La lunga via del perdono. Due storie per riflettere. Serata toccante a Olate

Più che le parole, il silenzio. Gonfio di pensieri. Un silenzio che per qualche minuto ha tenuto la sala come sospesa in un’altra dimensione. Il silenzio che è seguito all’ascolto di due testimonianze che hanno scavato nelle coscienze.
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Ieri sera, all’istituto Maria Ausiliatrice di Olate, si parlava di perdono, su iniziativa della comunità pastorale Madonna di Lourdes e del centro culturale Alessandro Manzoni: a portare il loro “vissuto” sono stati un giovane autore di un omicidio e la mamma di un diciottenne ucciso durante una stupida lite. A interrogarsi, loro, sul perdono e a interrogare tutti. Chiedendosi – così come recitava il titolo dell’incontro – se sia possibile perdonare.
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Introdotti da don Walter Magnoni, parroco della comunità pastorale e docente all’Università Cattolica, sono intervenuti il giornalista Giorgio Paolucci con i due testimoni: Mattia Teofilo e Carolina Porcaro, «quasi una stessa storia in due versioni» come ha detto lo stesso don Walter.
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Sono, quelle di Mattia e di Carolina, due delle storie raccontate da Paolucci in due libri dedicati alla “ripartenza”: «È un’idea nata dopo il covid – ha spiegato il giornalista - Nel 2022 proposi al direttore di “Avvenire” di raccontare storie che facessero percepire che quando la vita ha un significato tutto può essere affrontato. Quando lavoravo al giornale, ogni tanto chiacchieravo con un collega che faceva attività caritativa in carcere. E vedevamo le persone da prospettive diverse: io dal punto di visto giornalistico, raccontavo gli episodi, i processi, le inchieste, le condanne; lui mi diceva altre cose perché quelle persone le aveva incontrate in carcere. Sembrava parlassimo di persone differenti eppure erano le stesse persone. Così, quando sono andato in pensione, sono andato anch’io a fare attività in carcere ed è stata l’esperienza più educativa della mia vita: conoscere le persone di cui si parla sui giornali e guardarle da una prospettiva diversa. E allora mi sono ricordato le parole di don Oreste Benzi: “L’uomo non è il suo errore, il carcerato non è il suo reato.»
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Allora – ha continuato Paolucci - «ci si chiede se oggi è ancora possibile perdonare. Cosa lo permette? È possibile perdonare e chiedere perdono. Un tema importante in questo periodo di guerra. Ecco ci si chiede se un ragazzo israeliano e uno palestinese possano perdonare. Ma è la stessa domanda che possiamo fare a ciascuno di noi, quando litighiamo con un collega, un vicino, la moglie, la mamma. Il perdono non è un problema solo di chi fa le guerre, ma riguarda anche la nostra vita quotidiana.»
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È stato poi Mattia Teofilo a raccontarsi: «Ero il secondo di quattro figli ed ero il più caprone. Non avevo voglia di studiare. Pensavo solo a divertirmi. Poi, undici anni fa ho fatto la più grande cazzata della mia vita: un omicidio, sono finito in carcere e mi sono trovato in una realtà alla quale non ero preparato. Cosa mi ha salvato? Una promessa fatta a mia madre che mi chiedeva almeno di fare l’esame di maturità, mancava solo l’ultimo anno. In carcere ho studiato, ho ottenuto la maturità per sentire mia madre dire che era fiera di me».
