La chiesa del monte Barro, faro francescano in Lombardia. Presentato il libro di Giovanna Virgilio

Immaginatevi il monte Barro, sette od otto secoli fa. Immaginatevi una piccola chiesa e poi un convento di francescani in mezzo alla selva. Quasi un romito perduto. Ma in grado di irraggiare con la propria luce religiosa l’intera Lombardia. Che allora era altra cosa rispetto a oggi. Anche per estensione. Così, se il punto di partenza di un lungo cammino storico è proprio la chiesetta della Madonna sul monte Barro, lo sguardo spazia su un territorio ben più vasto. E non è lo sguardo dell’escursionista che oggi sale in vetta e lancia l’occhio da una parte verso il lago le Alpi e dall’altra sulla Brianza e nEi giorni ventosi e tersi fino all’Appennino. E’ bensì quello di chi segue le tracce francescane nelle nostre terre.
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Se ne è parlato ieri sera all’Officina Badoni, su iniziativa dell’Associazione Giuseppe Bovara, per la presentazione del libro della storica lecchese Giovanna Virgilio, “La chiesa di Santa Maria sul Monte Barro. Una presenza francescana in Alta Brianza”, un lavoro che mette in luce i collegamenti artistici e culturali con altri conventi del territorio: l’ormai dimenticato San Giacomo degli Zoccolanti di Castello, Santa Maria degli Angeli a Erba, Santa Maria della Misericordia a Missaglia, Sabbioncello a Merate che è l’unico ancora operante.
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Con l’autrice, era presente anche frate Giancarlo Colombo, custode dell’archivio storico della Provincia dei frati minori della Lombardia. A intervistare i relatori, Umberto Calvi dell’associazione Bovara. 
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A introdurre la serata, lo stesso presidente dell’associazione, Pietro Dettamanti, che appunto ha parlato di un volume importante «non solo perché dedicato a una chiesa importante, ma anche per i collegamenti sulla presenza francescana tra Quattrocento e Cinquecento», un volume tra i cui meriti vi è anche l’attribuzione definitiva di alcune degli affreschi conservati sul monte Barro.
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Da parte sua, Colombo ha tracciato una breve storia del francescanesimo, un movimento religioso interessato da dissidi interni e scissioni, con una ramificazione degli ordini. Un movimento che da Assisi si diffuse prima nel Centro Italia e poi si estese al Nord arrivando a contare, dai primi dodici seguaci di Francesco, circa tremila frati sparsi in Italia già nel 1221, cinque anni prima della morte del suo fondatore, Quando peraltro già venivano alla luce differenze di interpretazioni tra coloro che suggerivano regole più blande per poter dedicarsi anche agli studi e chi invece esigeva un maggior rigore. Questi ultimi erano i cosiddetti Osservanti che si staccarono dai Conventuali che propendevano per l’erezione di conventi già in muratura, superando così una condizione di assoluta povertà e dispregio assoluto dei beni mondani.
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Dopo di che, anche gli Osservanti – ha continuato frate Giancarlo – si misero un po’ comodi e subirono a loro volta una scissione con il distacco dei frati minori riformati. Intanto erano nati i Cappuccini che erano ancora un’altra corrente, E fu con i Riformati che attorno alla chiesa del monte Barro si formò un romitorio. Delle sue origini parla padre Gerolamo Francesco Subaglio, nativo di Merate, che nel 1843 ha scritto una Cronaca dei Riformati della Provincia di Milano, ricordando come i frati ritiratisi sul Barro dovevano osservare la povertà estrema in tutti i campi, come le loro celle non dovessero mai essere chiuse la notte e come dormissero sulla paglia, come non si mangiasse carne per settimana e come in cucina il fuoco restasse spento anche per giorni, E, ancora, come per l’osservanza assoluta del silenzio, di notte i frati si levassero addirittura gli zoccoli dai piedi.
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Oggi – la conclusione – le differenze sono ormai soltanto “giuridiche”, senza dimenticare che anche i frati francescani attraversano un momento “grave”: «I conventi sono sempre meno e sempre meno sono i frati, Ma non possiamo dare la colpa solo alla fede che diminuisce, ma anche all’esempio che noi frati diamo. Dovremmo dare stimoli e non essere soltanto testimonianza di qualcosa che appartiene al passato.»
