Rancio, in tantissimi per l'addio a Cesare Mariani, 15 anni appena: 'Con lui sarà primavera in Paradiso'
L'arrivo della primavera ha aperto una profonda ferita nella comunità di Rancio. Che nel pomeriggio di oggi, mentre il sole si alleava con il vento lottando per farsi strada tra le nuvole, si è riunita con centinaia di persone dentro e fuori la Chiesa parrocchiale - tra cui, come prevedibile, tantissimi adolescenti - per dare l'ultimo saluto a un giovanissimo amico, Cesare Martino Mariani, venuto a mancare ad appena quindici anni.

Un passaggio, quello verso il Cielo, che il ragazzo - alunno all'Istituto Parini di Lecco, dopo le Medie frequentate alla "Ticozzi", ma anche scout e calciatore in erba tra le file dell'Aurora San Francesco - non ha vissuto da solo nella sua sofferenza, come ha raccontato durante l'omelia il vicario don Francesco Pellegrino, con voce ferma e vivace ma commossa: Cesare è stato circondato fino alla fine da tanto amore, quello di papà Mauro e mamma Anna Maria, dei suoi fratelli maggiori e dei suoi tanti amici, con alcuni di loro che solo pochi giorni fa, in un normale pomeriggio di domenica trascorso in oratorio, hanno condiviso con lo stesso sacerdote il desiderio di andarlo a salutare a casa.
"Non sapendo come comportarmi, come prima cosa ho chiamato Mauro: mi ha detto che non solo potevano, ma dovevano farlo. Perché Cesare in quel momento era quello lì, ed era bello e giusto che tutti si confrontassero con la verità" ha raccontato don Francesco, riflettendo sul fatto che il dolore, soprattutto quando diventa collettivo e condiviso, offre la possibilità di capire dove e come siamo collocati nella vita. "Non possiamo non confrontarci con il mistero della sofferenza per capire che la morte è parte della vita, ma comunque non la vita stessa. E anche in questo caso è la vita che ha vinto, nella testimonianza dei giovani che sono stati da Cesare, della sua famiglia che continua a mantenere la speranza, nella folta presenza odierna di persone riunite per celebrare la bellezza dell'esistenza che ci è stata donata. In momenti come questo il grande rischio che si corre è quello raccontato nel Vangelo, ovvero quello di pensare che la vita con Cesare sia stata una traditrice, come Giuda. Possiamo leggerla così, dimenticando però la parte più bella: quella che parla di Gesù che ha vissuto consegnato al Padre. La vita di Cesare non è sprecata nè finita oggi, ma è consegnata a Dio, a voi, ma anche a me e al mio ministero sacerdotale. Certe parole ci disturbano, tutti noi avremmo voluto un altro finale. Ma ora Cesare sta conoscendo la verità di Dio, sta sperimentando che Dio è giusto, che vuole donare la sua vita. Cesare ha iniziato ora a vivere: è qui, vivo in mezzo a noi, e lo sarà ogni volta che il mistero di Dio irromperà tra di noi".

Un'omelia, quella del vicario, che ha profondamente toccato tutti i presenti, così come la riflessione introduttiva del parroco don Giuseppe Salvioni, circondato sull'altare da diversi altri sacerdoti del territorio tra cui don Andrea Lotterio, assistente ecclesiastico regionale degli Scout: "Sono giorni di primavera, in cui colori e profumi sbocciano creando ferite e scavano, insieme al vento freddo, tra i nostri occhi ancora un po' pigri. E una ferita si è aperta anche nei nostri cuori, nei quali c'è delusione e anche rabbia. Io e don Francesco sappiamo che, apparentemente, la preghiera ha solo dato ulteriore profondità a questa piaga, ma in realtà ha portato calore. Lo dico per chi non vive qui in questi rioni: siamo una comunità ancora più unita, vogliamo bene a Cesare e alla sua famiglia. E ora la sfida è questa: non ci basta condividere il dolore ed essere solidali, vogliamo rischiare di più, avere fede, che sprigiona un amore talmente forte da curare ogni ferita. Solo un mese fa Cesare era proprio qui, con i suoi amici dell'oratorio, e ha posato per una foto con l'Arcivescovo, giunto in visita per i duecento anni del Beato Mazzucconi: gli ha chiesto anche uno scatto più "intimo", come quello che aveva rubato al Papa qualche mese fa. Così si è preparato, con la sua fede fresca e pura. Non è stato solo nel suo passaggio: eravamo tutti lì, e Gesù lo ha preso per mano. Sono sicuro che, con Cesare, in Paradiso saranno davvero giorni di primavera".

Strazianti, poi, i saluti dei suoi amici scout, che hanno descritto il 15enne come un ragazzo sempre allegro e pronto a scherzi e battute, che ha dimostrato a tutti cosa significhi non arrendersi mai. "Ti porteremo con noi in ogni uscita, in ogni campo, fino alle stelle per arrivare più vicini a te", la promessa finale, che ha fatto eco a quella dell'Aurora San Francesco di andare avanti sui campi da calcio con la stessa passione di sempre: "Nonostante il suo breve percorso con noi Cesare ha lasciato un segno, ha avuto il tempo di portarci tutta la sua determinazione. Oggi siamo senza parole, ma ci unisce il ricordo della sua vitalità e generosità. Siamo grati per il suo esempio, sarà sempre nel nostro cuore".

Al termine della funzione, il feretro di Cesare è stato trasferito sul sagrato della chiesa, dove ad attenderlo c'erano tantissime altre persone e pure il Corpo Musicale "Giovanni Brivio" di San Giovanni, che aveva già accompagnato la cerimonia insieme al coro. Intanto, tra le mani inumidite dalle lacrime, i più giovani si passavano piccoli pezzi di spago colorato, consegnati quale simbolo di unità e speranza. Qualcun altro ancora, tra le file degli Scout, tentava di far volare un paio di aquiloni, quasi appunto a volersi avvicinare a quel cielo che ora, con Cesare, sembra davvero un po' più azzurro.

