Lecco: 'il tema vero è vita e resistenza', serata su don Giovanni Barbareschi
Una serata intensa, capace di tenere insieme memoria e presente, quella di venerdì 27 marzo presso la sede scout “Luigi Buizza” di Lecco, dove la presentazione del libro “Siate liberi! Vita e resistenza di don Giovanni Barbareschi” ha riportato al centro una figura che continua a interrogare il nostro tempo: quella di un sacerdote partigiano, testimone di una libertà vissuta fino in fondo.

Classe 1922, don Giovanni venne ordinato il 15 agosto 1944 e arrestato il giorno stesso perché sorpreso nel mettere in salvo degli ebrei verso la Svizzera. Liberato per intercessione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, si unirà poi – dopo essere già stato tra i fondatore del Il Ribelle – alle Brigate Fiamme Verdi della Valcamonica, diventando così il cappellano dei partigiani, venendo nuovamente imprigionato e trattenuto nel campo di concentramento di Bolzano, dal quale riuscirà a scappare prima di essere deportato in Germania. Tornato a Milano, si prodiga dapprima per le relazioni tra il comando alleato e quello tedesco, per poi, dopo il 25 aprile, lavorare per evitare rappresaglie contro i vinti. Nel dopoguerra, tra le altre cose, sarà tra i fondatori della Fondazione Lazzati e curatore testamentario dell’amico don Carlo Gnocchi, conosciuto a Udine nel marzo 1943, al suo ritorno in Italia con gli alpini reduci dalla Russia.

Ad aprire l’incontro è stato Maurizio Crippa, nel ruolo di moderatore, che ha introdotto il senso della serata, accompagnando il pubblico dentro un racconto fatto di voci diverse unite da un filo comune. Nel presentare il volume di Giacomo Perego ne ha sottolineato la forza narrativa, raccontando di averlo “letto in un pomeriggio”, evidenziando così la capacità del testo di coinvolgere e restituire con immediatezza la complessità della figura di Don Giovanni.
Il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni ha poi collocato l’iniziativa dentro un orizzonte più ampio, legato alla memoria civile e ai passaggi fondamentali della storia democratica. Il libro, ha spiegato, nasce anche da un legame personale con l’autore e dalla volontà di “unire i puntini” della storia della Resistenza, molti dei quali passano proprio dal territorio lecchese. Una memoria che non resta chiusa nel passato, ma che torna a farsi viva: “il tema vero è vita e resistenza”, ha ricordato, sottolineando come da quell’esperienza derivino diritti e libertà che continuano a interrogarci ancora oggi.
Uno dei momenti più forti della serata è stato il video con la voce di Don Giovanni Barbareschi. Le sue parole sono arrivate dirette, senza filtri: “Innamoratevi della libertà” e ancora “l’umanità si divide fra uomini liberi e uomini schiavi”. Un richiamo netto, quasi scomodo, che non lascia spazio a neutralità e che riporta la libertà al suo significato più concreto: una scelta da vivere, non da dichiarare.

Al centro dell’incontro, però, è stato soprattutto il racconto di Giacomo Perego, autore del volume, che ha restituito non solo la biografia ma il senso profondo di una vita. Il suo intervento ha accompagnato il pubblico dentro una figura complessa, difficilmente riducibile a una sequenza di episodi. Più che raccontare fatti, Perego ha fatto emergere una coerenza: quella di un uomo che, anche nei momenti più drammatici, agiva sempre a partire da un principio chiaro, la dignità della persona.
Una coerenza che si traduceva in gesti concreti, anche verso chi era considerato nemico, e che rende Don Giovanni una figura che sfugge alle semplificazioni. In questo percorso, il tema della libertà torna con forza, intrecciato a quello della verità: “la verità non si dice, si fa”. Non uno slogan, ma una linea di vita, che attraversa tutta la sua esperienza e che il libro prova a restituire senza ridurla.

La giornalista Laura Gnocchi ha poi ampliato lo sguardo, inserendo la figura di Barbareschi nel contesto più ampio del Memoriale della Resistenza italiana. Attraverso il lavoro sulle testimonianze, ha mostrato come la memoria sia fatta anche di emozioni, di voci che ancora tremano, di ricordi che non si sono mai davvero chiusi. Nel caso di Don Giovanni, ha ricordato episodi emblematici della sua vita, sottolineando come la sua storia possa apparire “quasi romanzesca”, ma sia in realtà profondamente vera, attraversata da una forza espressiva capace di colpire ancora oggi.

