LA MEMORIA INDUSTRIALE/5 Quando venne demolita l’Aldé Battaglia per salvare i capannoni
Fu una delle prime grandi aree industriali a cambiare destinazione. Per decenni, all’ingresso della città dal Ponte Vecchio, fu una sorta di inconfondibile profilo simbolico di una città cresciuta sull’industria, sul ferro.
Quando vennero edificati quei capannoni, proprio addossati al ponte trecentesco, non c’erano ancora sensibilità storiche e ambientali, tanto più in questa città che il proprio passato lo ha lungo sacrificato per un pragmatismo economico spesso troppo marcato. Nessuno dunque gridò allo scandalo per quelle grandi officine in riva all’Adda e che, non c’è dubbio, andavano a deturpare uno degli scorci prediletti dai vedutisti. Diverse sensibilità c’erano invece quando, negli anni Ottanta del Novecento, quei capannoni furono condannati all’abbattimento.
Stiamo parlando della cosiddetta area ex Aldé, sostituita da moderni uffici residenziali e commerciali, tra i quali l’Hotel Pontevecchio. Era l’anno 1988. La grande fabbrica, appunto l’Aldé, aveva già da tempo cessato di esistere: resisteva solo una piccola officina che aveva affittato un capannone marginale del complesso. Pochi i dipendenti, alla guida una battagliera imprenditrice che contestava lo sfratto. A suo modo, fu già una protesta, per quanto pesassero maggiormente ragionamenti di natura risarcitoria. Soprattutto, però, c’era chi chiedeva che almeno una parte di quei capannoni dovessero essere mantenuti proprio per il loro significato. Di archeologia industriale si parlava già da decenni, ma l’argomento era di una concretezza mai vista prima proprio in quel periodo a cavallo tra anni Ottanta e Novanta con la dismissione dei grandi complessi industriali che avevano segnato la storia del Novecento. Gli architetti si sbizzarrivano a prospettare interventi, alcuni buoni e altri meno, di riconversione e riutilizzo di quei complessi ai fini più diversi.
E furono, questi, i discorsi che accompagnarono l’iter progettuale per il piano di recupero dell’area fra i due ponti, come veniva definita.
A Lecco, il cognome Aldé è importante e designa i diversi rami famigliari di un ceppo particolarmente distintosi sul fronte dell’industria. Tanto che negli anni Sessanta, il poeta dialettale Luigi Manzoni ne scrisse e pubblicò addirittura una rapsodia.
Per quanto ci riguarda, in origine fu la “Aldè Giuseppe” fondata verso la fine dell’Ottocento nel quartiere di San Giovanni, lungo il corso del Gerenzone, e arrivando a essere, già nel 1915, una delle principali aziende lecchesi per la produzione di mobili e letti in ferro, di filo, molle, chiodi. Nel 1923, l’acquisto dello stabilimento di via Visconti, quello appunto sull’Adda. L’attività proseguì fino agli anni Ottanta. Cessata la produzione, si aprirono le discussioni sul recupero dell’area. Come detto, con la “De Bartolomei- Forni Impianti” di corso Promessi Sposi, la Aldé in via Visconti fu la prima delle grandi aree industriali lecchesi a venire dismesse, ad alimentare il dibattito sulla riconversione industriale incombente. Perché, era chiaro, all’orizzonte, che quella rivoluzione avrebbe riguardato molte parti della città. Oggi, ci rendiamo conto che le occasioni offerte da quegli anni non sono state colte. Lo sguardo pubblico non è stato in grado di imporsi e ha prevalso l’interesse privato. In quanto all’archeologia industriale il patrimonio lecchese è andato pressoché interamente perduto.
Uno dei protagonisti della battaglia culturale di quell’epoca per preservare almeno una parte della area ex Aldé nelle sue linee architettoniche d’antan è Giuseppe Conti, oggi sindaco di Garlate, allora giovane capogruppo consiliare a Lecco del Pci, il Partito comunista italiano (si chiamava ancora così, a pensarci sembra impossibile).
Conti ricorda come in un primo momento si fosse riusciti a fermare il progetto di ristrutturazione: «Anche attraverso il nostro deputato che era Guido Alborghetti, avevamo interessato il ministro dei beni culturali, Carlo Vizzini, il quale promulgò un decreto con il quale si stabiliva che i nuovi interventi edilizi dovessero essere realizzati almeno a trenta metri dalle sponde di un fiume. Ma durò poco.»
Allora – rammenta lo stesso Conti – i governi restavano in carica per periodi brevi. Quello di Vizzini era presieduto da Giovanni Goria e durò nemmeno un anno, dal luglio 1987 all’aprile 1988. Gli subentrò un esecutivo guidato da Ciriaco De Mita, anch’esso in sella per pochi mesi, fino al luglio 1989. Al posto di Vizzini, alla guida dei Beni culturali andò Vincenza Bono Parrino. Che annullò le indicazioni del suo predecessore e stabilì nuove norme per le edificazioni lungo le rive di un fiume.
«Da parte nostra – dice ancora Conti – le provammo tutte. Facemmo anche una grande scritta sulle mura esterne della fabbrica, leggibile dall’altra sponda del fiume: “No alla cementificazione”. Ne parlò anche Achille Occhetto, all’epoca vicesegretario del Pci, venuto a Lecco per un comizio, Ma fu tutto inutile. La spuntarono le imprese.»
La particolarità è che proprio in quel periodo si cominciò a parlare, per la prima volta di un possibile museo di archeologia industriale e la sua sede ideale sarebbero stati appunto alcuni dei vecchi capannoni della “Aldé” affacciati sull’Adda. Non se ne fece niente. E anche se a Palazzo Belgiojoso oggi c’è una sezione dedicata all’archeologia industriale, di fatto Lecco ha perso da tempo la grande occasione per un museo vero e proprio che, nella città industriale per eccellenza, sarebbe stata cornice culturale adeguata.
Del resto, che le amministrazioni troppo spesso abbiano semplicemente preso atto e ratificato i progetti dei gruppi privati è evidente anche dai piccoli dettagli. Basta guardare l’incrocio della via Aspromonte con la via Visconti, all’altezza dell’ingresso dell’Hotel Pontevecchio.
E’ un incrocio insensato, una curva ad angolo retto per lasciare lo spazio alle auto che accompagnano i viaggiatori all’albergo. Una curva che all’epoca poteva essere disegnato in maniera più delicata. Questione di pochi metri quadri…
Quando vennero edificati quei capannoni, proprio addossati al ponte trecentesco, non c’erano ancora sensibilità storiche e ambientali, tanto più in questa città che il proprio passato lo ha lungo sacrificato per un pragmatismo economico spesso troppo marcato. Nessuno dunque gridò allo scandalo per quelle grandi officine in riva all’Adda e che, non c’è dubbio, andavano a deturpare uno degli scorci prediletti dai vedutisti. Diverse sensibilità c’erano invece quando, negli anni Ottanta del Novecento, quei capannoni furono condannati all’abbattimento.