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Giovanna Virgilio ha spiegato come l’idea di questo libro sia arrivata dalla necessità di evidenziare l’importanza di una chiesa che oggi appare soffocata dalle costruzioni che la circondano, con il convento ormai scomparso da oltre un secolo, da quando al suo posto venne costruito un albergo. Eppure è una chiesa che al suo interno conserva un patrimonio artistico di grande interesse.
«Questo genere di libri – ha detto – sono frutto della volontà di persone che riconoscono i valori della storia e della cultura. E i miei sono studi che riprendono quelli di altre persone: parlo di Giuseppe Panzeri e di Federico Bonifacio», figure di primo piano per la conservazione valorizzazione del monte Barro.
La leggenda dice chela chiesa risalga addirittura ai tempi di sant’Ambrogio e quindi al IV secolo, anche se in realtà l’edificio è attestato nei documenti solo dal XIII secolo.
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«Fu alla fine del Quattrocento – ha spiegato Virgilio – che la Confraternita dei galbiatesi si fece assistere dagli Osservanti del convento di San Giacomo degli Zoccolanti a Castello che inizialmente andavano e venivano tra Lecco e il Monte Barro. Finché la Confraternita decise di dare una sede stabile ai frati: la chiesa venne ampliata e fu costruito il convento. Negli anni Ottanta del XVI secolo agli Osservanti subentrarono i Riformati: la chiese venne ulteriormente ampliata con la realizzazione di due cappelle dedicate a san Francesco e a sant’Antonio da Padova. Fu il luogo dal quale si irradiò in tutta la Lombardia la riforma francescana, venne anche istituito un noviziato. Era un luogo lontano che ispirava una vita di penitenza. Da qui partivano i frati protagonisti della diffusione della riforma francescana in Italia ma anche in Europa.»
In quanto all’aspetto artistico, Virgilio ha sottolineato come la chiesa conservi due cicli di affreschi, uno risalente al Cinquecento, l’altro al Settecento «quando i pasti non erano ormai più così frugali e la vita quotidiana così difficile o castigata.»
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I primi affreschi – ha proseguito la studiosa - non sono di grande qualità, ma sono importanti perché testimoniano la presenza nel territorio lecchese di una bottega di mastri e pittori, di artisti che lavoravano anche nelle altre sedi francescane del territorio. Il grande interesse è anche rappresentato da un’iconografia rara e presente solo da queste parti, come le rappresentazioni dei protomartiri francescani uccisi a Ceuta, in Nord Africa.
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Quei frati furono inviati per convertire gli islamici e vennero decapitati. Ma la particolarità è che il pittore li raffigurò con la testa attaccata al collo ma con un gran taglio sopra la fronte e il sangue che cola sul viso. Particolari scomparsi dalle raffigurazioni del monte Barro, per via del degrado avvenuto nel corso del tempo, ma che si ritrovano negli altri conventi collegati e si tratta di figure praticamente sovrapponibili.
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Affascinante ascoltare il racconto sul tentativo (riuscito) di dare un nome agli autori di quei santi.
Inizialmente, Virgilio era risalita ai nomi di certi Giovanni Battista e Domenico Chiesotto o Chiozotto di Germanedo. La convinzione era che Chiesotto o Chiozotto fosse in realtà solo un soprannome: vano lo spulciare negli archivi della chiesa parrocchiale di Germanedo, fruttuosa invece la ricerca in quella dei frati minori della Lombardia dove ai due, fratelli probabilmente gemelli, è stato dato un cognome vero: Galimberti. E sono gli stessi che realizzarono gli affreschi del convento di San Giacomo degli Zoccolanti di Castello. Loro anche la crocifissione, ora conservata nel Santuario della Vittoria, un tempo attribuita a Gaudenzio Ferrari o a suoi allievi perché paragonabile a quella realizzata da Ferrari a Varallo Sesia. La realtà è che i Galimberti avevano grande mestiere e conoscevano quando si produceva di artistico in Italia. E si rifacevano quindi ai grandi maestri dell’epoca.
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«Significa – la sintesi – che a Lecco non c’era solo chi lavorava il ferro o commerciava i tessuti o pescava, ma c’era anche chi dipingeva, appunto come i Galimberti.»                                                         
D.C.
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