Servizi sociali: i comuni non siano solo erogatori di fondi
Gentile Direttore,
dopo molti anni, vissuti “dentro e fuori” i servizi sociali lecchesi, sento il dovere di riportare l’attenzione su alcuni principi fondamentali e di provare a “mettersi nei panni di tutti”, perché solo così si può comprendere davvero cosa significhi “fare” servizio sociale.
Oggi la qualità dei servizi è garantita soprattutto dalla dedizione, dalla competenza e dallo spirito di servizio degli operatori che ogni giorno lavorano sul territorio. Persone che meriterebbero riconoscimenti economici adeguati alla complessità del loro lavoro e condizioni professionali dignitose.
La realtà, purtroppo, è diversa: retribuzioni insufficienti e contratti poco attrattivi generano un turn over altissimo, proprio in quei servizi – come la tutela minori – che richiederebbero continuità, profondità di relazione e stabilità. Per comprendere cosa significhi tutto questo nella vita delle persone, vorrei portare un esempio concreto. Il servizio “tutela minori e legami familiari” evoca immediatamente l’idea di protezione dell’infanzia. Ma dietro questa definizione ci sono storie complesse, come quella di una madre lecchese a cui sono stati allontanati quattro figli. Una donna che ha commesso un errore, certo, ma che negli anni ha intrapreso un percorso psicologico serio, ha lavorato su di sé, ha recuperato competenze genitoriali e oggi non presenta alcuna criticità. Eppure continua a vedere i suoi figli solo per poche ore, senza che il suo impegno trovi un reale riconoscimento. Le sue parole raccontano più di qualsiasi analisi tecnica: “…Il percorso psicologico mi ha permesso di affrontare diversi aspetti della mia persona: la maternità è stato uno di questi, mi sento una mamma completamente diversa, soprattutto cosciente di essere un genitore che deve accompagnare i propri figli nel mondo ed essere per loro un punto di riferimento solido e costante. L’attuale condizione è davvero insopportabile, perché non si vede la luce: qualunque cosa io faccia per me e in funzione di loro non è mai sufficiente. Mi ricordo ancora le parole dell’assistente sociale che nel lontano 2021 alle mie richieste di avere più tempo coi miei bambini mi diceva: -devi dare prova concreta che stai lavorando su di te, che sarai costante in tutto il lavoro da svolgere e soprattutto costante coi bambini, poi apriremo e allargheremo il tempo che passerai con loro in relazione anche del tuo percorso-. Ecco, sono passati cinque anni da quelle parole, ho perso il conto di quante operatrici, assistenti sociali della tutela sono cambiate, ho sempre dovuto ripetere i miei pensieri, raccontare la mia storia, le mie richieste e le mie domande riguardanti i bambini che nel frattempo sono diventati ragazzi. Chiedo di avere più tempo con loro: Io sono la loro mamma. Sono stata una mamma in difficoltà. Sono una mamma che ha saputo rimettersi in gioco. I miei figli non sono stati dati in adozione, ma in affido che significa per un periodo breve, per il quale la legge dice: “non più di due anni”. Sono stanca, davvero stanca di dovermi sentirmi dire: “signora, facciamo un’equipe e poi le facciamo sapere”. Sempre le stesse cose, poi cambia operatrice per l’ennesima volta e tutto ricomincia da capo. Chiedo di avere la possibilità di dimostrare la mamma che sono oggi, dando un riscontro agli incontri protetti, al supporto psicologico che ho mantenuto in questi anni, perché ora, mi trovo, davvero tanto in difficoltà a dedicare così poco tempo ai miei figli. Voglio dare gli esami riparatori di settembre, altrimenti non si è né promossi, né bocciati. Questa è vita: il tempo passa e non si può recuperare quello perduto, ma voglio fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per non perderne dell'altro. Vorrei far parte dei giorni dei miei bambini”.
Questa storia può essere letta anche attraverso i numeri o meglio in euro. Nel 2020 vengono allontanati quattro fratelli. Nel 2022 la famiglia ha risolto le proprie difficoltà, ma il susseguirsi di 4 o 5 assistenti sociali – spesso costrette a cambiare lavoro per condizioni contrattuali migliori – impedisce una reale presa in carico. Nel 2026 i minori sono ancora in comunità.
Costo stimato: circa 120 euro al giorno per minore, per cinque anni, pari a oltre 880.000 euro, a cui si aggiungono i costi per il supporto educativo e lo spazio neutro.
Costo umano: un trauma psico-sociale che nessuna cifra potrà mai restituire.
Di fronte a tutto questo, credo sia necessario che i Comuni della Provincia di Lecco cambino prospettiva. Serve una delega dei servizi a enti gestori pubblici che abbiano come primo interesse quello dei cittadini più fragili, e non solo la gestione delle risorse.