A concludere gli interventi è stato don Andrea Lotterio, che ha portato una riflessione legata allo scautismo e al ruolo del sacerdote. Un’esperienza in cui, ha spiegato, il prete è chiamato semplicemente a essere ciò che è, senza sovrastrutture: “tra gli scout il prete ha la possibilità di fare solo il prete”. In questo contesto, la figura di Don Giovanni emerge come esempio concreto, capace di testimoniare con la propria vita un cammino di verità e libertà, più che di insegnarlo a parole.
La serata si è conclusa tra applausi lunghi e partecipati, con la sensazione condivisa di aver assistito a qualcosa che va oltre una semplice presentazione. Non solo il racconto di una vita, ma l’incontro con una testimonianza che continua a interrogare. Perché, come è emerso più volte nel corso della serata, la libertà non è mai acquisita una volta per tutte: è una scelta che chiede, ancora oggi, di essere vissuta.

Classe 1922, don Giovanni venne ordinato il 15 agosto 1944 e arrestato il giorno stesso perché sorpreso nel mettere in salvo degli ebrei verso la Svizzera. Liberato per intercessione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, si unirà poi – dopo essere già stato tra i fondatore del Il Ribelle – alle Brigate Fiamme Verdi della Valcamonica, diventando così il cappellano dei partigiani, venendo nuovamente imprigionato e trattenuto nel campo di concentramento di Bolzano, dal quale riuscirà a scappare prima di essere deportato in Germania. Tornato a Milano, si prodiga dapprima per le relazioni tra il comando alleato e quello tedesco, per poi, dopo il 25 aprile, lavorare per evitare rappresaglie contro i vinti. Nel dopoguerra, tra le altre cose, sarà tra i fondatori della Fondazione Lazzati e curatore testamentario dell’amico don Carlo Gnocchi, conosciuto a Udine nel marzo 1943, al suo ritorno in Italia con gli alpini reduci dalla Russia.

Ad aprire l’incontro è stato Maurizio Crippa, nel ruolo di moderatore, che ha introdotto il senso della serata, accompagnando il pubblico dentro un racconto fatto di voci diverse unite da un filo comune. Nel presentare il volume di Giacomo Perego ne ha sottolineato la forza narrativa, raccontando di averlo “letto in un pomeriggio”, evidenziando così la capacità del testo di coinvolgere e restituire con immediatezza la complessità della figura di Don Giovanni.

Uno dei momenti più forti della serata è stato il video con la voce di Don Giovanni Barbareschi. Le sue parole sono arrivate dirette, senza filtri: “Innamoratevi della libertà” e ancora “l’umanità si divide fra uomini liberi e uomini schiavi”. Un richiamo netto, quasi scomodo, che non lascia spazio a neutralità e che riporta la libertà al suo significato più concreto: una scelta da vivere, non da dichiarare.

Al centro dell’incontro, però, è stato soprattutto il racconto di Giacomo Perego, autore del volume, che ha restituito non solo la biografia ma il senso profondo di una vita. Il suo intervento ha accompagnato il pubblico dentro una figura complessa, difficilmente riducibile a una sequenza di episodi. Più che raccontare fatti, Perego ha fatto emergere una coerenza: quella di un uomo che, anche nei momenti più drammatici, agiva sempre a partire da un principio chiaro, la dignità della persona.
Una coerenza che si traduceva in gesti concreti, anche verso chi era considerato nemico, e che rende Don Giovanni una figura che sfugge alle semplificazioni. In questo percorso, il tema della libertà torna con forza, intrecciato a quello della verità: “la verità non si dice, si fa”. Non uno slogan, ma una linea di vita, che attraversa tutta la sua esperienza e che il libro prova a restituire senza ridurla.

La giornalista Laura Gnocchi ha poi ampliato lo sguardo, inserendo la figura di Barbareschi nel contesto più ampio del Memoriale della Resistenza italiana. Attraverso il lavoro sulle testimonianze, ha mostrato come la memoria sia fatta anche di emozioni, di voci che ancora tremano, di ricordi che non si sono mai davvero chiusi. Nel caso di Don Giovanni, ha ricordato episodi emblematici della sua vita, sottolineando come la sua storia possa apparire “quasi romanzesca”, ma sia in realtà profondamente vera, attraversata da una forza espressiva capace di colpire ancora oggi.

A concludere gli interventi è stato don Andrea Lotterio, che ha portato una riflessione legata allo scautismo e al ruolo del sacerdote. Un’esperienza in cui, ha spiegato, il prete è chiamato semplicemente a essere ciò che è, senza sovrastrutture: “tra gli scout il prete ha la possibilità di fare solo il prete”. In questo contesto, la figura di Don Giovanni emerge come esempio concreto, capace di testimoniare con la propria vita un cammino di verità e libertà, più che di insegnarlo a parole.
La serata si è conclusa tra applausi lunghi e partecipati, con la sensazione condivisa di aver assistito a qualcosa che va oltre una semplice presentazione. Non solo il racconto di una vita, ma l’incontro con una testimonianza che continua a interrogare. Perché, come è emerso più volte nel corso della serata, la libertà non è mai acquisita una volta per tutte: è una scelta che chiede, ancora oggi, di essere vissuta.
G.D.




















