Contenziosi: la CISL Lecco e Monza recupera 7 milioni per i propri assistiti
Circa tremila lavoratori assistiti tra Lecco e Monza nell’ambito di contenziosi aziendali, con una cifra complessiva recuperata di 7 milioni di euro. E’ il bilancio del 2025 del sindacato Cisl.

I dati sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa tenutasi questa mattina nella sede lecchese di via Besonda con l’intervento del segretario generale Mirco Scaccabarozzi, del responsabile dell’ufficio vertenze Antonio Mastroberti e del componente della segreteria Roberto Frigerio.

E’ stato Mastroberti a offrire una interpretazione dei dati che, di là dall’asetticità dei numeri, consente una lettura dell’evoluzione del mondo del lavoro, dei cambiamenti in corso, evidenziando in questo caso quanto da tempo mette d’accordo gli analisti: oggi, non è più l’azienda a scegliere i lavoratori, bensì il contrario.

Nell’ultimo quinquennio, il numero delle vertenze sindacali che ha impegnato i rappresentanti della Cisl è stato sostanzialmente stabile, ma l’anno scorso si è registrata una diminuzione rispetto al 2024, un dato che non va comunque letto come una minor conflittualità, bensì come una maggior titubanza da parte dei lavoratori a promuovere una causa contro i propri datori per i più svariati motivi: in caso di insuccesso, infatti, si sarebbe costretti a pagare le spese processuali con cifre spesso insostenibili e quindi si preferisce una conciliazione, un accordo al ribasso. Tanto più che le leggi degli ultimi anni, a partire del celeberrimo “jobs act” di una decina d’anni fa, hanno ridotto l’ammontare dei risarcimenti, mentre i consueti tempi lunghi dei tribunali costituiscono un deterrente.

Sul tipo di vertenze aperte nel nostro territorio, sono in aumento le situazioni di lavoro “tossico” vale a dire di chi denuncia vessazioni, mobbing o demansionamenti. Dopo lo spartiacque epocale dell’epidemia di covid, il lavoro non viene più visto come fattore principale della vita: in gioco entra anche altro. E infatti gli stessi giovani scelgono mestieri che maggiormente si conciliano con le proprie esigenze personali, relazionali, di tempo libero.

Non è un caso che il 90% delle dimissioni è legato proprio alla ricerca di un ambiente di lavoro migliore non solo dal punto di vista del ritorno economico. E il 43% dei dimissionari è compreso nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni.
Ed è per questo che Mastroberti ha osservato che «anche le aziende devono cambiare la maniera di gestire il personale: i lavoratori vogliono stare bene e le aziende devono adeguarsi a quella che ormai è un’esigenza complessiva.

Un altro aspetto che il bilancio mette in luce è l’aumento delle controversie per ragioni di discriminazione per ragioni di nazionalità (circa il 20% delle vertenze riguarda extracomunitari), ma anche di genere e per sviluppi della carriera. Sul fronte femminile sono aumentate le denunce per molestie fisiche o verbali «e ciò è un bene -commenta ancora Mastroberti – perché non è che prima non avvenissero, semplicemente non si denunciavano, La cultura del mondo del lavoro è cambiata: le donne denunciano sempre più spesso.

Nell’elenco delle vertenze, rientrano anche quelle per il “tempo tuta” (comprendere nell’orario di lavoro il tempo necessario al cambio di indumenti, laddove previsto), il controllo dei lavoratori in appalto e di quelli “somministrati”, la questione del riflesso delle ore straordinarie sugli altri istituti della busta paga (ferie, permessi, tredicesima).
«Non tutto è negativo – la conclusione di Mastroberti - Se molti lavoratori si ammalano di lavoro, le aziende ora stanno lavorando sull’ambiente, sugli orari, sulla possibilità di concedere periodi di part-time, sul non imporre straordinari. Ci sono segnali positivi anche se il lavoro è ancora lungo. A oggi, molti laureati lombardi continuano a scappare all’estero per stipendi e condizioni migliori di lavoro.»

