Non è una vittoria dei partiti

Articolo: Ha vinto la Costituzione, ha perso chi voleva cambiarla a colpi di maggioranza

Messaggio: La vittoria del No al referendum sulla giustizia non è una vittoria dei partiti. È, prima di tutto, una vittoria delle coscienze.
Ed è proprio per questo che oggi vedere tanti salire sul carro dei vincitori suona stonato, quasi fuori luogo. Basta leggere i comunicati di queste ore per accorgersi di quanto velocemente certa politica provi a intestarsi un risultato che, nei fatti, non le appartiene - soprattutto perché fino a ieri (e pure oggi) convive al proprio interno con posizioni opposte e viene da promotrice di referendum solo un poco più moderati ma altrettanto pessimi nel voler cambiare Costituzione e peggiorare regole.
Il punto è un altro: qualcosa si è mosso fuori dai recinti tradizionali. Il ribaltamento, maturato nelle ultime settimane, porta con sé un segnale chiaro anche se difficilmente misurabile nei numeri puri. A fare la differenza sono stati molti giovani e una buona quota di cittadini che, nelle tornate precedenti, si erano rifugiati (visto lo spettacolo ormai decennale, oserei dire giustamente) nell’astensione. Persone che stavolta hanno scelto di partecipare, non per appartenenza ma per convinzione. Non è stato un voto “per” qualcuno. E fors’anche nemmeno contro, ma è stato un voto per difendere un’idea di democrazia che non si delega automaticamente ai partiti che hanno peraltro dimostrato negli anni di manipolare. La politica – tutta - e in particolare quella che oggi si riconosce nel troppo largo campo largo progressista - farebbe bene a non equivocare.
Questo risultato non è un assegno in bianco. Non è un ritorno di fiducia. È, casomai, un avviso: la società è più attenta di quanto si pensi, più autonoma, meno disposta a seguire indicazioni calate dall’alto.
C’è poi una generazione che ha studiato, che ascolta, che si informa e che, quando serve, si muove. Una generazione spesso ignorata o sottovalutata, troppo strumentalizzata da anni (lo si vede già con quelle forze, anche locali, che si accorgono dei giovani solo per le campagne elettorali e interessi propri. Una generazione che però in momenti chiave, non solo oggi, dimostra di esserci. E con essa, un pezzo di Paese che dimostra di esserci per restando ai margini del voto. È questa l’energia che ha prodotto il No.
Un’affluenza di coscienza, più che di appartenenza. Un “se non lo facciamo noi, non lo fa nessuno”. Quei giovani che mentre i partiti erano appiattiti per la guerra, per i tentennamenti di civiltà, per l’economia dei grandi, per i genocidi che non si possono dire, si sono fatti carico, da subito e per anni da soli di scendere in piazza contro tutto questo, contro le Guerre, per denunciare il genocidio, in mare con la Flotilla, per difendere i diritti, contro gli abusi della politica di trasversale schieramento e oggi appunto nelle urne.
Chi oggi festeggia dovrebbe tenerlo bene a mente: non si vive di rendita su questo tipo di mobilitazione. O si ascolta veramente il messaggio, o si rischia di perderlo. Se non vengono e se non si fanno manipolare ci sarebbe un patrimonio non (solo) di voti, ma di partecipazione da non disperdere 
Paolo Trezzi
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