PAROLE CHE PARLANO/273

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Ippopotamo

 Quando emerge dalle acque, l’ippopotamo appare come un’isola di carne grigia: massiccio, imponente e apparentemente goffo. Gli antichi Greci, che per primi dovettero dare un nome a questa creatura che sembrava sfidare le leggi della natura (si muove agilmente in acqua, ma sorprendentemente anche sulla terra), scelsero una via che oggi ci suona quasi poetica: lo chiamarono hippopótamos, da híppos, cavallo, simbolo per eccellenza di forza e velocità, e potamós, fiume, il suo habitat.

L’ippopotamo è quindi, letteralmente, il "cavallo del fiume". Ma perché proprio il cavallo? Per i Greci non era una questione di eleganza, quanto di analogie: le orecchie piccole e mobili, le narici prominenti che emergono per prime dall'acqua e, soprattutto, la sua maestosità territoriale. Per un occhio antico, quel testone che affiorava tra i papiri ricordava vagamente il profilo di un equino che sta per lanciarsi al galoppo.

Nonostante l’accostamento, l’ippopotamo non nitrisce affatto: il suo richiamo è un grugnito ansimante, profondo e cavernoso, che può superare i 110 decibel.

 Prima che il greco si imponesse, l'ippopotamo era una creatura dal forte valore simbolico. Nella Bibbia è probabilmente lui il Behemoth, il mostro primordiale dalle "ossa come tubi di bronzo". Per gli Egizi era una divinità ambivalente: Seth, il dio del caos, ma anche Taweret, la dea-ippopotamo che proteggeva le nascite, simbolo di una fertilità che nasce dal fango.

La scienza moderna ha smentito l'intuizione greca: l'ippopotamo non ha alcun legame genetico con i cavalli. I suoi parenti più stretti sono, incredibilmente, i cetacei. Se i Greci avessero potuto vedere il suo DNA, forse oggi lo chiameremmo "balena di fiume", potamoketos, direbbero i Greci.

Rubrica a cura di Dino Ticli
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