Sull'algoritmo

Oggetto: Il giardino dove l’algoritmo non entra

Messaggio: L’algoritmo vuole convincermi che mi conosce. Che sa cosa desidero prima ancora che io lo desideri. Che può anticipare le mie scelte, correggere i miei dubbi, suggerirmi perfino come amare. È buffo: un ammasso di righe di codice che pretende di spiegarmi la vita. Come se la vita fosse un modulo da compilare. Mi osserva, mi misura, mi classifica. E ogni volta che clicco, che scorro, che metto un like, lui si eccita. “Ecco un altro frammento di te”, sembra dire. Ma non ha capito niente. Perché quello che gli consegno non è me: è la mia superficie. È la versione addomesticata, filtrata, addestrata a piacere. Il vero io non lo vede nessuno, e va bene così. Viviamo in un’epoca in cui l’opacità è diventata un crimine. Se non ti mostri, sospetti. Se non condividi, sembri colpevole. Se non racconti tutto, ti dicono che hai qualcosa da nascondere. E invece sì, ho qualcosa da nascondere: me stesso. Non per paura, ma per decenza. Perché non tutto merita di essere spiattellato davanti a un pubblico che scorre la vita degli altri come fossero volantini del supermercato. Io un giardino segreto ce l’ho, eccome. Un prato verde “nel mio cuor, nell’anima”, come cantavano gli Equipe 84, e lì non entra nessuno. Non l’algoritmo, non i social, non i curiosi travestiti da amici. È il mio pezzo di mondo non negoziabile. Il mio territorio libero. La mia zona franca dall’ingordigia digitale. E sai qual è la verità che nessuno vuole ammettere? Che l’imprevedibilità non è un difetto da correggere, ma un insulto al controllo. È la nostra ultima forma di anarchia. È ciò che manda in tilt i sistemi, che fa saltare i modelli, che impedisce al futuro di essere un grafico lineare. È la prova che siamo ancora vivi. Per questo mi fa quasi ridere chi dice che “l’algoritmo sa tutto”. No, non sa niente. Sa solo ciò che gli conviene sapere. Sa ciò che gli ho lasciato vedere. Ma il resto — il caos, la contraddizione, la follia, la tenerezza, la paura, la parte che non so spiegare nemmeno a me stesso — quella gli sfugge. E continuerà a sfuggirgli. Ed è proprio lì, in quella zona d’ombra, che io ripongo la mia fiducia. Perché se il mondo diventa ogni giorno più incomprensibile, allora la salvezza non verrà da chi pretende di prevederlo. Verrà da ciò che non si lascia catturare. Da ciò che non si fa ottimizzare. Da quel frammento di umanità che resiste, ostinato, a farsi trasformare in dato. 
Paolo Alfonso Castagna
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