Baby Gang: la responsabilità individuale esiste, ma lo Stato...

Leggere del caso Baby Gang porta inevitabilmente a riflettere non solo sulla responsabilità individuale, ma anche su quella del contesto che, nel tempo, permette o non riesce a contenere determinati comportamenti.
Questo vale per tutti i casi: si tende a identificare la persona che “può fare quello che vuole” come prepotente, ma raramente ci si chiede chi, intorno a lui, ha consentito che quei comportamenti persistessero. 
L’“intorno” non è solo un insieme indistinto di persone: è la società, le istituzioni, i servizi sociali, la scuola, la comunità. È tutto il sistema.
Baby Gang, oggi venticinquenne, non si è svegliato da un giorno all’altro diventando ciò che si legge dall’ordinanza del gip di Lecco. La sua storia parte dagli anni delle medie: figlio di emigranti, come lui stesso racconta nelle canzoni, esprime da sempre malessere, rabbia, conflitto, incluse invettive contro assistenti sociali e ragazze.
Segnali che avrebbero dovuto far riflettere.
Il contesto di vita – tra Sondrio e Milano – non gli ha negato alternative. Le opportunità c’erano, come per molti altri: scegliere una strada o l’altra è un bivio che ognuno incontra. La strada che ha scelto, però, ha avuto un costo enorme per la collettività.
Lo spiegamento di forze, mezzi e personale impiegato nell’ultimo arresto ha richiesto risorse impressionanti. A questo si aggiungono anni di interventi dal 2015: comunità, psicologi, psichiatri, CTU, processi, riti minorili prima e procedimenti ordinari poi.
Più di dieci anni, di cui oltre cinque da minore in carico ai servizi sociali, di avvertimenti, monitoraggi, messe alla prova — una delle quali gli ha addirittura permesso di avviare la carriera musicale — ma che non hanno portato al risultato sperato.
Per onestà intellettuale bisogna riconoscere che tanti altri minori, con percorsi simili, grazie allo stesso sistema sono riusciti a rimettersi in carreggiata e oggi sono esempi positivi.
Ma sul caso Baby Gang una riflessione seria è inevitabile: la responsabilità individuale esiste, ma lo Stato non può offrire possibilità infinite senza mai porre un limite. Intervenire prima avrebbe protetto sia chi sbaglia una o due volte e merita una possibilità reale, i ragazzi che non sbagliano e la cittadinanza tutta.
In questo caso l’attuale governance politica ha la sua parte di responsabilità, perché chiamata a rispondere ad un servizio che gestisce, rivedendo il sistema del welfare, perché è da esso che dipendono le équipe composte da assistenti sociali, psicologhe che si occupano del penale minorile nel nostro territorio, rafforzando, offrendo strumenti efficaci per valutare e prevenire situazioni come quella di Baby Gang, perché la prevenzione non è solo vigilanza, ma anche sociale, un optional soprattutto nel nostro territorio che vede il sistema dei servizi alla persona considerato, fortunatamente, il “caso Lecco” unico, non raro. La prevenzione è il pilastro su cui si costruisce una società sicura e capace di non perdere nessuno per strada. 
Bianchini Enrico