Lecco: con Femminile Presente! un confronto sulla 'nuova identità maschile'
Si è tenuto ieri sera al Palazzo del Commercio di Lecco l’incontro “Una nuova identità maschile. Quale?”, promosso dall'associazione Femminile Presente! in occasione della Giornata internazionale della donna. L'iniziativa ha voluto aprire uno spazio di riflessione sul tema dell’identità maschile nella società contemporanea, interrogandosi su come uomini e donne possano costruire relazioni più consapevoli e meno condizionate da stereotipi culturali radicati.

Ad aprire l’incontro è stata la presidente dell’associazione Irene Riva, che ha ricordato il lavoro portato avanti dall’organizzazione sul territorio, tra iniziative culturali, attività nelle scuole e partecipazione alla rete provinciale contro la violenza di genere. L’obiettivo, ha spiegato, è promuovere una riflessione che coinvolga entrambi i generi.

«Il maschile e il femminile devono fare pace», ha sottolineato Riva, spiegando come la sfida sia quella di costruire relazioni fondate su reciprocità e complementarità. Introducendo i relatori, ha quindi posto una domanda che ha fatto da filo conduttore alla serata: come deve essere un uomo? Un interrogativo che, come ha ricordato citando Platone, Seneca e Gandhi, chiama in causa responsabilità, onestà e capacità di prendersi cura dell’altro.

Il primo saluto istituzionale è stato portato dal prefetto di Lecco Paolo Ponta, che ha invitato a riflettere sul fenomeno della violenza di genere anche dal punto di vista maschile. «Il cosiddetto sesso forte spesso nasconde debolezze importanti», ha osservato, ricordando come dietro molti episodi di violenza si nascondano fragilità, incapacità di accettare la fine di una relazione o una visione distorta dell’amore inteso come possesso. Per questo, ha aggiunto, i momenti di confronto pubblico rappresentano uno strumento prezioso di prevenzione: fare cultura, ha spiegato, significa lavorare sulle radici del problema prima che si trasformi in un fatto di cronaca.

Dopo gli interventi introduttivi ha preso la parola la filosofa Magda Fontanella, che ha affrontato il tema dell’identità maschile partendo da una riflessione sulla natura dell’essere umano. Fontanella ha invitato a guardare oltre le definizioni rigide di maschile e femminile, ricordando come ogni persona porti dentro di sé entrambe queste dimensioni. «In ogni uomo c’è anche una parte femminile e in ogni donna ce n'è una maschile», ha spiegato, sottolineando come riconoscere questa compresenza significhi uscire da modelli culturali troppo rigidi che per secoli hanno stabilito cosa dovesse essere un uomo e cosa una donna. Secondo la filosofa, la difficoltà che oggi molti uomini sperimentano nel ridefinire il proprio ruolo nasce anche dalla crisi di questi modelli tradizionali. Ma proprio questa crisi, ha osservato, può diventare un’occasione per interrogarsi più a fondo sulla propria identità e sulla dimensione dell’anima. «Non si tratta di perdere qualcosa - ha aggiunto - ma di integrare parti di sé che per troppo tempo sono state negate o considerate segni di debolezza». In questa prospettiva, la ricerca di una nuova identità maschile passa anche attraverso la capacità di riconoscere fragilità, cura ed empatia come dimensioni pienamente umane, non legate esclusivamente al femminile ma appartenenti alla persona nella sua interezza.

A seguire è intervenuto don Cristiano Mauri, sacerdote e mediatore familiare della comunità pastorale del centro di Lecco, che ha affrontato il tema delle relazioni tra uomo e donna soffermandosi anche sul peso delle interpretazioni culturali e religiose. Mauri ha ricordato come nel tempo alcune letture dei testi biblici abbiano contribuito a consolidare stereotipi e visioni gerarchiche del rapporto tra i sessi, spesso basate su interpretazioni parziali. In particolare ha richiamato il racconto della Genesi, spiegando come nel corso dei secoli sia stato talvolta utilizzato per giustificare un’idea di subordinazione della donna all’uomo.
«Molte volte facciamo dire ai testi quello che vogliamo sentirci dire», ha osservato, invitando invece a tornare a una lettura più attenta e consapevole delle Scritture. Il sacerdote ha sottolineato come il racconto biblico, se letto nella sua profondità, parli in realtà di relazione e reciprocità, non di dominio. Da qui l’invito a riflettere anche sul linguaggio che utilizziamo quando parliamo di maschile e femminile, perché proprio attraverso le parole si trasmettono modelli culturali che finiscono per influenzare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Un lavoro culturale, ha concluso, che riguarda tutta la società e che passa anche dalla capacità di rimettere in discussione stereotipi radicati.

