A 200 anni dalla nascita Lecco ricorda il 'suo' don Giovanni Mazzucconi
La memoria di Giovanni Mazzucconi torna a interrogare il presente, tra radici familiari, slancio missionario e una sorprendente attualità. Nella Sala Neogotica di Officina Badoni si è svolto l’incontro dedicato ai duecento anni dalla nascita del beato lecchese, promosso dall’Associazione Giuseppe Bovara e dalla Comunità Pastorale a lui intitolata: un momento che non si è limitato alla commemorazione, ma ha provato a restituire la profondità di una figura capace ancora oggi di parlare alla coscienza contemporanea.

Ad aprire la serata è stato il nuovo parroco di Rancio, don Giuseppe Salvioni, che ha scelto di far entrare simbolicamente in sala lo stesso Mazzucconi attraverso le sue parole. Non un’introduzione formale, ma un gesto carico di intensità, che ha riportato i presenti al momento della partenza del giovane missionario: «La speranza di essere utili anche lontani». Un passaggio che ha reso evidente il cuore della serata: non solo la storia di un uomo, ma la forza di una fede capace di generare scelte radicali.

A rendere ancora più intensa l’atmosfera, il momento di preghiera cantata dei seminaristi del Pontificio Istituto Missioni Estere, che ha trasformato l’incontro in un’esperienza condivisa.

A offrire un primo sguardo sul contesto in cui maturò la vocazione di Mazzucconi è stato Francesco D’Alessio, che ha invitato a superare una lettura superficiale della sua storia. «Non interessa leggere l’albero genealogico», ha chiarito, spostando l’attenzione sul contesto familiare, su quell’ambiente fatto di relazioni, fiducia e libertà che ha accompagnato la crescita del giovane. Una famiglia profondamente religiosa, certo, ma senza rigidità: «Non emerge una famiglia fanatica», ha sottolineato, evidenziando piuttosto una libertà educativa che ha permesso ai figli di scegliere il proprio percorso. Dalle lettere e dai documenti emerge un clima umano prima ancora che religioso, fatto di responsabilità, intraprendenza e attenzione alla comunità. Emblematica, in questo senso, la figura del fratello Domenico, protagonista della vita sociale ed economica del territorio, capace di restituire concretamente alla comunità quanto ricevuto.

A ricostruire la figura del missionario nel suo significato storico e spirituale è stato Gerolamo Fazzini, che ha allargato lo sguardo oltre i confini locali. Mazzucconi non è solo un testimone della fede lecchese, ma «il primo martire del primo istituto missionario italiano», il Pontificio Istituto Missioni Estere, nato a metà Ottocento in un contesto in cui la Chiesa iniziava a guardare oltre se stessa. In questo scenario si colloca la scelta di Mazzucconi: poco più che ventenne, partito per l’Oceania con la consapevolezza del rischio. «Un conto è il fascino dell’esotico, un conto è partire sapendo che probabilmente non si tornerà», ha osservato, restituendo tutta la radicalità di quella decisione.

Le parole del beato, riportate durante l’incontro, danno voce a questa consapevolezza: «Non so che cosa mi prepari il viaggio… so una cosa sola: se le muovono immensamente tutto il resto». Una fede che non cancella l’incertezza, ma la attraversa, fino all’epilogo del 1855, quando Mazzucconi viene ucciso dopo soli tre anni di missione. Una vicenda che, letta superficialmente, potrebbe sembrare un fallimento, ma che rivela un’altra logica, quella di un tempo che non coincide con l’immediatezza del risultato. «Sembra un fallimento, poi se aspetti… c’è la risurrezione», ha sottolineato Fazzini.

A portare la riflessione sul presente è stato padre Gianni Criveller, che ha scelto di partire da una domanda tanto semplice quanto complessa: cosa può dire oggi un giovane missionario dell’Ottocento? «È sempre insidioso voler attualizzare persone del passato», ha premesso, riconoscendo la distanza tra epoche. Eppure, proprio da questa distanza emerge una provocazione ancora viva: la scelta radicale di un giovane che decide di donare la propria vita per un ideale. Criveller ha ricordato come i missionari del PIME abbiano voluto raggiungere «il posto più lontano del mondo», fuori da ogni logica coloniale o commerciale. «Hanno insistito che volevano andare nel posto più difficile e improbabile», ha spiegato, trasformando questa scelta in una domanda per l’oggi: quali sono i luoghi che continuiamo a evitare?
Il suo intervento ha toccato anche il nodo del martirio, liberandolo da una lettura puramente eroica: «Il martirio è la disponibilità a essere come Gesù, a non fuggire». Non il desiderio della morte, ma la scelta di restare accanto agli altri, condividendone il destino. Una prospettiva che cambia lo sguardo anche sul cosiddetto “fallimento” missionario: «La missione non necessariamente deve avere un successo umano». Non si misura con numeri o risultati, ma dentro una logica più profonda, quella del dono.
Così, a duecento anni dalla nascita, Giovanni Mazzucconi continua a parlare al presente. Non soltanto alla memoria religiosa di Lecco, ma a chiunque si interroghi su cosa significhi dare senso alla propria vita, scegliere una direzione, restare fedele a un ideale anche quando il cammino si fa incerto.

