Sostituzione dell'arco aortico, l'ospedale Manzoni tocca quota 100 interventi. Patologia rara e complessa ma che a Lecco non spaventa

Cifra tonda. O forse anche oltre, essendo stato il traguardo raggiunto “all'insaputa”, senza che qualcuno segnasse di volta in volta una tacca per tenere il conto. Ma tant'è: la Cardiochirurgia dell'ASST di Lecco è arrivata al centesimo intervento di sostituzione dell'arco aortico, procedura tutt'altro che banale per trattare aneurismi o dissezioni che rischiano la rottura, sostituendo il tratto patologico con una “protesi”. Un'operazione salvavita. Di quelle toste. 

“Perché è un intervento così importante? Perché comprende la chirurgia della valvola aortica, la chirurgia delle coronarie, la chirurgia dell'aorta e la chirurgia dei tronchi sovraortici. E' quindi un intervento che comprende diverse strutture e richiede la circolazione extracorporea. Ma non solo. Oltre alla macchina cuore-polmone, richiede anche che si porti la temperatura del paziente attorno ai 24-26° per poter fermare completamente la circolazione altrimenti non potremmo aprire l'aorta e sostituirla a livello dell'arco”. Questa la risposta fornita dal dottor Michele Triggiani, direttore della struttura complessa dal 2021, raccogliendo il testimone di Amando Gamba, “papà” della Cardiochirurgia del Manzoni. 
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“Abbiamo aperto – ricorda il primario - nel 2009. Ma abbiamo iniziato poi a lavorare in maniera regolare nel 2010. Quindi in una quindicina d'anni, questi cento interventi di sostituzione dell'arco aortico potrebbero sembrare anche pochi. Invece è una casistica che, per numerosità, per il tipo di intervento, direi che è difficile trovare in un singolo centro, nel nostro Paese e a livello internazionale. Ne abbiamo fatti veramente tanti, se si considera che è un intervento abbastanza raro perché, come dicevo, è molto complicato e quindi si cerca di evitarlo in molte situazioni, magari non correggendo completamente la patologia oppure facendo delle correzioni parziali”.

Bisogna considerare poi che il 70-80% delle volte, si arriva in sala operatoria in emergenza: un'aorta dilatata, magari durante una crisi ipertensiva, nel compiere uno sforzo o anche spontaneamente, si può rompere (“dissecazione” il termine tecnico) ed il fattore tempo diventa determinate, per un intervento salvavita. 

“Anche per questo – rimarca il dottor Triggiani - ne abbiamo fatti tanti: la nostra Unità è un punto di riferimento di diversi territori, non solo per l'intera provincia di Lecco, da Merate alla Valsassina, ma anche tutta la Valtellina e l'alta Brianza come pure una parte della bergamasca (che è più vicina a noi che agli Ospedali Riuniti)  e dell'area lariana. Qualche volta, in una piccola percentuale di casi, invece, l'intervento è elettivo, cioè programmato, quando il problema viene riconosciuto prima che si verifichi la rottura. In questo caso operiamo quando viene raggiunto un certo diametro, oltre il quale sappiamo che il rischio della rottura supera il rischio dell'operazione”.

E' il caso della paziente numero cento, finita sotto i ferri ieri mattina. “Una signora in cui c'è stato un riscontro del tutto occasionale di questa dilatazione dell'arco aortico a 66 millimetri quando in condizioni normali è di 30 millimetri” spiega il direttore dalla Cardiochirurgia lecchese, servendosi di una similitudine per aiutare a capire la questione. “Immaginate un palloncino: se il diametro raddoppia, la parete diventa molto sottile, quindi indebolita, a rischio rottura”.

Un infortunio domestico, invece, ha permesso la diagnosi per tempo a un'altra paziente che sarà operata nelle prossime settimane appena supererà altre problematiche neurologiche. “E' caduta dalle scale a casa. Ricoverata in Neurologica, durante gli accertamenti è emerso che ha un aneurisma dell'arco aortico di 70 millimetri. Purtroppo – e questo è il problema - è una patologia spesso silente: i pazienti, tranne in rarissimi casi, sono asintomatici. A volte l'aneurisma può comprimere l'esofago o il nervo faringeo. Nel primo caso può dare disturbi all'alimentazione, nel secondo può dare disturbi alla fonazione, quindi alla parola. Ma molto molto spesso non ci si accorge, se non sottoponendosi a dei follow up cardiologici oppure in maniera del tutto occasionale”. 
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Il dolore il sintomo, invece, che accompagna l'avvenuta rottura. Da quel momento “la mortalità di questa patologia, nelle prime 48 ore dalla dissecazione, è di circa l'1% l'ora. Vuol dire che nel giro di due giorni, metà dei pazienti a cui si è rotta l'aorta, muoiono” chiarisce il dottor Triggiani, ribadendo dunque l'importanza di intervenire celermente. 

