In ''pellegrinaggio'' a Pescarenico: 450 anni fa sorse il convento dei frati
Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, Lecco celebra anche un altro anniversario francescano ed è anniversario di non poco conto: il prossimo mese di maggio ricorreranno infatti i 450 anni del convento di Pescarenico diventato luogo simbolo del gran romanzo manzoniano dei “Promessi sposi”, sostanzialmente l’unico autentico fra i tanti “luoghi manzoniani” inventati. Ora, i cappuccini lecchesi stanno di casa alle falde del monte San Martino, ai piedi di quel colle di Santo Stefano indicato come il primissimo nucleo di Lecco.
Per domani, domenica 15 marzo, proprio i frati di viale Turati hanno promosso un “pellegrinaggio” a Pescarenico, una delle prime iniziative per l’anno giubilare francescano e l’anniversario lecchese: alle 15 è in programma la visita guidata alla chiesa parrocchiale di Pescarenico, alla quale seguirà, alle 16, la celebrazione dei Vespri.
Frati erano presenti nella conca lecchese – di qua e di là dal lago – già da tempo. Se ne parlerà proprio mercoledì sera all’Officina Badoni (ore 21) su iniziativa dell’Associazione Bovara in occasione della presentazione del libro di Giovanna Virgilio dedicato alla chiesa del Monte Barro.
Nel XV secolo, la poi celebre “terricciola” di Pescarenico era un villaggio miserevole, abitato da una dozzina di famiglie dedite soprattutto alla pesca. La vita quotidiana – ci tramandano le cronache dell’epoca – era ben difficile. Poco discosta dalle case sorgeva una piccola chiesa intitolata a San Gregorio di probabile fondazione longobarda, governata direttamente dal prevosto di Leco che vi inviava propri sacerdoti ad amministrare i sacramenti. La chiesa, come molte altre a quell’epoca, versava in pessime condizioni e, infatti, l’arcivescovo Carlo Borromeo ne sollecitò la sistemazione in occasione della sua visita pastorale del 1566.
Mentre si pensava a San Gregorio, prendeva corpo anche l’ipotesi di un convento di cappuccini per i quali inizialmente si guardò all’area dove sorgeva la chiesa di San Giacomo, appena fuori le mura del borgo di Lecco. Così ne avrebbe scritto due secoli dopo fra’ Bernardo Tartari nella sua “Cronichetta”: «Desiderando li nostri Padri d'haver un luogo per fabricarvi un Convento nella Fortezza di Lecco o suo territorio» alcuni indicarono la vecchia chiesa di San Giacomo appena fuori le mura del borgo, «altri pretendevano che si pigliasse la piccola Chiesa di S. Gregorio Papa che serviva ed ora serve come di Parrocchia alla Gente di Pescarenico quasi un miglio distante dà Lecco. Finalmente dopo vari dibattimenti, e repliche, fu unanimemente concluso che si accettasse questo secondo partito, ma di servirsi del luogo, e non della Chiesa».
Nel 1566 venne posata la prima pietra. La stessa “Cronichetta” ci dice che il primo convento fu una struttura più che essenziale («povera, bassa e piccola al sommo»): vi alloggiavano dodici frati. Molte più risorse vennero utilizzate per la chiesa, realizzata proprio accanto a quella di San Gregorio e che «fu tenuta grande a motivo che vi concorreva gran popolo tre o quattro volte l’anno».
Il convento sarebbe durato due secoli e mezzo. Per una parte, la sua storia è appunto raccontata dalla “Cronichetta” redatta nel Settecento dall’acquatese fra’ Bernardo Tartari e continuata da un fra’ Cristoforo da Barzio, alla cui presenza a Pescarenico oggi si ricorre per suggestionare i turisti richiamando il fra’ Cristoforo di Alessandro Manzoni. Lo scrittore ben conosceva quel convento. Le proprietà della famiglia Manzoni si stendevano infatti fin lì, fin sulla riva dell’Adda. E gli stessi biografi manzoniani ci raccontano delle passeggiate del giovane Alessandro e di una particolare visita alla chiesa che colpi non poco la sensibilità del futuro scrittore. Il quale, nel suo romanzo, avrebbe poi descritto alcuni momenti della vita e delle consuetudini conventuali, a cominciare dalla “cerca”, la raccolta di noci fatte casa per casa.
Nella storia tumultuosa di Renzo e Lucia, qualche studioso parla del convento come luogo della serenità contrapposto al palazzotto di don Rodrigo, sede di malvagità.
In realtà, leggendo proprio la “Cronichetta”, le turbolenze non mancarono nemmeno a Pescarenico. In particolare, con il clero secolare e il prevosto anche solo per questioni di “vicinato”. Turbolenze riemerse anche ai tempi moderni. E cioè alla fine dell’Ottocento quando - dopo mesi difficili contraddistinti da proteste popolari arrivate fin quasi al vero e proprio tumulto – venne ufficialmente nominato il primo parroco del villaggio, don Abele Meles, che si insediò nel 1898.
I frati ormai non erano neppure più un ricordo: se ne erano già andati da una novantina d’anni, nel 1810, dopo la soppressione del convento in seguito alle riforme napoleoniche. Vi avrebbero fatto ritorno quasi un secolo e mezzo dopo, appunto ai piedi del colle di Santo Stefano: prima furono ospitati in quella che veniva chiamata la Ca’ Rossa (rimane il nome di una strada a ricordarla) e successivamente nel nuovo convento progettato dall’architetto Mino Fiocchi a chiudere viale Turati, realizzato in due anni e consacrato nel 1951.
Dopo la soppressione napoleonica, le chiese di Pescarenico restarono, ma il convento finì in mani private e utilizzato per gli scopi più diversi: vi si installò anche un’officina per la produzione di chiodi. Soggetto a una serie di modifiche e ristrutturazioni, cambiò completamente aspetto. Sopravvisse solo il caratteristico campaniletto triangolare. Lo smembramento, naturalmente, interessò anche la documentazione. Come appunto la “Cronichetta” fortunatamente salvata: consultata già nel corso dell’Ottocento dagli storici locali, nel 1965 fu integralmente pubblicata dall’editore Bartolozzi a cura dell’avvocato Bruno Furlani.
Negli anni Venti del Novecento restarono inascoltati gli accorati appelli di monsignor Giuseppe Polvara, il prete-architetto originario proprio di Pescarenico, fondatore della Scuola del Beato Angelico e punto di riferimento per l’arte sacra: chiedeva che il vecchio convento fosse recuperato. Lo stesso Polvara ne disegnò una ipotetica pianta, basata dalle descrizioni ricavate dalla “Cronichetta” ma anche da memoria personali.
Il convento era ormai avviato a un declino inarrestabile. Soltanto all’inizio degli anni Duemila partì una campagna per la riacquisizione e il recupero del complesso. Nel 2015 l’inaugurazione della struttura rinnovata. Non è certo l’antico convento, ma in una piccola ala sono state ricostruite alcune delle celle che ospitavano i frati.
Per domani, domenica 15 marzo, proprio i frati di viale Turati hanno promosso un “pellegrinaggio” a Pescarenico, una delle prime iniziative per l’anno giubilare francescano e l’anniversario lecchese: alle 15 è in programma la visita guidata alla chiesa parrocchiale di Pescarenico, alla quale seguirà, alle 16, la celebrazione dei Vespri.

