25 anni di A.L.F.A.: quando l’affido diventa vita

«L’affido non mi ha cambiato la vita perché è stata la mia vita». Le parole di Cecile Djo, 20 anni, trasmettono perfettamente il senso di questi primi 25 anni dell’associazione A.L.F.A., Associazione Lecchese Famiglie Affidatarie. «Per quasi 15 anni sono stata in affido con Manu e Marco, dall’età di 5 anni. Oggi vivo da sola, frequento l’università e lavoro. Ma non sono mai sola perché condividendo settimane, mesi e anni, i legami che si creano sono per sempre. Ad accompagnarmi all’Ikea sono stati Manu e Marco».

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Per Cecile, Manu e Marco sono i suoi genitori affidatari, genitori che non sostituiscono la propria famiglia d’origine, ma la affiancano in periodi di difficoltà, fino a diventarne parte integrante. «Molti bambini dividono le settimane tra casa di mamma e papà, io facevo avanti e indietro tra quella di Manu e Marco e quella della mamma». Per i membri dell’associazione, Marco Colombo è anche l’attuale presidente (ed Emanuela sua moglie). Ha aperto lui, ieri, la prima delle tre serate che celebrano i 25 anni dell’associazione alla Camera di Commercio di Lecco, ricordando i suoi predecessori «Enrichetta Bezzi, sotto la spinta della quale è nata ALFA, Vito Nocita e poi Maria Calvetti, che molti di noi ricordano con grande stima, riconoscenza e soprattutto per il suo grande cuore» e quel 17 gennaio del 2001 da cui tante cose sono cambiate
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Marco Colombo

Il presidente ha invitato tutti i presenti alla serata di oggi – sabato 7 marzo - per scoprire cosa è cambiato in questi 25 anni, ma ha sottolineato fin da subito che «non è cambiato il cuore, non è cambiato lo stile e lo sguardo verso il nostro territorio e verso le persone e i bisogni che vi abitano».

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La serata di venerid, invece, si  è sviluppata intorno al concerto del gruppo musicale inclusivo “Palco Senza Barriere”, un’orchestra che riunisce otto persone con disabilità fisica, intellettiva e sensoriale, che suonano attraverso la strumentazione soundbeam, coadiuvati da tre educatori e accompagnati da sei musicisti: chitarra, basso, batteria, voce e cori.

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La composizione dell’orchestra incarna i valori di cui anche A.L.F.A. desidera farsi portavoce, e che Marco Colombo e Stefania Valsecchi hanno presentato al pubblico durante le pause tra un brano musicale e l’altro, tramite l’individuazione di cinque parole chiave. La prima di queste parole è “angeli”, «non di quelli con le ali, ma quelli in carne e ossa, che decidono di camminare a fianco di qualcuno». Qui il riferimento è ai volontari dell’associazione, che «non stanno davanti, non camminano dietro, ma accanto, perché il cammino sia davvero fatto insieme, condiviso, con grande rispetto e attenzione». Ed è impossibile non vedere questa condivisione anche nell’esibizione del gruppo Palco Senza Barriere, dove le voci di Cecile e Chiara e gli strumenti tradizionali della band si fondono con i suoni dei soundbeam di Luca e Daniele e con le tavolette di Katrina, Giulia, Davide, Chiara, Francesca e Felicita, il tutto sotto la direzione di Cristina.

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Stefania Valsecchi

“Imagine”, “La mia banda suona il Rock” e alcuni brani inediti del gruppo si sono alternati a brevi letture di brani con Rimando alle altre parole che A.L.F.A. ha voluto regalare e che riassumono la missione dell’associazione: rallentare per ascoltare e comprendere davvero una storia e un bisogno; perché da questo ascolto nascano legami che restino, come quello che emerge dalla testimonianza di Cecile e come i tanti altri che sono nati in questi 25 anni di associazione.

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La serata si è chiusa con un ringraziamento a tutti i membri del direttivo - Giancarlo Barindelli, Salvatore Ventre, Stefania Valsecchi, Massimo Iacobuzio, Barbata Tasso, Antonella Fasolato, Giuliana Cattaneo e Margherita Pozza - e con un appello rivolto al pubblico. Quello di avvicinarsi all’associazione e di mettersi a disposizione, facendo propria l’ultima parola della serata, “osare”, perché «Osare è andare oltre la paura di non essere abbastanza, oltre il timore di complicarsi la vita, oltre l’idea che “qualcun altro se ne occuperà”. È il coraggio di aprire la porta, ma prima ancora di aprire il cuore. Osare è fidarsi che un gesto di disponibilità possa diventare spazio di rinascita per un bambino e per una famiglia. Osare non è imprudenza; forse è una “sana incoscienza”, una speranza che si fa scelta per poi diventare una realtà possibile».

R.B.
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