LA MEMORIA INDUSTRIALE/4: dopo decenni torna a vivere l’area fantasma in centro città
Per decenni è stata quasi un’area fantasma. Cinta da mura che non consentivano ai passanti di vedere alcunché oltre, l’area della ex Faini, a ridosso della prepositurale di San Nicolò, è rimasta a lungo una sorta di terra sconosciuta nel cuore della città. Erano ancora gli anni Sessanta, quando la Faini chiuse i battenti, la grande crisi che avrebbe stravolto la città negli anni Ottanta era di là da venire e nemmeno immaginata. Lecco era ancora fatta d’industre, terra di operai che si riversavano nelle strade al suono delle sirene.
Quell’area dismessa – come vengono definiti i terreni “abbandonati” dalle fabbriche che vi operavano – rappresentava quasi una rarità. Non era l’unica, certo: nella zona di Santo Stefano vi erano i capannoni abbandonati della “Super Blanka” – teatro, a metà degli anni Settanta, anche di una tragedia, quando uno dei tanti ragazzini affascinati dalle rovine del vecchio stabilimento precipitò da un tetto perdendo la vita – che avrebbero lasciato il posto a un complesso di case popolari, a un asilo nido e a uffici comunali decentrati. Ma in questo caso si era in periferia, in una zona all’epoca quasi declassata dopo la tragica frana del monte San Martino nel 1969 e la chiusura della via Stelvio. La ex Faini era invece in pieno centro cittadino.
La “Faini” era stata per quasi un secolo una fabbrica di una certa rinomanza, tra i marchi prestigiosi offerti della nostra città, Fondata nel 1880 (ma lo stabilimento di via Parini risale al 1919), produceva profilati metallici, parti metalliche per ombrelli e raggi per biciclette e poi anche in seguito anche per auto e moto. Anzi, dallo stabilimento lecchese uscì anche una sorta di biciletta a motore, antesignano di certi motocicli che avrebbero avuto la loro stagione d’oro all’epoca del boom economico.
Quella specie di velocipede – ci racconta quel depositario della storia motociclistica lecchese che è Oscar Malugani – montava un piccolo motore ideato da Pietro Vassena (1897-1967), l’imprenditore e inventore lecchese conosciuto soprattutto per lo sfortunato esperimento del sommergibile C3. Era il 1921, quando Riccardo Faini costruì il primo esemplare di quel motore a due tempi di 98 centimetri cubici di cilindrata. Inizialmente applicato su una bicicletta per alcune prove, venne poi adottato su più larga scala. Sembra che i lecchesi apprezzassero la novità, considerata la conformazione di una città che si arrampica sulle pendici montane. Raggiungere rioni come Rancio e Laorca diventava con quel “motorino” meno faticoso. Successivamante, il motore venne ulteriormente potenziato con una versione da 106 cc e una terza da 123 con addirittura due marce. Lo stesso Malugani ci dice anche che la Faini parteciò, con quel mezzo (opportunamente riadattato) a gare motociclistiche, puntando su un pilota di Tolentino, nelle Marche: Vittorio Conti.

Quell’esperienza, però, non durò a lungo. Non sono chiari i motivi, ma dopo pochi anni, la produzione venne interrotta. E della bicicletta a motore si perse anche la memoria. Dal canto sua, la “Faini” continuò nella sua attività tradizionale: raggi e accessori per ombrelli. Con buona parte della produzione rivolta ai mercati esteri.
Negli anni Sessanta, con l’utilizzo sempre maggiore della plastica in molti settori dell’industria, comincia a mettere in difficoltà l’azienda lecchese. Che nel 1967, dopo il periodo di chiusura per ferie del mese di agosto, non riaprì i cancelli. Lasciando senza lavoro circa 600 operai, in gran parte manodopera femminile. A nulla servì l’occupazione della fabbrica da parte dei dipendenti: di quella mobilitazione rimane una foto negli archivi della Camera del lavoro, pubblicata nel libro curato da Casto Pattarini, “Vite operaie”, uscito nel 2012 su iniziative del sindacato pensionati della Cgil.

Oggi, su quell’area sta crescendo quella sorta di “villaggio” della basilica di San Nicolò: la nuova sede della Caritas avviata ormai da oltre un anno, l’ampliamento dell’asilo, il nuovo oratorio in fase di completamento. Un progetto messo sulla carta nel 2016 e la cui realizzazione è cominciata nel 2019, ma che in realtà ha una storia più lunga. E’ stato definito il sogno di monsignor Enrico Assi: fu prevosto di Lecco dal 1962 al 1976. E fu proprio lui a prendere contatti con i Faini per l’acquisto dell’area. Già nel 1967 e quindi a chiusura appena avvenuta.