Nel XV secolo, la poi celebre “terricciola” di Pescarenico era un villaggio miserevole, abitato da una dozzina di famiglie dedite soprattutto alla pesca. La vita quotidiana – ci tramandano le cronache dell’epoca – era ben difficile. Poco discosta dalle case sorgeva una piccola chiesa intitolata a San Gregorio di probabile fondazione longobarda, governata direttamente dal prevosto di Leco che vi inviava propri sacerdoti ad amministrare i sacramenti. La chiesa, come molte altre a quell’epoca, versava in pessime condizioni e, infatti, l’arcivescovo Carlo Borromeo ne sollecitò la sistemazione in occasione della sua visita pastorale del 1566.



Nella storia tumultuosa di Renzo e Lucia, qualche studioso parla del convento come luogo della serenità contrapposto al palazzotto di don Rodrigo, sede di malvagità.


Dopo la soppressione napoleonica, le chiese di Pescarenico restarono, ma il convento finì in mani private e utilizzato per gli scopi più diversi: vi si installò anche un’officina per la produzione di chiodi. Soggetto a una serie di modifiche e ristrutturazioni, cambiò completamente aspetto. Sopravvisse solo il caratteristico campaniletto triangolare. Lo smembramento, naturalmente, interessò anche la documentazione. Come appunto la “Cronichetta” fortunatamente salvata: consultata già nel corso dell’Ottocento dagli storici locali, nel 1965 fu integralmente pubblicata dall’editore Bartolozzi a cura dell’avvocato Bruno Furlani.

Il convento era ormai avviato a un declino inarrestabile. Soltanto all’inizio degli anni Duemila partì una campagna per la riacquisizione e il recupero del complesso. Nel 2015 l’inaugurazione della struttura rinnovata. Non è certo l’antico convento, ma in una piccola ala sono state ricostruite alcune delle celle che ospitavano i frati.
D.C.




