La serata si è conclusa con un momento inatteso, ma profondamente coerente con il senso dell’incontro. I seminaristi del Pontificio Istituto Missioni Estere hanno coinvolto il pubblico in un canto e in una danza proveniente dalla Costa d’Avorio. Relatori, partecipanti, giovani e adulti si sono ritrovati a condividere lo stesso ritmo e lo stesso spazio.

Ad aprire la serata è stato il nuovo parroco di Rancio, don Giuseppe Salvioni, che ha scelto di far entrare simbolicamente in sala lo stesso Mazzucconi attraverso le sue parole. Non un’introduzione formale, ma un gesto carico di intensità, che ha riportato i presenti al momento della partenza del giovane missionario: «La speranza di essere utili anche lontani». Un passaggio che ha reso evidente il cuore della serata: non solo la storia di un uomo, ma la forza di una fede capace di generare scelte radicali.

A rendere ancora più intensa l’atmosfera, il momento di preghiera cantata dei seminaristi del Pontificio Istituto Missioni Estere, che ha trasformato l’incontro in un’esperienza condivisa.

A offrire un primo sguardo sul contesto in cui maturò la vocazione di Mazzucconi è stato Francesco D’Alessio, che ha invitato a superare una lettura superficiale della sua storia. «Non interessa leggere l’albero genealogico», ha chiarito, spostando l’attenzione sul contesto familiare, su quell’ambiente fatto di relazioni, fiducia e libertà che ha accompagnato la crescita del giovane. Una famiglia profondamente religiosa, certo, ma senza rigidità: «Non emerge una famiglia fanatica», ha sottolineato, evidenziando piuttosto una libertà educativa che ha permesso ai figli di scegliere il proprio percorso. Dalle lettere e dai documenti emerge un clima umano prima ancora che religioso, fatto di responsabilità, intraprendenza e attenzione alla comunità. Emblematica, in questo senso, la figura del fratello Domenico, protagonista della vita sociale ed economica del territorio, capace di restituire concretamente alla comunità quanto ricevuto.

A ricostruire la figura del missionario nel suo significato storico e spirituale è stato Gerolamo Fazzini, che ha allargato lo sguardo oltre i confini locali. Mazzucconi non è solo un testimone della fede lecchese, ma «il primo martire del primo istituto missionario italiano», il Pontificio Istituto Missioni Estere, nato a metà Ottocento in un contesto in cui la Chiesa iniziava a guardare oltre se stessa. In questo scenario si colloca la scelta di Mazzucconi: poco più che ventenne, partito per l’Oceania con la consapevolezza del rischio. «Un conto è il fascino dell’esotico, un conto è partire sapendo che probabilmente non si tornerà», ha osservato, restituendo tutta la radicalità di quella decisione.

Le parole del beato, riportate durante l’incontro, danno voce a questa consapevolezza: «Non so che cosa mi prepari il viaggio… so una cosa sola: se le muovono immensamente tutto il resto». Una fede che non cancella l’incertezza, ma la attraversa, fino all’epilogo del 1855, quando Mazzucconi viene ucciso dopo soli tre anni di missione. Una vicenda che, letta superficialmente, potrebbe sembrare un fallimento, ma che rivela un’altra logica, quella di un tempo che non coincide con l’immediatezza del risultato. «Sembra un fallimento, poi se aspetti… c’è la risurrezione», ha sottolineato Fazzini.

A portare la riflessione sul presente è stato padre Gianni Criveller, che ha scelto di partire da una domanda tanto semplice quanto complessa: cosa può dire oggi un giovane missionario dell’Ottocento? «È sempre insidioso voler attualizzare persone del passato», ha premesso, riconoscendo la distanza tra epoche. Eppure, proprio da questa distanza emerge una provocazione ancora viva: la scelta radicale di un giovane che decide di donare la propria vita per un ideale. Criveller ha ricordato come i missionari del PIME abbiano voluto raggiungere «il posto più lontano del mondo», fuori da ogni logica coloniale o commerciale. «Hanno insistito che volevano andare nel posto più difficile e improbabile», ha spiegato, trasformando questa scelta in una domanda per l’oggi: quali sono i luoghi che continuiamo a evitare?
Il suo intervento ha toccato anche il nodo del martirio, liberandolo da una lettura puramente eroica: «Il martirio è la disponibilità a essere come Gesù, a non fuggire». Non il desiderio della morte, ma la scelta di restare accanto agli altri, condividendone il destino. Una prospettiva che cambia lo sguardo anche sul cosiddetto “fallimento” missionario: «La missione non necessariamente deve avere un successo umano». Non si misura con numeri o risultati, ma dentro una logica più profonda, quella del dono.
Così, a duecento anni dalla nascita, Giovanni Mazzucconi continua a parlare al presente. Non soltanto alla memoria religiosa di Lecco, ma a chiunque si interroghi su cosa significhi dare senso alla propria vita, scegliere una direzione, restare fedele a un ideale anche quando il cammino si fa incerto.

La serata si è conclusa con un momento inatteso, ma profondamente coerente con il senso dell’incontro. I seminaristi del Pontificio Istituto Missioni Estere hanno coinvolto il pubblico in un canto e in una danza proveniente dalla Costa d’Avorio. Relatori, partecipanti, giovani e adulti si sono ritrovati a condividere lo stesso ritmo e lo stesso spazio.
Gloria Draghi




















