La resistenza delle donne palestinesi tra genocidio e Islam integralista: a Lecco l'attivista Shahd Kadher
Sala gremita ieri alla Casa sul Pozzo di Chiuso per l’incontro con l’attivista Shahd Kadher, che ha chiesto di non essere fotografata per timore di ritorsioni. Esponente dell’associazione “Palestinian Working Women Society and Development”, ha portato in città le “voci delle donne palestinesi tra resistenza e giustizia negata” su invito del gruppo locale di Rete Radiè Resh, della Comunità di via Gaggio e della Tavola lecchese per la pace.

L’intervento di Kadher è stato preceduto dalla lettura – da parte di Raffaella Cerrato - di un documento della stessa Tavola per la pace dedicato all’8 marzo, all’insegna del motto di Vittorio Arrigoni (l’attivista brianzolo rimasto ucciso in Palestina) e cioè “Restiamo umani”. Sottolineando come l’uccisione di donne e bambini faccia parte del progetto israeliano per evitare la sopravvivenza del popolo palestinese», il documento si è poi concentrato sul prossimo 8 marzo in cui dovranno essere sostenute le donne palestinesi e la loro straordinaria resistenza che può diventare punto di partenza per un futuro migliore, chiedendo perciò «libertà e giustizia, Palestina libera e donne palestinesi libere».
Shad Khader - che ha parlato in inglese, accompagnata dalla traduzione di Manuela Lavelli e Titta Rossi – ha cominciato da Gaza per poi allargare il discorso alle altre terre palestinesi: oltre alla Striscia distrutta dalla guerra di questi tre anni, anche la cosiddetta Cisgiordania minacciata dai coloni. Ha spiegato come attualmente uno dei grandi problemi sia quello dei bambini che non parlano più, un’afasia frutto di traumi psicologici. E proprio l’associazione di cui fa parte si è attivata per portare a Gaza personale esperto e avviare un progetto di logoterapia. Mentre, intanto, le case continuano a essere bombardate, le colleghe uccise con l’intera famiglia, altre debilitate perché rimaste senza cibo, molte donne sole con i figli e fuggite.

In quanto alla Cisgiordania – da dove proviene lei stessa – si registrano controlli serrati, raid indiscriminati, arresti, una sorveglianza costante, le violenze dei coloni, la demolizione di case palestinesi, ci si muove tra un migliaio di check point, alcuni fissi e altri mobili per cui imprevedibili, «e non sai mai se puoi arrivare ogni giorno al lavoro. «L’ultima volta che sono andata a trovare i miei genitori a Nablus – ha raccontato – sono stata fermata a un check point: mi hanno puntato immediatamente la pistola alla testa e trattenuta. Una volta quella strada la si percorreva in trenta minuti, adesso in quattro ore».

E poi per i palestinesi ci sono arresti e detenzioni immotivati, si resta in carcere anche per anni senza assistenza legale nè contatti con le famiglie. Se un ragazzino tira un sasso a un soldato o viene ucciso sul posto o finisce dietro le sbarre. Dove si vive un inferno, si viene torturati, donne e uomini vengono stuprati anche con l’uso di cani. «Ci sono raid senza motivo nelle case, soprattutto di notte, che diventa così un incubo. I bambini perdono il sonno, nelle università. E ci sono i coloni: quest’anno i contadini palestinesi non hanno potuto effettuare il raccolto delle olive perché hanno impedito loro di entrare nei campi. Coloni che se la prendono con chiunque non sia ebreo, anche con i cristiani ai quali sputano addosso. Perché i palestinesi non sono solo mussulmani, ci sono anche molti cristiani e addirittura una piccola comunità di religione ebraica».

Si aggiungono gli espropri della terra, tasse politiche fiscali per incentivare l’esodo dei palestinesi, «e adesso il governo israeliano ha anche interrotto la restituzione delle tasse locali all’Autorità nazionale, così che il personale pubblico non può più essere pagato. E mentre continuano arresti, perquisizioni e molestie pesanti per le donne, stanno comparendo grandi scritte per le strade con le quali si afferma “Non c’è futuro in Palestina”».
«Volevo darvi un’idea della nostra quotidianità – ha proseguito la relatrice -. Stanno facendo di tutto per rendere la vita impossibile ai palestinesi affinché se ne vadano dalla loro terra. Sui libri cambiano le mappe, si censurano i testi. Nelle università i potenziali scienziati palestinesi, chiunque può avere conoscenze di chimica e fisica che potrebbero essere utilizzate per costruire ordigni, vengono uccisi, arrestati o sono costretti a fuggire».