Il punto di vista delle istituzioni e delle forze dell’ordine è stato portato dal comandante provinciale dei Carabinieri di Lecco, il colonnello Nicola Melidonis, che ha ricostruito l’evoluzione della legislazione italiana in materia di violenza di genere. Il colonnello ha ricordato come per molti anni l’ordinamento giuridico abbia tollerato o addirittura giustificato comportamenti che oggi sono riconosciuti come gravi violazioni dei diritti delle persone. Tra gli esempi citati, il delitto d’onore, abolito solo nel 1981, e una cultura giuridica che per lungo tempo ha faticato a riconoscere pienamente la gravità della violenza domestica. Negli ultimi decenni, ha spiegato, il quadro normativo è cambiato profondamente, con l’introduzione di strumenti sempre più incisivi per la tutela delle vittime, come le norme sul femminicidio e il cosiddetto Codice Rosso.

«La legislazione di una generazione può diventare la morale di quella successiva», ha ricordato citando il giurista Walker e sottolineando come il diritto abbia anche una funzione educativa. Accanto alle leggi, tuttavia, resta fondamentale il lavoro di prevenzione culturale e di ascolto delle vittime, che vede impegnate quotidianamente le forze dell’ordine insieme alla rete territoriale di istituzioni e associazioni.

Nel dibattito finale sono intervenuti anche il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni e l’assessore alle Pari opportunità Renata Zuffi. Il primo cittadino ha evidenziato come il tema della differenza di genere e della costruzione dell’identità maschile e femminile tocchi profondamente sia la dimensione personale sia quella sociale.

«Parlare di maschile e femminile significa confrontarsi con differenze profonde che riguardano identità, ruoli e modelli familiari», ha spiegato, ricordando come molti giovani, in particolare di seconda generazione, si trovino a mediare tra modelli culturali diversi, tra tradizioni e influssi esterni, dalla scuola ai media. Secondo Gattinoni, riconoscere e accogliere queste differenze è fondamentale non solo per la crescita individuale, ma anche per costruire una comunità più coesa e rispettosa: «Il rispetto reciproco tra uomini e donne, tra individui diversi, è il primo passo per far crescere una società sana e inclusiva».

Zuffi ha invece richiamato il lavoro svolto negli ultimi anni dal Comune all’interno della rete territoriale contro la violenza di genere, un percorso che coinvolge istituzioni, scuole e associazioni. Portando anche la propria esperienza di insegnante, ha raccontato come nelle nuove generazioni stia emergendo una sensibilità diversa rispetto ai modelli tradizionali. «I ragazzi di oggi - ha osservato - non vogliono più sentirsi raccontare un’identità maschile schiacciata sugli stereotipi». Un segnale che, secondo l’assessore, invita gli adulti a mettersi in ascolto e a riconoscere nei giovani uno sguardo nuovo sul futuro delle relazioni tra uomini e donne.

Ad aprire l’incontro è stata la presidente dell’associazione Irene Riva, che ha ricordato il lavoro portato avanti dall’organizzazione sul territorio, tra iniziative culturali, attività nelle scuole e partecipazione alla rete provinciale contro la violenza di genere. L’obiettivo, ha spiegato, è promuovere una riflessione che coinvolga entrambi i generi.

«Il maschile e il femminile devono fare pace», ha sottolineato Riva, spiegando come la sfida sia quella di costruire relazioni fondate su reciprocità e complementarità. Introducendo i relatori, ha quindi posto una domanda che ha fatto da filo conduttore alla serata: come deve essere un uomo? Un interrogativo che, come ha ricordato citando Platone, Seneca e Gandhi, chiama in causa responsabilità, onestà e capacità di prendersi cura dell’altro.

Il primo saluto istituzionale è stato portato dal prefetto di Lecco Paolo Ponta, che ha invitato a riflettere sul fenomeno della violenza di genere anche dal punto di vista maschile. «Il cosiddetto sesso forte spesso nasconde debolezze importanti», ha osservato, ricordando come dietro molti episodi di violenza si nascondano fragilità, incapacità di accettare la fine di una relazione o una visione distorta dell’amore inteso come possesso. Per questo, ha aggiunto, i momenti di confronto pubblico rappresentano uno strumento prezioso di prevenzione: fare cultura, ha spiegato, significa lavorare sulle radici del problema prima che si trasformi in un fatto di cronaca.

Dopo gli interventi introduttivi ha preso la parola la filosofa Magda Fontanella, che ha affrontato il tema dell’identità maschile partendo da una riflessione sulla natura dell’essere umano. Fontanella ha invitato a guardare oltre le definizioni rigide di maschile e femminile, ricordando come ogni persona porti dentro di sé entrambe queste dimensioni. «In ogni uomo c’è anche una parte femminile e in ogni donna ce n'è una maschile», ha spiegato, sottolineando come riconoscere questa compresenza significhi uscire da modelli culturali troppo rigidi che per secoli hanno stabilito cosa dovesse essere un uomo e cosa una donna. Secondo la filosofa, la difficoltà che oggi molti uomini sperimentano nel ridefinire il proprio ruolo nasce anche dalla crisi di questi modelli tradizionali. Ma proprio questa crisi, ha osservato, può diventare un’occasione per interrogarsi più a fondo sulla propria identità e sulla dimensione dell’anima. «Non si tratta di perdere qualcosa - ha aggiunto - ma di integrare parti di sé che per troppo tempo sono state negate o considerate segni di debolezza». In questa prospettiva, la ricerca di una nuova identità maschile passa anche attraverso la capacità di riconoscere fragilità, cura ed empatia come dimensioni pienamente umane, non legate esclusivamente al femminile ma appartenenti alla persona nella sua interezza.

