Civate: l'Ultima Cena ambientata a San Calogero. Lo studio di Spielmann
Una mattinata capace di intrecciare storia, ricerca e identità, riportando al centro un luogo che continua a interrogare il presente attraverso il suo passato. È quella vissuta venerdì 20 marzo nella Sala Capitolare dell’ex monastero di San Calocero a Civate, dove la Casa del Cieco ha ospitato una conferenza stampa dedicata a una suggestiva e ambiziosa ipotesi: quella che collega il refettorio civatese all’ambientazione dell’Ultima Cena leonardesca. Un incontro che ha visto la partecipazione di studiosi, istituzioni e rappresentanti del territorio, segnando l’avvio di un percorso di approfondimento che unisce rigore scientifico e apertura alla comunità.
Ad aprire la mattinata è stato il presidente della Fondazione Casa del Cieco, Franco Lisi, che ha subito riportato l’attenzione sul valore profondo del luogo ospitante, definendolo “un organismo vivente che respira una storia millenaria e soprattutto di carità”. Un intervento che ha intrecciato memoria e responsabilità, sottolineando come l’ex monastero non sia soltanto un bene architettonico, ma una realtà viva, capace di coniugare assistenza e cultura. 
“Ci troviamo in una casa che è altresì una RSA, luogo di cultura e di assistenza, custode di una missione che affonda le sue radici nel servizio verso i più fragili”, ha spiegato, ricordando come nel tempo questo spazio abbia saputo trasformare “la fragilità in dignità attraverso il lavoro”.
Da qui il collegamento diretto con il tema della conferenza: un’ipotesi che, secondo Lisi, va ben oltre la curiosità accademica. “Se quel genio di Leonardo ha trovato qui l’ispirazione per il suo capolavoro, significa che la grande bellezza nasce da luoghi di silenzio e di servizio”.
A seguire, il prefetto Paolo Ponta ha offerto uno sguardo esterno ma profondamente colpito dalla realtà civatese. “Man mano che approfondisco la conoscenza della provincia, scopro delle meraviglie. Un chiostro come questo non l’ho visto in tante altre province dove ho lavorato”. Riprendendo le parole del presidente, ha sottolineato come il valore di questo luogo risieda nella sua capacità di restare fedele alla propria vocazione originaria: “Questo bene vive con la sua vocazione più autentica, che è quella di prendersi cura della persona umana nella sua dignità, in tutte le sue accezioni: spirituali, scientifiche, culturali”.
Il sindaco di Civate, Angelo Isella, ha portato la voce della comunità con un intervento diretto e concreto. “Sono orgoglioso di essere sindaco di questo territorio”, ha affermato, richiamando la ricchezza culturale dell’area, da San Pietro al Monte fino al complesso di San Calocero. Un patrimonio già riconosciuto, ma che può ancora arricchirsi grazie a nuove prospettive di studio. “Non so se Leonardo si sia davvero ispirato a questo luogo, ma sarebbe un valore aggiunto per tutto il territorio”. Un’ipotesi che, ha ricordato, si inserisce comunque in un contesto in cui la presenza di Leonardo in zona è documentata, rendendo la proposta ancora più affascinante. “La giornata di oggi aggiunge un altro pezzo alla bellezza di questo territorio”.
A ricostruire il percorso che ha portato alla conferenza è stato poi Claudio Butti, direttore della Casa del Cieco, che ha riportato l’attenzione al 2017, quando nacque la prima ipotesi sull’ambientazione dell’Ultima Cena nel refettorio civatese.
La svolta è arrivata la scorsa estate, quando il ricercatore ungherese Gábor Spielmann ha contattato la Fondazione portando nuovi elementi a sostegno della teoria. “Ci ha presentato alcuni nuovi riscontri, e da lì abbiamo ripreso il filo del discorso insieme al professor Castagna e all’ingegner Monti”. Da questo lavoro condiviso è nata la volontà di coinvolgere direttamente la cittadinanza, trasformando la ricerca in un’occasione di partecipazione.
Dopo i saluti istituzionali e l’introduzione alla storia e alla missione della Casa del Cieco di Civate, la conferenza è entrata nel vivo con l’intervento del professor Carlo Castagna, che ha tracciato la collocazione storica del monastero di San Pietro e Calogero. Il docente ha guidato il pubblico attraverso gli ultimi anni del Quattrocento, momento cruciale per il Ducato di Milano: tra morti improvvise, successioni complesse e intrighi di corte, Ludovico il Moro emerge come figura centrale, un protagonista che favorì la presenza di artisti e intellettuali sul territorio, tra cui Leonardo da Vinci.
