La verità è molto meno comoda per tutti
Fa quasi impressione vedere con quale rapidità, davanti a un fatto gravissimo, il dibattito politico riesca a scivolare nella solita palude dello scaricabarile.
Un ragazzo è morto ammazzato in città, dopo anni di episodi di violenza, risse, aggressioni e disturbi continui che cittadini, residenti e commercianti, segnalano da tempo, spesso con la sensazione di parlare nel vuoto, eppure la loro priorità, ancora una volta, sembra essere una sola: non affrontare il problema, ma salvare la propria posizione politica. Invece di una riflessione seria, che peraltro sarebbe dovuta partire da tempo, il dibattito pubblico è immediatamente scivolato nel solito rituale.
Da una parte c’è chi sfrutta l’omicidio per rilanciare la propria narrazione ideologica sull’immigrazione. - Dall’altra c’è chi si rifugia dietro la formula giuridica secondo cui "la sicurezza è competenza dello Stato", come se questo esaurisse ogni responsabilità politica locale. Sono due posizioni opposte solo in apparenza. Sono comode scorciatoie che servono solo a proteggere il proprio posizionamento elettorale. Perché il punto è meno comodo per tutti: Quando una situazione viene lasciata sedimentare a lungo, prima o poi succede qualcosa di irreparabile. Non è fatalità. È la conseguenza prevedibile dell’inerzia. E si scopre improvvisamente la sicurezza. E solo quella. Qualcuno invoca o rivendica modelli di "tolleranza zero" come slogan buono per i titoli. Qualcuno le telecamere ma se queste servono, come è, soprattutto a controllare il traffico o a elevare sanzioni e non a monitorare realmente le aree critiche, non sono uno strumento di prevenzione ma, casomai, d’indagine. Il tutto come se bastasse un comunicato stampa per dimostrare che il territorio è davvero presidiato o che ci salverà solo l’esercito. La sicurezza non si costruisce con i comunicati elettorali il giorno dopo una tragedia. Si costruisce negli anni, con presenza reale, coordinamento tra istituzioni - locali e nazionali - e capacità di affrontare i problemi prima che degenerino e questi non solo in forma repressiva ma anche e soprattutto sociale e di spazi pubblici dentro la relazione, alla pari. Altrimenti la città ne paga sempre il prezzo, per anni. E la sicurezza, ancora una volta, diventa solo propaganda.
Qui si è fatto invece il contrario e oggi si discute soltanto di chi debba portarne la colpa politica. È l’ennesimo riflesso più prevedibile e deprimente della politica contemporanea: chi governa tende a minimizzare per difendersi, chi sta all’opposizione tende a massimizzare per capitalizzare la paura. In mezzo restano i fatti. La verità è molto meno comoda per tutti.
Un ragazzo è morto ammazzato in città, dopo anni di episodi di violenza, risse, aggressioni e disturbi continui che cittadini, residenti e commercianti, segnalano da tempo, spesso con la sensazione di parlare nel vuoto, eppure la loro priorità, ancora una volta, sembra essere una sola: non affrontare il problema, ma salvare la propria posizione politica. Invece di una riflessione seria, che peraltro sarebbe dovuta partire da tempo, il dibattito pubblico è immediatamente scivolato nel solito rituale.
Da una parte c’è chi sfrutta l’omicidio per rilanciare la propria narrazione ideologica sull’immigrazione. - Dall’altra c’è chi si rifugia dietro la formula giuridica secondo cui "la sicurezza è competenza dello Stato", come se questo esaurisse ogni responsabilità politica locale. Sono due posizioni opposte solo in apparenza. Sono comode scorciatoie che servono solo a proteggere il proprio posizionamento elettorale. Perché il punto è meno comodo per tutti: Quando una situazione viene lasciata sedimentare a lungo, prima o poi succede qualcosa di irreparabile. Non è fatalità. È la conseguenza prevedibile dell’inerzia. E si scopre improvvisamente la sicurezza. E solo quella. Qualcuno invoca o rivendica modelli di "tolleranza zero" come slogan buono per i titoli. Qualcuno le telecamere ma se queste servono, come è, soprattutto a controllare il traffico o a elevare sanzioni e non a monitorare realmente le aree critiche, non sono uno strumento di prevenzione ma, casomai, d’indagine. Il tutto come se bastasse un comunicato stampa per dimostrare che il territorio è davvero presidiato o che ci salverà solo l’esercito. La sicurezza non si costruisce con i comunicati elettorali il giorno dopo una tragedia. Si costruisce negli anni, con presenza reale, coordinamento tra istituzioni - locali e nazionali - e capacità di affrontare i problemi prima che degenerino e questi non solo in forma repressiva ma anche e soprattutto sociale e di spazi pubblici dentro la relazione, alla pari. Altrimenti la città ne paga sempre il prezzo, per anni. E la sicurezza, ancora una volta, diventa solo propaganda.
Qui si è fatto invece il contrario e oggi si discute soltanto di chi debba portarne la colpa politica. È l’ennesimo riflesso più prevedibile e deprimente della politica contemporanea: chi governa tende a minimizzare per difendersi, chi sta all’opposizione tende a massimizzare per capitalizzare la paura. In mezzo restano i fatti. La verità è molto meno comoda per tutti.
Paolo Trezzi




