A fronte dell’oppressione, le donne sono inoltre costrette a subire la regressione della società palestinese: «Prima degli accordi di Oslo erano molto più libere». Adesso l’autorità è controllata da un islamismo sempre più integralista, l’unica giustizia è quella amministrata dal Tribunale della Sharia e vale per tutti, musulmani e no. «Oggi le donne non possono essere nemmeno proprietarie di terreno: vengono loro tolte dai fratelli. E se non sono questi ultimi o il Tribunale della Sharia, ci pensa il governo israeliano. E non ci sono leggi specifiche contro la violenza sulle donne».

È cominciata così la resistenza delle donne, che si sono organizzate in associazioni che offrono consulenza legale gratuita e formazione affinché le giovani partecipino maggiormente alla vita politica a livello locale, nonché corsi rivolti ai ragazzi su una “mascolinità sana” e interventi in campo socio-sanitario. «E siccome le donne che protestano hanno sempre meno spazio, quello spazio ce lo creiamo. Sono nati così gli “Shadow Councils” (i "Consigli ombra") che cerchiamo di organizzare in maniera capillare in ogni villaggio. Sono gruppi di donne che cominciano a parlare tra loro, a incoraggiare qualcuna a candidarsi alle elezioni locali garantendole il supporto. E alcuni effetti si sono avuti: una di loro è diventata ministro alle politiche femminili del governo palestinese, siamo riuscite a far alzare il salario minimo».

Tutto questo a fronte di un’Autorità palestinese che è corrotta e della quale c’è poco da aspettarsi, mentre a Gaza domina Hamas «che non fa gli interessi del popolo palestinese perché quanto commesso il 7 ottobre si è ritorto proprio contro di esso. Anche se non credo che gli israeliani non sapessero cosa si stesse preparando: il piano era stato messo a punto nei dettagli, e come poteva sfuggire a Israele che a Gaza riesce a controllare anche le formiche? E comunque Hamas ha leader corrotti che vivono al riparo negli Stati arabi con le loro famiglie, altri che invece hanno principi ideologici e altri che sono soltanto dei violenti. Non si può stare con Hamas che è pagato da Israele. Hamas non rappresenta la resistenza palestinese, altrimenti lo sosterrei, Hamas fa i propri interessi. L’unico leader che potrebbe riunire il popolo palestinese è Marwan Barghuti, in carcere da 25 anni, e Israele si guarda bene dal rilasciarlo. Per adesso, non ci sono speranze di elezioni democratiche».
E a chi le ha chiesto cosa immagini lei, giovane donna palestinese (ha 23 anni) per il suo domani, la risposta è stata: «Non riesco a pensare al futuro. C’è il problema del sopravvivere giorno per giorno». Però, proprio «grazie ad associazioni come la nostra, c’è ancora qualche speranza».

L’intervento di Kadher è stato preceduto dalla lettura – da parte di Raffaella Cerrato - di un documento della stessa Tavola per la pace dedicato all’8 marzo, all’insegna del motto di Vittorio Arrigoni (l’attivista brianzolo rimasto ucciso in Palestina) e cioè “Restiamo umani”. Sottolineando come l’uccisione di donne e bambini faccia parte del progetto israeliano per evitare la sopravvivenza del popolo palestinese», il documento si è poi concentrato sul prossimo 8 marzo in cui dovranno essere sostenute le donne palestinesi e la loro straordinaria resistenza che può diventare punto di partenza per un futuro migliore, chiedendo perciò «libertà e giustizia, Palestina libera e donne palestinesi libere».


In quanto alla Cisgiordania – da dove proviene lei stessa – si registrano controlli serrati, raid indiscriminati, arresti, una sorveglianza costante, le violenze dei coloni, la demolizione di case palestinesi, ci si muove tra un migliaio di check point, alcuni fissi e altri mobili per cui imprevedibili, «e non sai mai se puoi arrivare ogni giorno al lavoro. «L’ultima volta che sono andata a trovare i miei genitori a Nablus – ha raccontato – sono stata fermata a un check point: mi hanno puntato immediatamente la pistola alla testa e trattenuta. Una volta quella strada la si percorreva in trenta minuti, adesso in quattro ore».

