Giustizia riparativa a Lecco: ora c’è un centro ufficiale
Il riconoscimento da parte del ministero della Giustizia risale a circa due mesi fa – al 12 febbraio per l’esattezza – ma la presentazione pubblica è avvenuta oggi a Palazzo delle paure. Il “tavolo” lecchese per la giustizia riparativa, partito dodici anni fa grazie all’impegno di un gruppo di volontari, diventa ora un organismo ufficiale. Con una sede, con proprio personale, con risorse pubbliche.

La giustizia riparativa – o restorativa – si affianca al sistema giudiziario tradizionale e tenta di creare un “ponte” tra autori dei reati e vittime, una sorta di dialogo, di confronto. Da un lato con effetti benefici sulla pena da scontare, ma nel contempo aiutando a rimarginare le ferite, personali e sociali, aiutando il processo di superamento dei traumi sia per chi ha commesso un reato che per chi lo ha subito. Un istituto introdotto dalla cosiddetta riforma Cartabia del 2022, ma che – come s’è visto – aveva mosso i suoi primi passi già da quasi un ventennio e a Lecco da poco meno.

Il nuovo centro ha sede al Centro regionale dei servizi per il volontariato in via Marco d’Oggiono e garantisce l’erogazione tutti i programmi di giustizia riparativa individuati dalla legge: percorsi di mediazione penale, tra la persona indicata come autore dell’offesa e la vittima del reato, anche estesa ai gruppi parentali, ma anche tra la persona indicata come autore dell'offesa e la vittima di un reato diverso da quello per cui si procede; dialoghi riparativi; ogni altro programma dialogico guidato da mediatori, svolto nell'interesse della vittima del reato e della persona indicata come autore dell'offesa.
L’accesso ai programmi è gratuito e volontario e l’assenza del consenso della vittima diretta non sarà di ostacolo all’attivazione del programma qualora il mediatore riterrà possibile un percorso riparativo con vittima indiretta.
In origine, per la Lombardia erano previsti due soli centri, a Milano e Brescia, ma ne sono stati avviati ben sei, uno dei quali è appunto quello di Lecco.
A presentare il centro sono stati il garante dei detenuti Lucio Farina, la responsabile dell’Ufficio di piano territoriale per i servizi sociali Michela Maggi, la psicologa Bruna Dighera.

Farina ha esordito ricordando come la giustizia riparativa ha preso piede nel nostro territorio attraverso quello che è conosciuto come il “tavolo dell’Innominato”: «Un cammino iniziato nel 2012 con evento a Lecco in occasione del ventennale dell’uccisione di Paolo Borsellino quando organizzammo al Cenacolo francescano uno spettacolo con la compagnia teatrale di Rebibbia. Si presentarono 800 persone, riuscimmo a farne entrare solo 600 e le altre dovemmo rimandarle a casa. Allora assessore alla cultura era Michele Tavola e sindaco Virginio Brivio. E di fronte a quella impressionante risposta da parte dei lecchesi, ci venne detto che dovevamo cogliere l’occasione. Con un piccolo gruppo di persone cominciammo a guardarci in faccia e nacque il “tavolo” su base volontaria, un tavolo dal quale sono passati tantissimi cittadini. Coinvolgeva il Comune, il sistema dei servizi sociali, associazioni come “Il gabbiano” e poi gli amici della Caritas. Ci collegammo col forum europeo della giustizia riparativa, invitammo i maggiori esperti. All’inizio non avevamo nemmeno un nome, un nome di cui le istituzioni avevano bisogno per sostenerci. Il nome migliore era di non darci un nome e allora diventammo l’Innominato che casualmente è anche un personaggio dei “Promessi sposi”.»
Personaggio, come si sa, non estraneo alla giustizia riparativa, con quel suo pentimento dopo il rapimento di Lucia che costituisce uno dei momenti più intensi del romanzo manzoniano.
«In questi anni – ha continuato Farina – abbiamo svolto attività di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini promuovendo angoli di giustizia riparativa nei bar, organizzando convegni e seminari e quella manifestazione annuale che è la “piazza dell’Innominato” che ci consente di avvicinare moltissime persone nella convinzione che la giustizia riparativa sia un dovere dell’intera comunità perché i conflitti prima che penali sono soprattutto sociali. Abbiamo aiutato a superare i conflitti nelle scuole e anche nei condomini, abbiamo creato un “circolo Covid” per elaborare quel trauma e che ha funzionato per tre anni e diventato punto di riferimento per tutto il mondo. E non è uno scherzo: siamo davvero stati all’università di Canberra a raccontare la nostra esperienza. Oggi siamo uno dei pochissimi centri riconosciuti in Italia.»

Dighera ha parlato del nuovo centro lecchese come di una tappa, con lo sguardo rivolto a un più vasto orizzonte «perché il tavolo è un cantiere per creare una visione di comunità. Soprattutto, però, l’esperienza leccchese dimostra che un gruppo di cittadini con un impegno tenace può raggiungere traguardi importanti se c’è un’organizzazione territoriale che ti sostiene e se le istituzioni ti supportano.»

Maggi è entrata nel dettaglio del funzionamento del centro, sottolineando nuovamente come la sua istituzione formale sia frutto di un percorso che ha coinvolto l’intera comunità. Il centro dovrà garantire tutta una serie di servizi previsti dalla legge, servono mediatori e interpreti professionali, potremo stipulare convenzioni con tribunali e l’Università dell’Insubria.»

