LA MEMORIA INDUSTRIALE/6: La Sae e l’orgoglio operaio. Legami tra Lecco e il mondo

Una curiosa scultura metallica, in viale Monte Grappa ad Acquate, ci ricorda come su quell’area vastissima dove, a cavallo degli anni Duemila, sono sorti nuovi complessi residenziali c’era un tempo una delle maggiori aziende lecchesi: la Sae e cioè Società anonima elettrificazione, una denominazione che doveva essere “passeggera”, durare il tempo dell’elettrificazione di una ferrovia e che invece divenne un marchio prestigioso dell’industria italiana. 
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Quella scultura, che in qualche maniera richiama una silhouette umana, venne realizzata nel 2012 dei lavoratori di quell’azienda: alla chiusura della fabbrica, diedero vita a un’associazione di ex dipendenti, «ultimi e orgogliosi rappresentanti – hanno voluto scrivere ai piedi della scultura – della civiltà del ferro del lecchese ad imperituro ricordo dei colleghi Caduti sul lavoro.» 
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A testimoniare il legame fortissimo non solo tra colleghi, ma tra i lavoratori e l’azienda in cui molti hanno trascorso quasi per intero la propria vita. E nonostante quegli anni abbiano avuto momenti difficili, siano stati contrassegnati da lotte sindacali anche dure e si siano poi chiusi quasi in un amen con gli operai e gli impiegati considerati ormai soltanto manodopera in esubero. Eppure, quella cesura non ha reciso un legame che viene mantenuto ancora oggi. Per quanto – come dice il presidente del Sae Club, Gianfranco Oberti – molti amici se ne siano andati e il gruppo è andato restringendosi, magari rinforzato da qualche famigliare di chi non c’è più. Ma l’età pesa e il numero di iniziative è andato calando. Appuntamento irrinunciabile, il pranzo sociale una volta all’anno.
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Arrivata a occupare quasi duemila persone negli anni di maggior espansione, la Sae ha scritto il suo ultimo capitolo nello stesso periodo in cui il terremoto della deindustrializzazione ha colpito non solo il Lecchese, ma l’intera Lombardia a partire dal suo capoluogo Milano. Quasi dalla sera alla mattina, un mondo secolare è scomparso. Erano gli anni Ottanta del Novecento. Chi si prendesse la briga di sfogliare le annate dei giornali di quell’epoca avrebbe da raccontare qualcosa di più di una Via Crucis.
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La Sae, come detto, era una sorta di consorzio di imprese che avrebbe dovuto avere breve durata.  Negli anni Venti c’era da elettrificare la linea ferroviaria Bolzano-Brennero, uno dei più importanti collegamenti tra l’Italia e il Nord Europa. Proprio per realizzare quell’opera, alcune aziende decisero di unire le forze: la Edison, le Acciaierie Falck, l’Ansaldo, la “Ercole Marelli”, la Tecnomasio Brown Boveri, la Cemsa. Nomi pesanti, già colossi. Il 27 giugno 1926 venne quindi costituita la nuova società, appunto la Sae, per eseguire i lavori dopo che nel marzo precedente il gruppo di imprese aveva vinto la gara d’appalto. L’accordo era che, a lavori ultimati, la società sarebbe stata sciolta al più tardi nel 1932. Sennonché, le linee da elettrificare erano molte e la Sae andava troppo bene per essere liquidata. Un peccato. E infatti continuò ad operare. Inizialmente sempre per le ferrovie, ma in seguito gli sguardi si allargarono e dove, nel mondo, ci fosse da realizzare elettrodotti c’era la Sae.
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Tra i fornitori, figuravano anche le Officine Milani, una piccola azienda di Acquate sopra Lecco. Nel 1938, la società milanese volle costruire un proprio stabilimento di carpenteria metallica, incorporò la “Milani” e si installò nella sua sede di corso Promessi sposi, arrivando a estendersi negli anni su complessivi 60mila metri quadri. Oltre a Lecco, la Sae aveva sedi a Napoli e uffici in varie città di Italia, cantieri aperti in tutti i cinque continenti, a decine contemporaneamente. Complessivamente erano circa tremila i dipendenti.
