PAROLE CHE PARLANO/274
Alleluia
È una parola antichissima che abita le liturgie da millenni, sopravvissuta pressoché intatta attraverso i secoli e utilizzata in ogni angolo del mondo.
Deriva dall’ebraico Hallelū-Yāh, forma imperativa plurale del verbo halal (lodare, celebrare, esaltare), unito a Yāh, abbreviazione poetica del tetragramma biblico YHWH. Il significato letterale è dunque: «Lodate il Signore».
Il termine compare frequentemente nei Salmi (in particolare nei cosiddetti “Salmi dell’Hallel”, dal 113 al 118 e dal 146 al 150), dove funge sia da invito corale alla lode sia da sigillo conclusivo. Si tratta di un’acclamazione comunitaria: nasce per essere pronunciata insieme, come un unico corpo orante.
Dall’ebraico passò al greco della Bibbia dei Settanta come allelouïa. Fu mantenuto per traslitterazione anziché essere tradotto: segno che già allora era percepito come un termine sacro, da conservare nella sua forza sonora originaria. Dal greco entrò nel latino cristiano come alleluia, giungendo fino alle lingue moderne senza perdere il suo "cuore" fonetico.
Nella tradizione liturgica occidentale, durante la Quaresima, l’Alleluia viene "esiliato" o messo a riposo. Scompare dalla Messa per sottolineare il clima di attesa, sobrietà e penitenza: è una gioia trattenuta, un digiuno della voce che prepara l'udito a qualcosa di più grande.
Nella Veglia Pasquale, l’Alleluia esplode nuovamente in modo solenne, spesso intonato per tre volte con intensità crescente. Il suo ritorno non è solo rituale, ma teologico: è il segnale verbale della Risurrezione, la proclamazione sonora che l’inverno spirituale è finito e la vita ha vinto la morte.
È una parola che ha attraversato la storia senza invecchiare, restando il ponte più semplice e diretto tra l'uomo e il divino.




















