In viaggio a tempo indeterminato/423: di nuovo a Machu Picchu
E poi l'abbiamo rivisto.
La seconda volta ma come se fosse la prima.
Stessa emozione anzi forse più forte.
L'abbiamo rifatto come la prima volta, sudandoci letteralmente ogni passo.
Partiamo il giorno prima senza avere il biglietto, sono prenotati da mesi e noi non sappiamo cosa faremo domani, figuriamoci mesi dopo.
Aspettiamo l'autobus per strada ad un incrocio. Tutti ci dicono che passerà ma nessuno sa bene quando.
Dopo 45 minuti fuori da Ollantaytambo, ecco un autobus verde. L'autista ci fa salire ma i posti sono finiti. "Potete sedervi qui davanti con me".
Ci sediamo per terra nello spazio tra le scale e la porta per accedere ai sedili dei passeggeri.
La strada è semplicemente folle. Sale, sale, sale. Sembra di stare su un aereo che decolla perché le nuvole sono sempre più vicine.
Siamo scomodi ma abbiamo la vista migliore che si possa desiderare.
L'autista si mette in bocca qualche foglia di coca per l'altitudine. Manca l'aria e non è solo colpa di quella salita che sembra non finire mai.
Dopo un paio d'ore sempre con vista sul Nevado Veronica (che nome bizzarro per una montagna!), inizia la discesa.
A lato della strada dei bambini cercano di fermare le macchine.
"Vogliono le foglie di coca" ci dice l'autista mentre gli lancia il suo sacchetto verde di foglie.
Qui non le usano solo per l'altitudine ma anche perché non fanno sentire la fame. Succhiandole si può lavorare un giorno intero senza aver bisogno di mangiare.
Siamo a pochi chilometri dall'attrazione più famosa del Perù, una delle più visitate del Sud America e del mondo, ma qui i bambini chiedono ancora le foglie di coca perché non hanno cibo a sufficienza.
È un pugno allo stomaco, di quelli forti e ben assestati.

Dopo un viaggio lunghissimo, veniamo scaricati a lato strada. Quello è solo il primo passaggio ma siamo già belli provati.
Prendiamo un auto condivisa e poi un minivan condiviso. Ci mangiamo dei panini con l'avocado.
E arriviamo a Hidroelectrica.
Iniziamo a camminare. 9km ci separano dal paesino di Aguas Calientes. La strada non esiste e si deve camminare sui binari del treno. Il fiume scorre potente alla nostra destra. Le montagne altissime che accarezzano le nuvole.
Ogni tanto ci dobbiamo spostare a lato dei binari per fare passare il treno blu.
La camminata è quasi tutta piatta e sarebbe quasi meditativa se non dovessimo correre per riuscire a prendere 2 dei 1000 biglietti messi a disposizione per entrare il giorno dopo.
Quando vediamo Aguas Calientes ci viene quasi da piangere per la gioia. Ci fiondiamo all'ufficio del turismo. I biglietti ci sono ancora e per il percorso che vogliamo fare noi.
Negli ultimi anni per comprare un biglietto per questa meraviglia del mondo devi studiare. Ci sono 3 diversi percorsi obbligati e se scegli quello sbagliato rischi di rimanere deluso.
"Percorso 2" diciamo al simpatico addetto.
"C'è posto alle 7 o alle 11".
Io e Paolo ci guardiamo sapendo che il giorno dopo avremmo dovuto alzarci all'alba.
"Alle 7" diciamo insieme.

Il giorno dopo alle 5 usciamo dalla stanza. È ancora buio e usiamo le torce del telefono per farci luce.
Ci aspetta la parte più difficile. Quella che ci farà davvero capire l'importanza del luogo che stiamo per rivedere.
Nel buio del mattino iniziamo la salita pesantissima verso l'ingresso. Scalino dopo scalino, ansimando ad ogni passo per il dislivello, vediamo la luce prendere il posto delle tenebre.
Queste scale sono state talmente traumatiche l'ultima volta che le abbiamo percorse nel 2017, che le usavano come metro di giudizio per valutare la difficoltà di una salita.
Eppure eccoci qui, 9 anni dopo, con ancora più carica ed energia di allora.
Forse perché stiamo dimostrando a noi stessi che nonostante tutto il mondo che abbiamo assorbito in questi anni, siamo ancora quei due pazzi che hanno talmente tanta fame di scoperta e di meraviglia, da alzarsi all'alba per scalare una montagna.
Quando arriviamo a destinazione ci viene da piangere.
Lo vediamo lì, immenso, aggrappato alla montagna, spettacolare, commovente.
Siamo a Machu Picchu per la seconda volta e l'emozione è gigantesca, ci schiaccia.
Machu Picchu è un’antica città inca costruita nel XV secolo e rimasta nascosta agli occhi del mondo fino alla sua riscoperta nel 1911.
Per gli Inca era un luogo sacro e simbolico perché rappresentava l'unione dei 3 mondi.
Quello superiore, abitato dalle divinità e rappresentato dalle nuvole che ricoprono spesso la cittadella.
Il mondo terreno, quello degli uomini, rappresentato da Machu Picchu stessa.
E infine il mondo sotterraneo, quello degli antenati, rappresentato dalle montagne.
Si tratta di un luogo unico, che vale ogni goccia di sudore. Ogni dolore che ci tormenterà per i giorni successivi. Ogni sconforto per la strada che sembrava non finire mai.
Ogni pugno allo stomaco.
Abbiamo rivisto una meraviglia ma gli occhi con cui l'abbiamo guardata stavolta erano diversi.
La seconda volta ma come se fosse la prima.
Stessa emozione anzi forse più forte.
L'abbiamo rifatto come la prima volta, sudandoci letteralmente ogni passo.
Partiamo il giorno prima senza avere il biglietto, sono prenotati da mesi e noi non sappiamo cosa faremo domani, figuriamoci mesi dopo.
Aspettiamo l'autobus per strada ad un incrocio. Tutti ci dicono che passerà ma nessuno sa bene quando.
Dopo 45 minuti fuori da Ollantaytambo, ecco un autobus verde. L'autista ci fa salire ma i posti sono finiti. "Potete sedervi qui davanti con me".
Ci sediamo per terra nello spazio tra le scale e la porta per accedere ai sedili dei passeggeri.
La strada è semplicemente folle. Sale, sale, sale. Sembra di stare su un aereo che decolla perché le nuvole sono sempre più vicine.
Siamo scomodi ma abbiamo la vista migliore che si possa desiderare.
L'autista si mette in bocca qualche foglia di coca per l'altitudine. Manca l'aria e non è solo colpa di quella salita che sembra non finire mai.
Dopo un paio d'ore sempre con vista sul Nevado Veronica (che nome bizzarro per una montagna!), inizia la discesa.
A lato della strada dei bambini cercano di fermare le macchine.
"Vogliono le foglie di coca" ci dice l'autista mentre gli lancia il suo sacchetto verde di foglie.
Qui non le usano solo per l'altitudine ma anche perché non fanno sentire la fame. Succhiandole si può lavorare un giorno intero senza aver bisogno di mangiare.
Siamo a pochi chilometri dall'attrazione più famosa del Perù, una delle più visitate del Sud America e del mondo, ma qui i bambini chiedono ancora le foglie di coca perché non hanno cibo a sufficienza.
È un pugno allo stomaco, di quelli forti e ben assestati.

