LA MEMORIA INDUSTRIALE/7: quando lungo il Gerenzone si sognava un Ecomuseo
Un ecomuseo. Mentre , a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, il processo di deindustrializzazione trasformava completamente l’aspetto di Lecco, c’era chi pensava appunto a un ecomuseo, a un percorso di archeologia industriale lungo il torrente Gerenzone, la spina dorsale del nostro sviluppo economico, dove la lavorazione del ferro è partita secoli fa: un succedersi pressoché ininterrotto di officine che utilizzavano l’acqua del torrente, una serie di antri infernali, come apparivano a molti viaggiatori che ne scrivevano affascinati e sbigottiti nelle loro memorie.
Quello di un percorso di archeologia industriale in grado di raccontare lo straordinario sviluppo industriale di quelli che erano solo piccoli villaggi distribuiti lungo un torrente nemmeno di grande portata d’acqua, quel percorso era un sogno soprattutto dei nostri Musei civici che oggi vanno sotto il nome di Simul (sistema museale lecchese) secondo quella malsana abitudine di questi tempi in cui tutto diventa sigla o acronimo, spesso incomprensibili od orribili.
Era anche stato messo sulla carta. Erano state individuate le “emergenze” e cioè i luoghi da salvaguardare, recuperare e valorizzare: una quindicina, più altri sei al di fuori della vallata vera e propria. Nero su bianco erano stati indicati gli interventi necessari con la realizzazione di percorsi pedonali, passerelle, vecchie ruote da riadattare, trafilerie da restaurare, ricostruzioni d’ambiente, aree di sosta e via discorrendo. In alcuni casi si suggeriva all’amministrazione comunale l’acquisizione di alcuni immobili, in altri si propendeva per la stipula di convenzioni con le proprietà così da consentire l’organizzazione di visite guidate.
Nonostante i cambiamenti che avevano interessato il territorio lecchese nel secondo dopoguerra, la vallata del Gerenzone allora manteneva ancora alcune caratteristiche che consentivano di “leggere” la storia.
Il primo passo effettuato dai musei lecchesi fu quello di un vero e proprio censimento delle aziende esistenti realizzato da Barbara Cattaneo, esperta di archeologia industriale, autrice anche di un libro uscito nel 1989 nel quale si raccontava l’evoluzione storica della lavorazione del ferro a Lecco, risalendo di sette secoli e oltre per trovarne le origini. Il censimento si è articolato in un centinaio di schede, una per ognuna delle imprese ancora esistenti sul Gerenzone, indicandone le notizie storiche e la documentazione disponibile, lo stato di conservazione, le fotografie.
Tirando le somme di quella ricerca, la stessa Cattaneo evidenziava, tra le altre cose, come, in particolare nel primo tratto del torrente, si poteva «constatare la persistenza reale e tangibile della lavorazione del ferro, il permanere di un rapporto tra corso d’acqua e territorio, l’effettiva possibilità di leggere i segni della storia industriale del nostro territorio, attraverso le numerose testimonianze lasciate nel tratto tra Laorca e il Paradone.»
Il censimento fu appunto il primo passo del progetto. Se ne discusse pubblicamente in un convegno nel quale la situazione lecchese venne messa a confronto con quella di altre località: per esempio in Umbria, nel Biellese, in Valcamonica.
Il censimento e gli atti del convegno confluirono in un volume pubblicata dagli stessi musei nel 1996: “Paesaggi della memoria industriale”. E nel quale, il direttore dei musei Gianluigi Daccò andava elencando le fabbriche già scomparse: «Nel giro di pochi anni Lecco, la “Manchester d’Italia”, la “città del ferro”, si è ridotta ad una periferia incolore e disastrata, gremita di macerie e di grigi edifici tirati su in fretta là dove, per tanto tempo, erano stati i suoi grandi opifici». E se quello delle cosiddette aree dismesse era «problema vasto e complesso» Daccò segnalava come «la loro cancellazione tout-court, la rimozione di secoli di storia non è poi una cosa tanto da poco, quanto meno per la memoria storica di una comunità. Specie per una città come Lecco che, nel bene e nel male, è stata, sempre e soprattutto, un luogo di produzione. La memoria dell’industria coincide, nel nostro caso, con la memoria stessa della città.» E «la Valle del Gerenzone, luogo fisico in cui si sono stratificate per secoli produzioni metallurgiche e siderurgiche, rappresenta un fenomeno di “lunga durata”, unico e quindi da studiare e tutelare. Per questo, a partire dal 1986 i Musei Civici di Lecco si sono posti il problema della conservazione della cospicua ed antica memoria industriale della città.» Appunto con l’ipotesi dell’Ecomuseo della Valle del Gerenzone, cantato anche in versi dialettali dal poeta Luigi Manzoni in quel suo “El cavalier Gerenzun”, con tanto di mappa precisa del torrente e dei suoi opifici.
Per l’ipotizzato Ecomueso si sollecitava una normativa apposita e precisa per la realizzazione e l’adeguamento degli edifici storico-industriali esistenti, ma anche per la riqualificazione degli spazi pubblici (strade, verde, servizi).
Erano anni cruciali, quelli in cui ci si rendeva conto che si stava per perdere un grande patrimonio di storia e di cultura. Non è un caso che in quello stesso periodo, proprio per un’attenzione nei confronti dell’archeologia industriale, prendeva corpo l’idea di recuperare a scopi turistici e culturali alcuni tratti delle antiche miniere dei Piani Resinelli.
A quasi quarant’anni di distanza, il bilancio è ben magro. Se ai Resinelli è stato realizzato il progetto di riaprire una miniera (alla quale si è poi aggiunta quella di barite a Cortabbio di Primaluna), l’Ecomuseo è rimasto nel libro dei sogni. Evidentemente, le amministrazioni pubbliche che si sono susseguite, pur menando vanto dello “spirito” operoso della città, non hanno avuto interesse a scommettere su questa idea. Sul fronte dell’archeologia industriale, i musei cittadini si sono dovuti accontentare di una piccola sezione allestita a Palazzo Belgiojoso a Castello. E a ricordare il dibattito di quegli anni rimane il volume del 1996. Nel frattempo, il cambiamento è continuato ed è andato perduto molto di quanto alla fine del Novecento poteva ancora essere salvato.
Ora, a sorvegliare il torrente, c’è quella straordinaria realtà che è l’Officina Gerenzone, un gruppo formatosi informalmente nel 2019 e poi diventato associazione vera e propria nel 2024 che, con il solo volontariato, si è posto a sentinella di quel “paesaggio della memooria”: organizzando visite guidate, giornate di pulizia, ma adesso promuovendo anche l’ambizioso progetto per il recupero della diga del Paradone, la chiusa con il quale l’acqua del Gerenzone veniva dirottata verso la fiumicella e le altre diramazioni che andavano a dare energia alle varie industrie.
Un progetto del costo di 38mila euro. E’ stata lanciata una raccolta fondi con l’obiettivo di raggiungere la cifra di 19 mila euro (la parte restante sarà coperta dalla Fondazione comunitaria del Lecchese), cifra che è stata ormai "incassata".












D.C.




