Sul quadro complessivo del sistema produttivo, il segretario Scaccabarozzi ha raccomandato attenzione nella lettura dei dati sull’occupazione diffusi a livello generale. Perché è sufficiente che una persona lavori un’ora al mese per essere considerata occupata e pertanto alterando le percentuali sul tasso di occupazione. E anche guardando i numeri della disoccupazione, bisogna sempre tener conto di quel 33% di popolazione inattiva, che ha rinunciato ormai alla ricerca di un posto di lavoro e non è calcolato come disoccupato.
Ha inoltre rilevato come il problema da parte delle aziende nel reperimento di figure professionali – non solo apicali, ma anche tecniche o semplicemente operative -fa il paio con la questione salariale: le remunerazioni continuano a essere bassi nonostante certi settori abbiano incrementato notevolmente i guadagni, basti pensare alla logistica durante e dopo il covid, E’ un tema centrale. Oltre al fatto che Monza e Milano continuano a essere poli attrattivi per i lavoratori lecchesi: «Nel nostro territorio ci sono aziende, anche piccole e artigianali, di assoluta eccellenza, ma a Monza e Milano ci sono imprese più grandi che offrono maggiori possibilità di carriera.»
Resta inoltre centrale il problema della formazione. A questo proposito, Scaccabarozzi ha individuato nei cosiddetti progetti di “Academy its” – e cioè percorsi formativi post-diploma – la formula alla quale ricorrere sempre maggiormente.

E formazione serve anche agli stessi sindacalisti. Perché la complessità del mondo del lavoro – ha detto Mastroberti – richiede una preparazione sempre maggiore. Per intendersi: un laureato in giurisprudenza, avrà poi bisogno di due anni di ulteriore formazione per essere pronto a sostenere vertenze lavorative.

Da questo punto di vista, Frigerio ha sottolineato l’obiettivo della Cisl territoriale di rafforzare ulteriormente l’ufficio vertenze, con la formazione degli operatori con la creazione di una rete con le altre sedi territoriali: «E il bilancio che presentiamo non sono solo numeri, ma fotografa l’impegno quotidiano della Cisl.»
I dati sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa tenutasi questa mattina nella sede lecchese di via Besonda con l’intervento del segretario generale Mirco Scaccabarozzi, del responsabile dell’ufficio vertenze Antonio Mastroberti e del componente della segreteria Roberto Frigerio.
E’ stato Mastroberti a offrire una interpretazione dei dati che, di là dall’asetticità dei numeri, consente una lettura dell’evoluzione del mondo del lavoro, dei cambiamenti in corso, evidenziando in questo caso quanto da tempo mette d’accordo gli analisti: oggi, non è più l’azienda a scegliere i lavoratori, bensì il contrario.

Nell’ultimo quinquennio, il numero delle vertenze sindacali che ha impegnato i rappresentanti della Cisl è stato sostanzialmente stabile, ma l’anno scorso si è registrata una diminuzione rispetto al 2024, un dato che non va comunque letto come una minor conflittualità, bensì come una maggior titubanza da parte dei lavoratori a promuovere una causa contro i propri datori per i più svariati motivi: in caso di insuccesso, infatti, si sarebbe costretti a pagare le spese processuali con cifre spesso insostenibili e quindi si preferisce una conciliazione, un accordo al ribasso. Tanto più che le leggi degli ultimi anni, a partire del celeberrimo “jobs act” di una decina d’anni fa, hanno ridotto l’ammontare dei risarcimenti, mentre i consueti tempi lunghi dei tribunali costituiscono un deterrente.

Sul tipo di vertenze aperte nel nostro territorio, sono in aumento le situazioni di lavoro “tossico” vale a dire di chi denuncia vessazioni, mobbing o demansionamenti. Dopo lo spartiacque epocale dell’epidemia di covid, il lavoro non viene più visto come fattore principale della vita: in gioco entra anche altro. E infatti gli stessi giovani scelgono mestieri che maggiormente si conciliano con le proprie esigenze personali, relazionali, di tempo libero.