Ed il fattore esperienza, indubbiamente aiuta. “A Lecco è una patologia che affrontiamo con una certa “serenità”. Non sono interventi che ci spaventano, per i quali andiamo in ansia. Sono interventi molto ben standardizzati, perché abbiamo una tecnica molto ben descritta” afferma con convinzione, aggiungendo anche come al Manzoni, all'interno dell'equipe, non sia l'unico a effettuare questo genere di operazioni, citando altresì i suoi collaboratori “senior”, dal suo vice Andrea Galanti, ai colleghi Fabrizio Sansone e e Floriana Giannico. 

“L'intervento, in letteratura, ha una mortalità – se ne parlava a un convegno a Milano nei giorni scorsi - che oscilla, nelle varie casistiche, tra il 20 e il 25%. Noi abbiamo una mortalità che è attorno al 10% quindi una mortalità globale molto buona. Però non è zero: in interventi così importanti purtroppo non lo si riesce a garantire. Negli interventi elettivi, però, è sicuramente inferiore al 5%”.
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Oltre 6 mila, in 15 anni d'attività della Cardiochirurgia a Lecco, gli interventi effettuati. Circa 400 l'anno. “Quando ho cominciato a fare questo mestiere, quasi 35 anni fa, il lavoro del cardiochirurgo era quasi esclusivamente fare bypass coronarici, rivascolarizzare le coronarie. Da allora è cambiato il mondo. La maggior parte dei pazienti che hanno problemi alle coronarie oggi fanno l'angioplastica coronarica e risolvono con gli stent in Emodinamica, però l'intervento di bypass coronarico è ancora abbastanza frequente: direi che copre più o meno un terzo della nostra attività. Poi, così in maniera molto grossolana, i restanti due terzi, sono interventi sulle valvole o proprio sugli aneurismi, perché gli aneurismi posso essere anche non dell'arco ma solo dell'aorta ascendente e di quelli ne facciamo molti di più chiaramente”. 

Volumi che dovrebbero far ricredere chi, nel  2009, riteneva la Cardiochirurgia al Manzoni un ingiustificato di più. “Assolutamente. Probabilmente la Struttura ha colto un'esigenza del territorio e una necessità. Già dal primo anno abbiamo raggiunto buoni numeri. Non è stata una crescita progressiva. Siamo partiti subito molto bene, come riferimento per i pazienti non più costretti a fare 40-50 chilometri per rivolgersi altrove. Poi chiaro, in Lombardia ci sono 20 Cardiochirurgie: in tale raggio ne trova altre due o tre volendo. Però nei casi di emergenza, dove la patologia è tempo dipendente, vicinanza vuol dire salvare vite. Ma anche nei pazienti programmabili è molto più comodo, per tanti, riferirsi a noi piuttosto che ad altri centri. E ripeto, abbiamo un territorio di riferimento molto più ampio della provincia di Lecco. La nostra Cardiochirurgia risponde a un ampio territorio e ha trovato in questo la sua ragione di essere. Ho poi un'equipe di cui vado molto fiero. Siamo sei più il sottoscritto. Sono, siamo, tutti molto appassionati. Non soltanto professionalmente preparati, ma lavoriamo con una certa passione, oltre che dedizione. Cercare, per i pazienti che si rivolgono a noi, di far sì che l'esperienza sia la migliore possibile è un nostro punto d'orgoglio. Poi certo, è un'esperienza traumatica, non può essere diversamente un intervento al cuore in cui uno rischia la vita, ma cerchiamo di metterci qualcosa di umano, di non aver solo attenzione agli aspetti tecnici...”. Di metterci cuore, insomma, per chiudere con una battuta scontata, ma non troppo.
A.M.
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