Fu l’interessamento di don Assi e quelle trattative che si conclusero con esito positivo, che probabilmente scongiurarono un diverso destino con la realizzazione di grandi complessi condominiali come accaduto in aree circostanti. Si trattava del resto di un’area più che appetibile, così a ridosso del nucleo storico della città.
I tempi della Chiesa spesso sono lunghi e tali lo sono appunto stati anche in questa occasione. Ma ora l’area è un gran cantiere.
Come per altre fabbriche lecchesi, anche in occasione dell’abbattimento dell’ex Faini sono intervenuti i musei per verificare la possibile esistenza di reperti di archeologia industriale da salvare. Alla fine il vincolo della Soprintendenza è stato posto solo alcune colonne particolari tra quelle che sostenevano io capannoni.

L'area come si presenta oggi
Quell’area dismessa – come vengono definiti i terreni “abbandonati” dalle fabbriche che vi operavano – rappresentava quasi una rarità. Non era l’unica, certo: nella zona di Santo Stefano vi erano i capannoni abbandonati della “Super Blanka” – teatro, a metà degli anni Settanta, anche di una tragedia, quando uno dei tanti ragazzini affascinati dalle rovine del vecchio stabilimento precipitò da un tetto perdendo la vita – che avrebbero lasciato il posto a un complesso di case popolari, a un asilo nido e a uffici comunali decentrati. Ma in questo caso si era in periferia, in una zona all’epoca quasi declassata dopo la tragica frana del monte San Martino nel 1969 e la chiusura della via Stelvio. La ex Faini era invece in pieno centro cittadino.


Le colonne salvate
Quella specie di velocipede – ci racconta quel depositario della storia motociclistica lecchese che è Oscar Malugani – montava un piccolo motore ideato da Pietro Vassena (1897-1967), l’imprenditore e inventore lecchese conosciuto soprattutto per lo sfortunato esperimento del sommergibile C3. Era il 1921, quando Riccardo Faini costruì il primo esemplare di quel motore a due tempi di 98 centimetri cubici di cilindrata. Inizialmente applicato su una bicicletta per alcune prove, venne poi adottato su più larga scala. Sembra che i lecchesi apprezzassero la novità, considerata la conformazione di una città che si arrampica sulle pendici montane. Raggiungere rioni come Rancio e Laorca diventava con quel “motorino” meno faticoso. Successivamante, il motore venne ulteriormente potenziato con una versione da 106 cc e una terza da 123 con addirittura due marce. Lo stesso Malugani ci dice anche che la Faini parteciò, con quel mezzo (opportunamente riadattato) a gare motociclistiche, puntando su un pilota di Tolentino, nelle Marche: Vittorio Conti.

Il progetto della parrocchia
Quell’esperienza, però, non durò a lungo. Non sono chiari i motivi, ma dopo pochi anni, la produzione venne interrotta. E della bicicletta a motore si perse anche la memoria. Dal canto sua, la “Faini” continuò nella sua attività tradizionale: raggi e accessori per ombrelli. Con buona parte della produzione rivolta ai mercati esteri.


L'occupazione del 1957 dal libro ''Vite operaie''
Oggi, su quell’area sta crescendo quella sorta di “villaggio” della basilica di San Nicolò: la nuova sede della Caritas avviata ormai da oltre un anno, l’ampliamento dell’asilo, il nuovo oratorio in fase di completamento. Un progetto messo sulla carta nel 2016 e la cui realizzazione è cominciata nel 2019, ma che in realtà ha una storia più lunga. E’ stato definito il sogno di monsignor Enrico Assi: fu prevosto di Lecco dal 1962 al 1976. E fu proprio lui a prendere contatti con i Faini per l’acquisto dell’area. Già nel 1967 e quindi a chiusura appena avvenuta.

L'ex Faini in una foto di Carlo Pozzoni (La città del ferro)
Fu l’interessamento di don Assi e quelle trattative che si conclusero con esito positivo, che probabilmente scongiurarono un diverso destino con la realizzazione di grandi complessi condominiali come accaduto in aree circostanti. Si trattava del resto di un’area più che appetibile, così a ridosso del nucleo storico della città.
I tempi della Chiesa spesso sono lunghi e tali lo sono appunto stati anche in questa occasione. Ma ora l’area è un gran cantiere.

D.C.




