Un passaggio, quello verso il Cielo, che il ragazzo - alunno all'Istituto Parini di Lecco, dopo le Medie frequentate alla "Ticozzi", ma anche scout e calciatore in erba tra le file dell'Aurora San Francesco - non ha vissuto da solo nella sua sofferenza, come ha raccontato durante l'omelia il vicario don Francesco Pellegrino, con voce ferma e vivace ma commossa: Cesare è stato circondato fino alla fine da tanto amore, quello di papà Mauro e mamma Anna Maria, dei suoi fratelli maggiori e dei suoi tanti amici, con alcuni di loro che solo pochi giorni fa, in un normale pomeriggio di domenica trascorso in oratorio, hanno condiviso con lo stesso sacerdote il desiderio di andarlo a salutare a casa.

Un bel disegno in ricordo di Cesare (foto tratta da Instagram)
"Non sapendo come comportarmi, come prima cosa ho chiamato Mauro: mi ha detto che non solo potevano, ma dovevano farlo. Perché Cesare in quel momento era quello lì, ed era bello e giusto che tutti si confrontassero con la verità" ha raccontato don Francesco, riflettendo sul fatto che il dolore, soprattutto quando diventa collettivo e condiviso, offre la possibilità di capire dove e come siamo collocati nella vita. "Non possiamo non confrontarci con il mistero della sofferenza per capire che la morte è parte della vita, ma comunque non la vita stessa. E anche in questo caso è la vita che ha vinto, nella testimonianza dei giovani che sono stati da Cesare, della sua famiglia che continua a mantenere la speranza, nella folta presenza odierna di persone riunite per celebrare la bellezza dell'esistenza che ci è stata donata. In momenti come questo il grande rischio che si corre è quello raccontato nel Vangelo, ovvero quello di pensare che la vita con Cesare sia stata una traditrice, come Giuda. Possiamo leggerla così, dimenticando però la parte più bella: quella che parla di Gesù che ha vissuto consegnato al Padre. La vita di Cesare non è sprecata nè finita oggi, ma è consegnata a Dio, a voi, ma anche a me e al mio ministero sacerdotale. Certe parole ci disturbano, tutti noi avremmo voluto un altro finale. Ma ora Cesare sta conoscendo la verità di Dio, sta sperimentando che Dio è giusto, che vuole donare la sua vita. Cesare ha iniziato ora a vivere: è qui, vivo in mezzo a noi, e lo sarà ogni volta che il mistero di Dio irromperà tra di noi".

Un'omelia, quella del vicario, che ha profondamente toccato tutti i presenti, così come la riflessione introduttiva del parroco don Giuseppe Salvioni, circondato sull'altare da diversi altri sacerdoti del territorio tra cui don Andrea Lotterio, assistente ecclesiastico regionale degli Scout: "Sono giorni di primavera, in cui colori e profumi sbocciano creando ferite e scavano, insieme al vento freddo, tra i nostri occhi ancora un po' pigri. E una ferita si è aperta anche nei nostri cuori, nei quali c'è delusione e anche rabbia. Io e don Francesco sappiamo che, apparentemente, la preghiera ha solo dato ulteriore profondità a questa piaga, ma in realtà ha portato calore. Lo dico per chi non vive qui in questi rioni: siamo una comunità ancora più unita, vogliamo bene a Cesare e alla sua famiglia. E ora la sfida è questa: non ci basta condividere il dolore ed essere solidali, vogliamo rischiare di più, avere fede, che sprigiona un amore talmente forte da curare ogni ferita. Solo un mese fa Cesare era proprio qui, con i suoi amici dell'oratorio, e ha posato per una foto con l'Arcivescovo, giunto in visita per i duecento anni del Beato Mazzucconi: gli ha chiesto anche uno scatto più "intimo", come quello che aveva rubato al Papa qualche mese fa. Così si è preparato, con la sua fede fresca e pura. Non è stato solo nel suo passaggio: eravamo tutti lì, e Gesù lo ha preso per mano. Sono sicuro che, con Cesare, in Paradiso saranno davvero giorni di primavera".

Strazianti, poi, i saluti dei suoi amici scout, che hanno descritto il 15enne come un ragazzo sempre allegro e pronto a scherzi e battute, che ha dimostrato a tutti cosa significhi non arrendersi mai. "Ti porteremo con noi in ogni uscita, in ogni campo, fino alle stelle per arrivare più vicini a te", la promessa finale, che ha fatto eco a quella dell'Aurora San Francesco di andare avanti sui campi da calcio con la stessa passione di sempre: "Nonostante il suo breve percorso con noi Cesare ha lasciato un segno, ha avuto il tempo di portarci tutta la sua determinazione. Oggi siamo senza parole, ma ci unisce il ricordo della sua vitalità e generosità. Siamo grati per il suo esempio, sarà sempre nel nostro cuore".

Al termine della funzione, il feretro di Cesare è stato trasferito sul sagrato della chiesa, dove ad attenderlo c'erano tantissime altre persone e pure il Corpo Musicale "Giovanni Brivio" di San Giovanni, che aveva già accompagnato la cerimonia insieme al coro. Intanto, tra le mani inumidite dalle lacrime, i più giovani si passavano piccoli pezzi di spago colorato, consegnati quale simbolo di unità e speranza. Qualcun altro ancora, tra le file degli Scout, tentava di far volare un paio di aquiloni, quasi appunto a volersi avvicinare a quel cielo che ora, con Cesare, sembra davvero un po' più azzurro.
B.P.




















