano fuori dalla memoria.
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La nipote Alessia

Per esempio, il “caso” della libreria: «Lui aveva questa libreria con tanti libri d’arte. Bellissima. Prendere un libro e non rimetterlo in ordine significava litigare. Un episodio di quando avevo 22 anni: avevo appunto preso un libro e l’avevo lasciato in giro. Lui, quando entrò, si accorse di quel piccolo vuoto nella libreria. Con tutti i libri che c’erano… Eppure se ne accorse. Non era un violento, ma alzava la voce. E quella volta fu una sfuriata incredibile. Tanto che i giardinieri - allora avevamo due giardinieri – si spaventarono davvero e accorsero subito per vedere cosa stesse succedendo. Era una questione così futile e lui lo sapeva, ma c’era qualcosa di un rigore che andava rispettato.»
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I ritratti dei coniugi realizzati da Guttuso

Gli orari per esempio: s’è detto della sveglia, del pranzo, del ritiro serale. Ma c’era anche la mania che quando si andava da qualche parte, che fosse Bordighera o la Brianza, bisognasse partire comunque alle 5,30. Non c’era verso: chi c’era c’era… Una volta diedi un esame all’università: era stato un esame impegnativo e il giorno dopo alle 8 ero ancora a letto a dormire. Lui aprì la porta di scatto: “Stai male?”. Non era concepibile, per lui, essere ancora a letto a quell’ora: significava essere lazzaroni.»
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Il teschio appeso nella cameretta

«Da piccola – continua – avevo molta soggezione di mio nonno. E poi c’era quel teschio appeso nella mia cameretta. Ma dico: con tutti i paesaggi, proprio un teschio dovevano appendere nella cameretta di una bambina di quattro anni? Ero terrorizzata. E invece adesso lo vedo molte dolce…»
Quando decise di intraprendere studi artistici – indipendentemente dall’ascendenza – lui le consigliava di scegliere un’altra strada: economia e commercio «così sarei stata in grado di amministrare il patrimonio di famiglia. Io ero stata incerta tra psichiatria e indirizzo artistico. Che non sono poi cose in contrasto. Anzi. Studiare la mente dell’uomo è una maniera per comprendere l’arte. Non a caso, molti collezionisti sono dei medici: hanno a che fare con le menti e con i corpi per questo comprendono i quadri.»
E mai una gratificazione: «Sapevo che quando non c’ero, si vantava di me con gli amici, dei bei voti che prendevo. Ma con me zitto. Nulla. Era severissimo per le cose meno importanti, mentre in altre circostanze si dimostrava generosissimo, soprattutto con gli amici.»
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Senza dimenticare la rosa Morlotti: «Lui aveva una grande passione per i fiori, per le rose, le ortensie. Le curava personalmente e non voleva che altri ci mettessero mano. Una volta, alla mostra dei fiori di Genova, lo premiarono: usavano creare fiori nuovi dando loro il nome di personaggi famosi. Una rosa venne dedicata a lui. La piantò nel giardino della casa in Brianza. Poi, quando abbiamo venduto, ce ne siamo purtroppo dimenticati e la rosa è sparita, non c’è più. Il roseto è stato eliminato. Ho provato a chiedere se fosse possibile riprodurla, ma mi è stato detto che quell’innesto preciso può riuscire solo una volta su un milione… Peccato.»
D.C.
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