A seguire è intervenuto don Cristiano Mauri, sacerdote e mediatore familiare della comunità pastorale del centro di Lecco, che ha affrontato il tema delle relazioni tra uomo e donna soffermandosi anche sul peso delle interpretazioni culturali e religiose. Mauri ha ricordato come nel tempo alcune letture dei testi biblici abbiano contribuito a consolidare stereotipi e visioni gerarchiche del rapporto tra i sessi, spesso basate su interpretazioni parziali. In particolare ha richiamato il racconto della Genesi, spiegando come nel corso dei secoli sia stato talvolta utilizzato per giustificare un’idea di subordinazione della donna all’uomo.
«Molte volte facciamo dire ai testi quello che vogliamo sentirci dire», ha osservato, invitando invece a tornare a una lettura più attenta e consapevole delle Scritture. Il sacerdote ha sottolineato come il racconto biblico, se letto nella sua profondità, parli in realtà di relazione e reciprocità, non di dominio. Da qui l’invito a riflettere anche sul linguaggio che utilizziamo quando parliamo di maschile e femminile, perché proprio attraverso le parole si trasmettono modelli culturali che finiscono per influenzare il modo in cui le persone vivono le relazioni. Un lavoro culturale, ha concluso, che riguarda tutta la società e che passa anche dalla capacità di rimettere in discussione stereotipi radicati.

Il punto di vista delle istituzioni e delle forze dell’ordine è stato portato dal comandante provinciale dei Carabinieri di Lecco, il colonnello Nicola Melidonis, che ha ricostruito l’evoluzione della legislazione italiana in materia di violenza di genere. Il colonnello ha ricordato come per molti anni l’ordinamento giuridico abbia tollerato o addirittura giustificato comportamenti che oggi sono riconosciuti come gravi violazioni dei diritti delle persone. Tra gli esempi citati, il delitto d’onore, abolito solo nel 1981, e una cultura giuridica che per lungo tempo ha faticato a riconoscere pienamente la gravità della violenza domestica. Negli ultimi decenni, ha spiegato, il quadro normativo è cambiato profondamente, con l’introduzione di strumenti sempre più incisivi per la tutela delle vittime, come le norme sul femminicidio e il cosiddetto Codice Rosso.

«La legislazione di una generazione può diventare la morale di quella successiva», ha ricordato citando il giurista Walker e sottolineando come il diritto abbia anche una funzione educativa. Accanto alle leggi, tuttavia, resta fondamentale il lavoro di prevenzione culturale e di ascolto delle vittime, che vede impegnate quotidianamente le forze dell’ordine insieme alla rete territoriale di istituzioni e associazioni.

Nel dibattito finale sono intervenuti anche il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni e l’assessore alle Pari opportunità Renata Zuffi. Il primo cittadino ha evidenziato come il tema della differenza di genere e della costruzione dell’identità maschile e femminile tocchi profondamente sia la dimensione personale sia quella sociale.

«Parlare di maschile e femminile significa confrontarsi con differenze profonde che riguardano identità, ruoli e modelli familiari», ha spiegato, ricordando come molti giovani, in particolare di seconda generazione, si trovino a mediare tra modelli culturali diversi, tra tradizioni e influssi esterni, dalla scuola ai media. Secondo Gattinoni, riconoscere e accogliere queste differenze è fondamentale non solo per la crescita individuale, ma anche per costruire una comunità più coesa e rispettosa: «Il rispetto reciproco tra uomini e donne, tra individui diversi, è il primo passo per far crescere una società sana e inclusiva».

Zuffi ha invece richiamato il lavoro svolto negli ultimi anni dal Comune all’interno della rete territoriale contro la violenza di genere, un percorso che coinvolge istituzioni, scuole e associazioni. Portando anche la propria esperienza di insegnante, ha raccontato come nelle nuove generazioni stia emergendo una sensibilità diversa rispetto ai modelli tradizionali. «I ragazzi di oggi - ha osservato - non vogliono più sentirsi raccontare un’identità maschile schiacciata sugli stereotipi». Un segnale che, secondo l’assessore, invita gli adulti a mettersi in ascolto e a riconoscere nei giovani uno sguardo nuovo sul futuro delle relazioni tra uomini e donne.
G.D.




