I Comuni devono tornare a essere protagonisti e controllori delle scelte, non semplici erogatori di fondi.
dopo molti anni, vissuti “dentro e fuori” i servizi sociali lecchesi, sento il dovere di riportare l’attenzione su alcuni principi fondamentali e di provare a “mettersi nei panni di tutti”, perché solo così si può comprendere davvero cosa significhi “fare” servizio sociale.
Oggi la qualità dei servizi è garantita soprattutto dalla dedizione, dalla competenza e dallo spirito di servizio degli operatori che ogni giorno lavorano sul territorio. Persone che meriterebbero riconoscimenti economici adeguati alla complessità del loro lavoro e condizioni professionali dignitose.
La realtà, purtroppo, è diversa: retribuzioni insufficienti e contratti poco attrattivi generano un turn over altissimo, proprio in quei servizi – come la tutela minori – che richiederebbero continuità, profondità di relazione e stabilità. Per comprendere cosa significhi tutto questo nella vita delle persone, vorrei portare un esempio concreto. Il servizio “tutela minori e legami familiari” evoca immediatamente l’idea di protezione dell’infanzia. Ma dietro questa definizione ci sono storie complesse, come quella di una madre lecchese a cui sono stati allontanati quattro figli. Una donna che ha commesso un errore, certo, ma che negli anni ha intrapreso un percorso psicologico serio, ha lavorato su di sé, ha recuperato competenze genitoriali e oggi non presenta alcuna criticità. Eppure continua a vedere i suoi figli solo per poche ore, senza che il suo impegno trovi un reale riconoscimento. Le sue parole raccontano più di qualsiasi analisi tecnica: “…Il percorso psicologico mi ha permesso di affrontare diversi aspetti della mia persona: la maternità è stato uno di questi, mi sento una mamma completamente diversa, soprattutto cosciente di essere un genitore che deve accompagnare i propri figli nel mondo ed essere per loro un punto di riferimento solido e costante. L’attuale condizione è davvero insopportabile, perché non si vede la luce: qualunque cosa io faccia per me e in funzione di loro non è mai sufficiente. Mi ricordo ancora le parole dell’assistente sociale che nel lontano 2021 alle mie richieste di avere più tempo coi miei bambini mi diceva: -devi dare prova concreta che stai lavorando su di te, che sarai costante in tutto il lavoro da svolgere e soprattutto costante coi bambini, poi apriremo e allargheremo il tempo che passerai con loro in relazione anche del tuo percorso-. Ecco, sono passati cinque anni da quelle parole, ho perso il conto di quante operatrici, assistenti sociali della tutela sono cambiate, ho sempre dovuto ripetere i miei pensieri, raccontare la mia storia, le mie richieste e le mie domande riguardanti i bambini che nel frattempo sono diventati ragazzi. Chiedo di avere più tempo con loro: Io sono la loro mamma. Sono stata una mamma in difficoltà. Sono una mamma che ha saputo rimettersi in gioco. I miei figli non sono stati dati in adozione, ma in affido che significa per un periodo breve, per il quale la legge dice: “non più di due anni”. Sono stanca, davvero stanca di dovermi sentirmi dire: “signora, facciamo un’equipe e poi le facciamo sapere”. Sempre le stesse cose, poi cambia operatrice per l’ennesima volta e tutto ricomincia da capo. Chiedo di avere la possibilità di dimostrare la mamma che sono oggi, dando un riscontro agli incontri protetti, al supporto psicologico che ho mantenuto in questi anni, perché ora, mi trovo, davvero tanto in difficoltà a dedicare così poco tempo ai miei figli. Voglio dare gli esami riparatori di settembre, altrimenti non si è né promossi, né bocciati. Questa è vita: il tempo passa e non si può recuperare quello perduto, ma voglio fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per non perderne dell'altro. Vorrei far parte dei giorni dei miei bambini”.
Questa storia può essere letta anche attraverso i numeri o meglio in euro. Nel 2020 vengono allontanati quattro fratelli. Nel 2022 la famiglia ha risolto le proprie difficoltà, ma il susseguirsi di 4 o 5 assistenti sociali – spesso costrette a cambiare lavoro per condizioni contrattuali migliori – impedisce una reale presa in carico. Nel 2026 i minori sono ancora in comunità.
Costo stimato: circa 120 euro al giorno per minore, per cinque anni, pari a oltre 880.000 euro, a cui si aggiungono i costi per il supporto educativo e lo spazio neutro.
Costo umano: un trauma psico-sociale che nessuna cifra potrà mai restituire.
Di fronte a tutto questo, credo sia necessario che i Comuni della Provincia di Lecco cambino prospettiva. Serve una delega dei servizi a enti gestori pubblici che abbiano come primo interesse quello dei cittadini più fragili, e non solo la gestione delle risorse.
I Comuni devono tornare a essere protagonisti e controllori delle scelte, non semplici erogatori di fondi.
Enrico Bianchini, Responsabile dipartimento politiche sociali Fdi Lecco




