Castagna ha sottolineato come Leonardo, già nel 1482, si recò a Milano presentando le proprie capacità di ingegnere militare e di artista, e come questo periodo influenzò progetti straordinari, tra cui il tentativo di realizzare un cavallo di bronzo per Francesco Sforza e la pianificazione di canali e dighe per collegare i laghi alla città. “Leonardo qui a Civate studiò il territorio, immaginò vie d’acqua, dighe, sistemi di navigazione innovativi: un ingegnere e un visionario che guardava al paesaggio e alle opportunità del territorio”, ha spiegato il professore, evidenziando come questi dettagli storici contribuiscano a comprendere l’ambientazione dell’Ultima Cena e l’importanza culturale e strategica della zona.
A seguire, l’Ing. Dario Monti ha portato il dibattito su un piano tecnico-scientifico, spiegando come la ricerca storica necessiti di dati concreti e verificabili. “Da parte nostra occorre rigore del metodo nell’analisi, certificato e confrontabile”, ha esordito Monti. L’ingegnere ha raccontato come gli studi sulle strade e i percorsi storici lombardi abbiano permesso di ricostruire i tragitti di Leonardo da Vinci, tra viaggi, spostamenti e osservazioni sul campo: “Abbiamo studiato la strada romana antica che attraversava la zona, la carella del ferro, le vecchie vie di comunicazione da Monza a Lecco, verificando come alcuni punti topografici combaciassero con lo sfondo dell’Ultima Cena”, ha spiegato Monti, descrivendo la scoperta di una stanza nel monastero di Civate le cui dimensioni e aperture sembrano corrispondere a quelle raffigurate nel celebre dipinto.
Monti ha sottolineato che questo lavoro non chiude le possibilità di ricerca, ma apre scenari futuri: “Vogliamo continuare a esplorare, a verificare altri luoghi e altre stanze che potrebbero essere state fonte d’ispirazione per Leonardo. È un percorso di studio lungo, che richiede pazienza, attenzione e curiosità, ma che ci permette di avvicinarci al genio attraverso la realtà concreta del territorio”.
Il ricercatore ungherese Gabor Spielmann ha presentato poi i risultati della sua indagine, spiegando come il lavoro sia iniziato con una fase di ricerca digitale, integrando strumenti come Google Maps, per poi passare all’analisi sul campo. “Per verificare la corrispondenza tra lo sfondo dell’Ultima Cena e il territorio circostante, sono venuto direttamente a Civate, prendendo misure e osservando il panorama dal monastero”, ha spiegato Spielmann, con la traduzione simultanea fornita da un giovane interprete.
La prova più significativa della tesi riguarda la corrispondenza tra le colline e il corpo d’acqua visibili nello sfondo del celebre dipinto e la vista reale dalla montagna che domina Civate. Anche se alcune parti del fresco sono danneggiate, le proporzioni del terreno e delle colline combaciano con il paesaggio circostante, così come l’andamento dei terrazzi e dei piccoli rilievi che si sviluppano dietro le teste di Gesù e dei discepoli. “Abbiamo potuto misurare il tavolo raffigurato nel dipinto stimando l’altezza media di una persona del XV secolo, e le dimensioni risultano quasi perfettamente compatibili con la sala capitolare che abbiamo visitato”, ha aggiunto il ricercatore.
Spielmann ha evidenziato anche il collegamento con alcune copie storiche dell’Ultima Cena, come quella di Giampietro, che confermano la presenza di elementi architettonici simili a quelli della chiesa di San Calogero, pur sottolineando che non si tratta di una prova assoluta che Leonardo abbia dipinto il refettorio civatese. “Le evidenze però sono sufficienti per ipotizzare con interesse e rigore scientifico questa possibile localizzazione”, ha concluso.
A chiudere la conferenza è intervenuto il presidente del Comitato Pro Venerdì Santo di Romagnano Sesia, Paolo Arienta, che ha illustrato l’evento drammaturgico dell’Ultima Cena. “La rappresentazione seguirà i testi della Confraternita dell’Enterro, rispettando una tradizione che ha avuto origine il 17 aprile 1729, al termine dell’occupazione spagnola dello Stato di Milano”, ha spiegato Arienta.
L’evento, previsto per sabato 28 marzo 2026, prenderà il via alle ore 14 dalla piazza Antichi Padri per poi svilupparsi tra le vie del paese e concludersi nella Sala Capitolare di San Calocero. “Si tratta di una rappresentazione itinerante che permette al pubblico di seguire la vicenda in tutte le sue fasi, dalla cena al momento del tradimento, fino all’istituzione dell’Eucaristia, proseguendo poi con le scene della Passione e della Resurrezione. I costumi e le scenografie sono curati per avvicinarsi il più possibile alla tradizione e ai colori del periodo”, ha aggiunto Arienta.




