Non è un caso che il 90% delle dimissioni è legato proprio alla ricerca di un ambiente di lavoro migliore non solo dal punto di vista del ritorno economico. E il 43% dei dimissionari è compreso nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni.
Ed è per questo che Mastroberti ha osservato che «anche le aziende devono cambiare la maniera di gestire il personale: i lavoratori vogliono stare bene e le aziende devono adeguarsi a quella che ormai è un’esigenza complessiva.

Un altro aspetto che il bilancio mette in luce è l’aumento delle controversie per ragioni di discriminazione per ragioni di nazionalità (circa il 20% delle vertenze riguarda extracomunitari), ma anche di genere e per sviluppi della carriera. Sul fronte femminile sono aumentate le denunce per molestie fisiche o verbali «e ciò è un bene -commenta ancora Mastroberti – perché non è che prima non avvenissero, semplicemente non si denunciavano, La cultura del mondo del lavoro è cambiata: le donne denunciano sempre più spesso.

Nell’elenco delle vertenze, rientrano anche quelle per il “tempo tuta” (comprendere nell’orario di lavoro il tempo necessario al cambio di indumenti, laddove previsto), il controllo dei lavoratori in appalto e di quelli “somministrati”, la questione del riflesso delle ore straordinarie sugli altri istituti della busta paga (ferie, permessi, tredicesima).
«Non tutto è negativo – la conclusione di Mastroberti - Se molti lavoratori si ammalano di lavoro, le aziende ora stanno lavorando sull’ambiente, sugli orari, sulla possibilità di concedere periodi di part-time, sul non imporre straordinari. Ci sono segnali positivi anche se il lavoro è ancora lungo. A oggi, molti laureati lombardi continuano a scappare all’estero per stipendi e condizioni migliori di lavoro.»
Sul quadro complessivo del sistema produttivo, il segretario Scaccabarozzi ha raccomandato attenzione nella lettura dei dati sull’occupazione diffusi a livello generale. Perché è sufficiente che una persona lavori un’ora al mese per essere considerata occupata e pertanto alterando le percentuali sul tasso di occupazione. E anche guardando i numeri della disoccupazione, bisogna sempre tener conto di quel 33% di popolazione inattiva, che ha rinunciato ormai alla ricerca di un posto di lavoro e non è calcolato come disoccupato.
Ha inoltre rilevato come il problema da parte delle aziende nel reperimento di figure professionali – non solo apicali, ma anche tecniche o semplicemente operative -fa il paio con la questione salariale: le remunerazioni continuano a essere bassi nonostante certi settori abbiano incrementato notevolmente i guadagni, basti pensare alla logistica durante e dopo il covid, E’ un tema centrale. Oltre al fatto che Monza e Milano continuano a essere poli attrattivi per i lavoratori lecchesi: «Nel nostro territorio ci sono aziende, anche piccole e artigianali, di assoluta eccellenza, ma a Monza e Milano ci sono imprese più grandi che offrono maggiori possibilità di carriera.»
Resta inoltre centrale il problema della formazione. A questo proposito, Scaccabarozzi ha individuato nei cosiddetti progetti di “Academy its” – e cioè percorsi formativi post-diploma – la formula alla quale ricorrere sempre maggiormente.
E formazione serve anche agli stessi sindacalisti. Perché la complessità del mondo del lavoro – ha detto Mastroberti – richiede una preparazione sempre maggiore. Per intendersi: un laureato in giurisprudenza, avrà poi bisogno di due anni di ulteriore formazione per essere pronto a sostenere vertenze lavorative.
Da questo punto di vista, Frigerio ha sottolineato l’obiettivo della Cisl territoriale di rafforzare ulteriormente l’ufficio vertenze, con la formazione degli operatori con la creazione di una rete con le altre sedi territoriali: «E il bilancio che presentiamo non sono solo numeri, ma fotografa l’impegno quotidiano della Cisl.»
D.C.




