(Foto Carlo Pozzoni - La città del ferro)
Stiamo parlando della cosiddetta area ex Aldé, sostituita da moderni uffici residenziali e commerciali, tra i quali l’Hotel Pontevecchio. Era l’anno 1988. La grande fabbrica, appunto l’Aldé, aveva già da tempo cessato di esistere: resisteva solo una piccola officina che aveva affittato un capannone marginale del complesso. Pochi i dipendenti, alla guida una battagliera imprenditrice che contestava lo sfratto. A suo modo, fu già una protesta, per quanto pesassero maggiormente ragionamenti di natura risarcitoria. Soprattutto, però, c’era chi chiedeva che almeno una parte di quei capannoni dovessero essere mantenuti proprio per il loro significato. Di archeologia industriale si parlava già da decenni, ma l’argomento era di una concretezza mai vista prima proprio in quel periodo a cavallo tra anni Ottanta e Novanta con la dismissione dei grandi complessi industriali che avevano segnato la storia del Novecento. Gli architetti si sbizzarrivano a prospettare interventi, alcuni buoni e altri meno, di riconversione e riutilizzo di quei complessi ai fini più diversi.
E furono, questi, i discorsi che accompagnarono l’iter progettuale per il piano di recupero dell’area fra i due ponti, come veniva definita.
A Lecco, il cognome Aldé è importante e designa i diversi rami famigliari di un ceppo particolarmente distintosi sul fronte dell’industria. Tanto che negli anni Sessanta, il poeta dialettale Luigi Manzoni ne scrisse e pubblicò addirittura una rapsodia.

Veduta nel 1890 senza la Aldè. Sotto un particolare


La Aldè in un dipinto del 1937
Uno dei protagonisti della battaglia culturale di quell’epoca per preservare almeno una parte della area ex Aldé nelle sue linee architettoniche d’antan è Giuseppe Conti, oggi sindaco di Garlate, allora giovane capogruppo consiliare a Lecco del Pci, il Partito comunista italiano (si chiamava ancora così, a pensarci sembra impossibile).
Conti ricorda come in un primo momento si fosse riusciti a fermare il progetto di ristrutturazione: «Anche attraverso il nostro deputato che era Guido Alborghetti, avevamo interessato il ministro dei beni culturali, Carlo Vizzini, il quale promulgò un decreto con il quale si stabiliva che i nuovi interventi edilizi dovessero essere realizzati almeno a trenta metri dalle sponde di un fiume. Ma durò poco.»
«Da parte nostra – dice ancora Conti – le provammo tutte. Facemmo anche una grande scritta sulle mura esterne della fabbrica, leggibile dall’altra sponda del fiume: “No alla cementificazione”. Ne parlò anche Achille Occhetto, all’epoca vicesegretario del Pci, venuto a Lecco per un comizio, Ma fu tutto inutile. La spuntarono le imprese.»

Del resto, che le amministrazioni troppo spesso abbiano semplicemente preso atto e ratificato i progetti dei gruppi privati è evidente anche dai piccoli dettagli. Basta guardare l’incrocio della via Aspromonte con la via Visconti, all’altezza dell’ingresso dell’Hotel Pontevecchio.
E’ un incrocio insensato, una curva ad angolo retto per lasciare lo spazio alle auto che accompagnano i viaggiatori all’albergo. Una curva che all’epoca poteva essere disegnato in maniera più delicata. Questione di pochi metri quadri…
D.C.




