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«A quel punto - ha proseguito - avere un libro significava essere fuori dalla mia cella. Finito il libro, rivedevo le sbarre. Giorgio Paolucci mi ha accompagnato in questo percorso. Poi c’è stata un’occasione imperdibile. Un’università milanese proponeva un corso triennale gratuito in economia: mi sono iscritto e mi sono laureato. E poi, all’interno del carcere, c’era un laboratorio e se lo studio era una maniera per non pensare a quello che avevo fatto, il lavoro ti richiedeva invece di farci i conti tutti i giorni. C’erano anche incontri con persone vittime di reati. Era il concetto della giustizia riparativa che sarebbe arrivata dopo. E lì ho avuto la prima crisi: la condanna non è solo quella del tribunale ma è anche dover vivere e confrontarsi ogni giorno con quello che hai fatto. Ho anche avuto la possibilità di uscire dal carcere per studiare. Significava che finalmente tornavo a vivere? Per niente! Perché c’è una cosa che non torna come prima: la vittima. Ogni giorno che acquistavo più libertà mi facevo sempre più schifo. Quella notte là non passava mai.»
E a proposito di perdono, Teofilo ha concluso: «Non ho mai avuto il coraggio di andare dai famigliari della vittima a chiedere scusa. Come fai? Ed è questo che mi tormenta. È un percorso che devo fare, un passo per volta, ma non vedo una soluzione. Perdono? È una domanda che rimarrà aperta per un sacco di tempo. Mi ci vorrà ancora tanto. Quello che ho fatto è una cosa ti porti dentro per sempre.»
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Carolina Porcaro, con la voce spesso alterata dalla commozione, ha ricordato quando il 10 agosto 2011 suo figlio Lorenzo venne ucciso durante una lite: un amico ruppe una bottiglia e gli recise la giugulare. «Era uscito il pomeriggio e non è più tornato. La notizia me l’ha data il sindaco e in quel momento non mi sono fatta prendere dalla disperazione. Avevo una calma strana. Come la Madonna ai piedi della croce, quando sente Gesù chiedere di perdonare chi l’ha crocifisso. Ho capito che Lorenzo non aveva più bisogno di me, lo sapevo tra le braccia della Madonna. Pensavo che in quel momento chi avesse più bisogno era il ragazzo che aveva ucciso mio figlio, resosi conto di quello che fatto soltanto dopo, quando non si poteva tornare indietro.»
Mamma Carolina ha poi letto l’intervento fatto al funerale del figlio, in cui parlava della forza della fede, dell’aiuto avuto ascoltando Radio Mater, ma nello stesso tempo invitava «a volersi bene, ad abbracciarsi come ci abbracciavamo io e Lorenzo e lui mi stringeva con le sue braccia forti e io mi sentivo piccola. Vorrei far arrivare al ragazzo che ha ucciso mio figlio un abbraccio che è anche un invito a un incontro, anche ai famigliari. Non facciamo che l’egoismo prevalga.»
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I genitori di quel ragazzo – ha poi aggiunto - «hanno voluto incontrarmi per chiedere perdono, ci siamo abbracciati. Ho detto loro di stare vicini al figlio affinché si sentisse amato e non abbandonato. La vita di una persona è più importante di tutto. Come Pietro quando interroga Gesù sulle volte che dovrà perdonare il fratello per le sue colpe e Gesù gli risponde “Non ti dico fino a sette volte, ma settanta volte sette”. Dobbiamo sempre perdonare. Non ho mai avuto rancore né odio per questo ragazzo. Non l’ho ancora incontrato, ma spero di incontrarlo. Ma il Signore mi ha fatto capire una cosa importante: la lettera che gli ho scritto, quel ragazzo l’ha conservata, non l’ha gettata via. La mia porta sarà sempre aperta.»
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Da parte sua Paolucci, ha ricordato Gemma Calabresi, la vedova del commissario ucciso nel 1972: anche lei ha utilizzato le parole di Gesù sulla croce («Perdona loro perché non sanno quello che fanno») e in un libro ha parlato del suo «percorrere la strada di perdono» 
«È una strada - ha proseguito Paolucci – che richiede molto lavoro su di sé. Ed è lo stesso percorso che sta facendo Mattia.»
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Don Magnoni ha invece ricordato le parole di papa Francesco: «”Perdonare non significa dimenticare.” Serve del tempo perché il perdono è una cosa seria».
D.C.
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