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L’elenco delle opere “memorabili” sarebbe lunghissimo: una linea elettrica in Sudafrica, i tralicci da 250 metri in Cina, le innovazioni introdotte nell’elettrificazione ferroviaria, l’attraversamento elettrico dello Stretto di Messina. Come hanno voluto ricordare gli stessi ex dipendenti ai piedi della scultura fu «industria leder mondiale nella realizzazione di linee per il trasporto dell’alta tensione, frutto ed orgoglio dell’impegno dei suoi uomini che, con la loro operosità, hanno contribuito alla ricostruzione post-bellica del Paese, allo  sviluppo sociale e industriale del Lecchese, al benessere di migliaia di famiglie e al riconosciuto prestigio internazionale, grazie al mitico marchio “Sae” diffuso in ogni angolo della terra.»
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La storia è raccontata comunque nel dettaglio in un libro del giornalista Corrado Pizzinelli e pubblicato dalle Edizioni Magnus nel 1986: ormai introvabile è riprodotto in pdf proprio sul sito degli ex dipendenti (www.saelecco-club.it/).
Negli anni Ottanta del Novecento, la grande crisi. Era l’epoca in cui “crollava” quell’altro grande simbolo dell’industriosità lecchese che era stata l’Acciaieria e Ferriera del Caleotto. Ne abbiamo parlato QUI.
. E i destini dell’una e dell’altra azienda sono andati quasi di pari passo. Se il Caleotto da subito non ha avuto un futuro, per la Sae è stata intrapresa la strada delle aziende “scorporate”, minuscole imprese che della tradizione Sae conservavano alcune lavorazioni. Un po’ ad Acquate, un po’ a Maggianico. Di queste imprese, l’ultima sopravvissuta ha alzato bandiera bianca qualche anno fa. 
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Ma in quegli anni Ottanta, come abbiamo già visto, sul mercato immobiliare arrivarono quelle due grandissime aree, appetibilissime dal punto di vista immobiliare. Se la Meridiana del Caleotto venne firmata dall’architetto Renzo Piano, per la Sae si ricorse a un’altra archistar dell’epoca: Vittorio Gregotti che nello stesso periodo stava mettendo mano a quell’altro monumento dell’industria lombarda che era l’area della Bicocca a Milano, anch’essa dismessa. E infatti il complesso sorto ad Acquate sulle macerie della Sae richiama le linee architettoniche di quanto realizzato alla Bicocca. E così come la Meridiana non piace a tutti, anche gli insediamenti sull’area che gravita su viale Monte Grappa e corso Promessi sposi sollevano qualche dubbio: complessi che nella vastità della Bicocca hanno respiro, sul più ristretto comparto acquatese sembrano essere troppo incombenti, quasi soffocanti.
Di fatto, i progetti di riconversione delle due aree (l’incompleta Meridiana all’ex Caleotto destinata soprattutto al terziario e le centinaia di appartamenti alla ex Sae) procedettero in parallelo. Vi si giocò anche una partita politica, perché le due operazioni contavano l’una sull’appoggio del partito della Democrazia cristiana e l’altra su quello del Partito socialista. Chi visse (e scrisse) in quei mesi, si ricorda un clima infuocato, le diffidenze, sedute consiliari tese. Che in quegli anni la politica abbia mancato in lungimiranza, lo abbiamo già detto nelle altre tappe di questo nostro piccolo pellegrinaggio sulle vecchie aree industriali riconvertite. Di fatto, in quelle due aree come altrove, i pur legittimi interessi dei privati poco spazio hanno lasciato alla comunità pubblica, a una visione complessiva della città che in quel periodo ebbe l’occasione di venire ridisegnata. In fondo, da queste parti, è sempre andata così. Lo sarà ancora? Chissà.
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Intanto le ruspe sono entrate anche nell’area che era quella della cosiddetta “prova pali” alla Bonacina. Lì, lungo il torrente Caldone, la Sae si collaudavano i tralicci.
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E lì, i tecnici e gli operai, che giravano il mondo per l’azienda, riportavano e piantavano essenze arboree di tutte le specie, così che nei decenni andò formandosi una sorta di orto botanico per salvare il quale negli anni scorsi qualche timido appello è pur stato lanciato. Si vedrà,
D.C.
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