Omicidio in via Sassi: 'Amer è morto anche per colpa nostra'

“Il caso di Amer ci riguarda tutti. Se lui è morto è anche per colpa nostra”.
È un atto d’accusa sociale, prima ancora che uno sfogo personale, quello dell’avvocato milanese Marisa Marraffino dopo la morte di Mahmoud Amer, il ventenne egiziano accoltellato sabato sera nei pressi del municipio di Lecco e deceduto lunedì all’Ospedale Alessandro Manzoni.
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L'avvocato Maria Marraffino

“Mi dispiace veramente tanto, sono sconvolta per questa vicenda. Credo che ora sia doveroso parlarne” afferma la legale, che lo aveva assistito quando era ancora minorenne. “Non so cosa sia successo la notte di sabato, ma per quello che ho visto io, per come l’ho conosciuto, non credo si tratti di una storia di spaccio finita male”.
Appena arrivato in Italia come minore straniero non accompagnato, era stato inserito in una comunità di Monza. Poi, una volta uscito dal circuito di tutela, aveva iniziato a vivere per strada a Lecco, trovando un pasto alla mensa della Casa della Carità di via San Nicolò.
“Io l’avevo seguito per una serie di reati bagatellari commessi quando era ancora minorenne: piccoli furti di generi alimentari nei supermercati, ma perché si trovava per strada. Era uno degli invisibili”.
A contattare l’avvocato era stata proprio l’associazione legata alla Casa della Carità dove il ragazzo si recava per mangiare: aveva ricevuto un avviso di conclusione indagini per una rapina (dal bottino di quattro euro) commessa da minorenne con altri coetanei ed era molto preoccupato. “L’ho rassicurato. Secondo me era solo un ragazzo solo, senza famiglia né conoscenti in Italia. Non so nemmeno se in Egitto avesse qualcuno. So solo che qui aveva un amico che chiamava “fratello”, con cui sto cercando di mettermi in contatto”.
Nel ricordo della legale non c’è l’immagine di un delinquente e ci tiene molto a sottolinearlo: “Con me è sempre stato molto rispettoso e mi ha trasmesso la sua voglia di rinascere. Non era solo destinatario di un foglio di via: era una persona sola al mondo che non sapeva come poter cambiare la propria vita”.
La sua morte – per ragioni ancora da chiarire – diventa così il simbolo di una fragilità più ampia e di un sistema che si sta rivelando fallimentare: “Il problema che ci dobbiamo porre è cosa facciamo di questi ragazzi, che sono tutelati finché non compiono diciott’anni. Servirebbe un periodo di “cuscinetto” nel passaggio alla maggiore età, un collegamento con le associazioni che li seguono per poterli inserire nel mondo del lavoro. Purtroppo è diventata la normalità che poi finiscano per strada”.
Intanto la salma resta a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’autopsia. Poi verrà il momento dell’ultimo saluto. “Bisognerà dare una degna sepoltura a questo ragazzo. Al suo funerale dovremmo andarci tutti. Da questa brutta storia mi piacerebbe che venisse fuori qualcosa di buono, un movimento collettivo, un momento di riflessione per far sì che le cose cambino, che non succeda mai più”.
Perché la storia di Mahmoud non è soltanto un fatto di cronaca nera. È la storia di un ragazzo arrivato in Italia solo e spaesato, inserito in una comunità e poi scivolato ai margini della società una volta diventato maggiorenne. È la storia di chi, finita la tutela formale, si ritrova senza una rete capace di accompagnarlo verso un lavoro, una casa, un futuro dignitoso.
In questo senso, Mahmoud è stato vittima due volte: di un sistema di accoglienza che mostra falle evidenti e di un omicidio per cui si attendono ancora piena verità e responsabilità.
E anche quando le indagini avranno fatto il loro corso, resterà aperta un’altra domanda, più scomoda: cosa non ha funzionato prima, quando era ancora possibile evitare che un ragazzo di vent’anni dormisse per strada, diventando l’ennesima tragedia annunciata?
F.F.
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