Dopo un viaggio lunghissimo, veniamo scaricati a lato strada. Quello è solo il primo passaggio ma siamo già belli provati.
Prendiamo un auto condivisa e poi un minivan condiviso. Ci mangiamo dei panini con l'avocado.
E arriviamo a Hidroelectrica.
Iniziamo a camminare. 9km ci separano dal paesino di Aguas Calientes. La strada non esiste e si deve camminare sui binari del treno. Il fiume scorre potente alla nostra destra. Le montagne altissime che accarezzano le nuvole.
Ogni tanto ci dobbiamo spostare a lato dei binari per fare passare il treno blu.
La camminata è quasi tutta piatta e sarebbe quasi meditativa se non dovessimo correre per riuscire a prendere 2 dei 1000 biglietti messi a disposizione per entrare il giorno dopo.
Quando vediamo Aguas Calientes ci viene quasi da piangere per la gioia. Ci fiondiamo all'ufficio del turismo. I biglietti ci sono ancora e per il percorso che vogliamo fare noi.
Negli ultimi anni per comprare un biglietto per questa meraviglia del mondo devi studiare. Ci sono 3 diversi percorsi obbligati e se scegli quello sbagliato rischi di rimanere deluso.
"Percorso 2" diciamo al simpatico addetto.
"C'è posto alle 7 o alle 11".
Io e Paolo ci guardiamo sapendo che il giorno dopo avremmo dovuto alzarci all'alba.
"Alle 7" diciamo insieme.

Il giorno dopo alle 5 usciamo dalla stanza. È ancora buio e usiamo le torce del telefono per farci luce.
Ci aspetta la parte più difficile. Quella che ci farà davvero capire l'importanza del luogo che stiamo per rivedere.
Nel buio del mattino iniziamo la salita pesantissima verso l'ingresso. Scalino dopo scalino, ansimando ad ogni passo per il dislivello, vediamo la luce prendere il posto delle tenebre.
Queste scale sono state talmente traumatiche l'ultima volta che le abbiamo percorse nel 2017, che le usavano come metro di giudizio per valutare la difficoltà di una salita.
Eppure eccoci qui, 9 anni dopo, con ancora più carica ed energia di allora.
Forse perché stiamo dimostrando a noi stessi che nonostante tutto il mondo che abbiamo assorbito in questi anni, siamo ancora quei due pazzi che hanno talmente tanta fame di scoperta e di meraviglia, da alzarsi all'alba per scalare una montagna.
Quando arriviamo a destinazione ci viene da piangere.
Lo vediamo lì, immenso, aggrappato alla montagna, spettacolare, commovente.
Siamo a Machu Picchu per la seconda volta e l'emozione è gigantesca, ci schiaccia.
Machu Picchu è un’antica città inca costruita nel XV secolo e rimasta nascosta agli occhi del mondo fino alla sua riscoperta nel 1911.
Per gli Inca era un luogo sacro e simbolico perché rappresentava l'unione dei 3 mondi.
Quello superiore, abitato dalle divinità e rappresentato dalle nuvole che ricoprono spesso la cittadella.
Il mondo terreno, quello degli uomini, rappresentato da Machu Picchu stessa.
E infine il mondo sotterraneo, quello degli antenati, rappresentato dalle montagne.
Si tratta di un luogo unico, che vale ogni goccia di sudore. Ogni dolore che ci tormenterà per i giorni successivi. Ogni sconforto per la strada che sembrava non finire mai.
Ogni pugno allo stomaco.
Abbiamo rivisto una meraviglia ma gli occhi con cui l'abbiamo guardata stavolta erano diversi.
Angela (e Paolo)





















