PAROLE CHE PARLANO/270

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Astuccio


Lo conosciamo tutti questo contenitore che abbiamo amato e scelto con cura, che ha custodito le nostre penne, le nostre matite e i nostri sogni tra i banchi di scuola. 
Per scoprire le sue origini, è necessario fare un salto nel passato fino al Medioevo dei trovatori e dei mercanti. Tutto inizia dal provenzale antico estug, un termine che indicava una custodia o un recipiente protettivo, in cui si riponevano oggetti d’uso comune, come posate e rasoi, o più pregiati come gioielli o oggetti sacri. Spesso, aprire uno degli astucci di questi artigiani e mercanti permetteva di capire immediatamente il loro mestiere e il loro status sociale.
I linguisti ritengono che questa parola sia stata "importata" dalle lingue germaniche (dalla radice *stukan), con l'idea di infilare o incastrare un oggetto in un alloggio su misura. Non a caso, dalla stessa radice germanica deriva la parola italiana stocco, una spada lunga e stretta, usata dai duellanti del Rinascimento. Entrambi gli oggetti, l’astuccio e lo stocco, nascono dall’idea di incastrare o infilare qualcosa in un alloggio su misura; ma l’uno serve per proteggere, l’altro per colpire. Due destini opposti, ma una stessa origine linguistica.
Mentre in Francia la parola si è accorciata in étui, in Italia abbiamo aggiunto una "A" iniziale, trasformandola in astuccio. Se inizialmente serviva a custodire strumenti preziosi, col tempo è diventato il compagno quotidiano di tutti.
Oggi, che contenga occhiali, gioielli o matite, l’astuccio rimane il simbolo di un gesto antico: quello di separare dal disordine gli oggetti che ci sono cari, infilandoli in un luogo sicuro per proteggerli dal tempo e dall'usura.
Rubrica a cura di Dino Ticli
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