Immagini d'archivio di manifestazioni a Lecco a favore della Palestina
E poi per i palestinesi ci sono arresti e detenzioni immotivati, si resta in carcere anche per anni senza assistenza legale nè contatti con le famiglie. Se un ragazzino tira un sasso a un soldato o viene ucciso sul posto o finisce dietro le sbarre. Dove si vive un inferno, si viene torturati, donne e uomini vengono stuprati anche con l’uso di cani. «Ci sono raid senza motivo nelle case, soprattutto di notte, che diventa così un incubo. I bambini perdono il sonno, nelle università. E ci sono i coloni: quest’anno i contadini palestinesi non hanno potuto effettuare il raccolto delle olive perché hanno impedito loro di entrare nei campi. Coloni che se la prendono con chiunque non sia ebreo, anche con i cristiani ai quali sputano addosso. Perché i palestinesi non sono solo mussulmani, ci sono anche molti cristiani e addirittura una piccola comunità di religione ebraica».

Si aggiungono gli espropri della terra, tasse politiche fiscali per incentivare l’esodo dei palestinesi, «e adesso il governo israeliano ha anche interrotto la restituzione delle tasse locali all’Autorità nazionale, così che il personale pubblico non può più essere pagato. E mentre continuano arresti, perquisizioni e molestie pesanti per le donne, stanno comparendo grandi scritte per le strade con le quali si afferma “Non c’è futuro in Palestina”».
«Volevo darvi un’idea della nostra quotidianità – ha proseguito la relatrice -. Stanno facendo di tutto per rendere la vita impossibile ai palestinesi affinché se ne vadano dalla loro terra. Sui libri cambiano le mappe, si censurano i testi. Nelle università i potenziali scienziati palestinesi, chiunque può avere conoscenze di chimica e fisica che potrebbero essere utilizzate per costruire ordigni, vengono uccisi, arrestati o sono costretti a fuggire».

A fronte dell’oppressione, le donne sono inoltre costrette a subire la regressione della società palestinese: «Prima degli accordi di Oslo erano molto più libere». Adesso l’autorità è controllata da un islamismo sempre più integralista, l’unica giustizia è quella amministrata dal Tribunale della Sharia e vale per tutti, musulmani e no. «Oggi le donne non possono essere nemmeno proprietarie di terreno: vengono loro tolte dai fratelli. E se non sono questi ultimi o il Tribunale della Sharia, ci pensa il governo israeliano. E non ci sono leggi specifiche contro la violenza sulle donne».

È cominciata così la resistenza delle donne, che si sono organizzate in associazioni che offrono consulenza legale gratuita e formazione affinché le giovani partecipino maggiormente alla vita politica a livello locale, nonché corsi rivolti ai ragazzi su una “mascolinità sana” e interventi in campo socio-sanitario. «E siccome le donne che protestano hanno sempre meno spazio, quello spazio ce lo creiamo. Sono nati così gli “Shadow Councils” (i "Consigli ombra") che cerchiamo di organizzare in maniera capillare in ogni villaggio. Sono gruppi di donne che cominciano a parlare tra loro, a incoraggiare qualcuna a candidarsi alle elezioni locali garantendole il supporto. E alcuni effetti si sono avuti: una di loro è diventata ministro alle politiche femminili del governo palestinese, siamo riuscite a far alzare il salario minimo».

Tutto questo a fronte di un’Autorità palestinese che è corrotta e della quale c’è poco da aspettarsi, mentre a Gaza domina Hamas «che non fa gli interessi del popolo palestinese perché quanto commesso il 7 ottobre si è ritorto proprio contro di esso. Anche se non credo che gli israeliani non sapessero cosa si stesse preparando: il piano era stato messo a punto nei dettagli, e come poteva sfuggire a Israele che a Gaza riesce a controllare anche le formiche? E comunque Hamas ha leader corrotti che vivono al riparo negli Stati arabi con le loro famiglie, altri che invece hanno principi ideologici e altri che sono soltanto dei violenti. Non si può stare con Hamas che è pagato da Israele. Hamas non rappresenta la resistenza palestinese, altrimenti lo sosterrei, Hamas fa i propri interessi. L’unico leader che potrebbe riunire il popolo palestinese è Marwan Barghuti, in carcere da 25 anni, e Israele si guarda bene dal rilasciarlo. Per adesso, non ci sono speranze di elezioni democratiche».
E a chi le ha chiesto cosa immagini lei, giovane donna palestinese (ha 23 anni) per il suo domani, la risposta è stata: «Non riesco a pensare al futuro. C’è il problema del sopravvivere giorno per giorno». Però, proprio «grazie ad associazioni come la nostra, c’è ancora qualche speranza».
D.C.




