Quella dell’Insubria, del resto, è stata la prima università a istituire – fin dal 2005 – la prima cattedra di giustizia riparativa nell’ambito del corso di studi in giurisprudenza. Lo ha ricordato Grazia Mannozzi per la quale l’istituzione del centro è un passaggio importante in un processo che deve soprattutto costruire una cultura della “restorazione”, processo nel quale l’università gioca un ruolo importante, nella sensibilizzazione del territorio e degli studenti, ma anche promuovendo corsi e iniziative rivolti alla cittadinanza, «formare giuristi sensibili già durante i corsi universitari.»
Sarà comunque necessario – ha aggiunto – avviare un dialogo con la magistratura e l’avvocatura, anche selezionando i casi su cui si potrà lavorare meglio e che in genere sono i casi che provocano maggiori sofferenze. «Occorre cambiare le parole – ha concluso -: non più reo , ma una persona che ha commesso qualcosa. E cambiare le parole significa cambiare il pensiero.»

All’incontro hanno inoltre portato il loro saluto il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni, il prefetto Paolo Ponta, il rappresentante dell’amministrazione provinciale Antonio Pasquini, il presidente del Tribunale lecchese Marco Tremolada, il procuratore capo Ezio Domenico Basso e la presidente della sezione penale del Tribunale Bianca Maria Bianchi.
La giustizia riparativa – o restorativa – si affianca al sistema giudiziario tradizionale e tenta di creare un “ponte” tra autori dei reati e vittime, una sorta di dialogo, di confronto. Da un lato con effetti benefici sulla pena da scontare, ma nel contempo aiutando a rimarginare le ferite, personali e sociali, aiutando il processo di superamento dei traumi sia per chi ha commesso un reato che per chi lo ha subito. Un istituto introdotto dalla cosiddetta riforma Cartabia del 2022, ma che – come s’è visto – aveva mosso i suoi primi passi già da quasi un ventennio e a Lecco da poco meno.
Il nuovo centro ha sede al Centro regionale dei servizi per il volontariato in via Marco d’Oggiono e garantisce l’erogazione tutti i programmi di giustizia riparativa individuati dalla legge: percorsi di mediazione penale, tra la persona indicata come autore dell’offesa e la vittima del reato, anche estesa ai gruppi parentali, ma anche tra la persona indicata come autore dell'offesa e la vittima di un reato diverso da quello per cui si procede; dialoghi riparativi; ogni altro programma dialogico guidato da mediatori, svolto nell'interesse della vittima del reato e della persona indicata come autore dell'offesa.
L’accesso ai programmi è gratuito e volontario e l’assenza del consenso della vittima diretta non sarà di ostacolo all’attivazione del programma qualora il mediatore riterrà possibile un percorso riparativo con vittima indiretta.
In origine, per la Lombardia erano previsti due soli centri, a Milano e Brescia, ma ne sono stati avviati ben sei, uno dei quali è appunto quello di Lecco.
A presentare il centro sono stati il garante dei detenuti Lucio Farina, la responsabile dell’Ufficio di piano territoriale per i servizi sociali Michela Maggi, la psicologa Bruna Dighera.
Farina ha esordito ricordando come la giustizia riparativa ha preso piede nel nostro territorio attraverso quello che è conosciuto come il “tavolo dell’Innominato”: «Un cammino iniziato nel 2012 con evento a Lecco in occasione del ventennale dell’uccisione di Paolo Borsellino quando organizzammo al Cenacolo francescano uno spettacolo con la compagnia teatrale di Rebibbia. Si presentarono 800 persone, riuscimmo a farne entrare solo 600 e le altre dovemmo rimandarle a casa. Allora assessore alla cultura era Michele Tavola e sindaco Virginio Brivio. E di fronte a quella impressionante risposta da parte dei lecchesi, ci venne detto che dovevamo cogliere l’occasione. Con un piccolo gruppo di persone cominciammo a guardarci in faccia e nacque il “tavolo” su base volontaria, un tavolo dal quale sono passati tantissimi cittadini. Coinvolgeva il Comune, il sistema dei servizi sociali, associazioni come “Il gabbiano” e poi gli amici della Caritas. Ci collegammo col forum europeo della giustizia riparativa, invitammo i maggiori esperti. All’inizio non avevamo nemmeno un nome, un nome di cui le istituzioni avevano bisogno per sostenerci. Il nome migliore era di non darci un nome e allora diventammo l’Innominato che casualmente è anche un personaggio dei “Promessi sposi”.»
Personaggio, come si sa, non estraneo alla giustizia riparativa, con quel suo pentimento dopo il rapimento di Lucia che costituisce uno dei momenti più intensi del romanzo manzoniano.
«In questi anni – ha continuato Farina – abbiamo svolto attività di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini promuovendo angoli di giustizia riparativa nei bar, organizzando convegni e seminari e quella manifestazione annuale che è la “piazza dell’Innominato” che ci consente di avvicinare moltissime persone nella convinzione che la giustizia riparativa sia un dovere dell’intera comunità perché i conflitti prima che penali sono soprattutto sociali. Abbiamo aiutato a superare i conflitti nelle scuole e anche nei condomini, abbiamo creato un “circolo Covid” per elaborare quel trauma e che ha funzionato per tre anni e diventato punto di riferimento per tutto il mondo. E non è uno scherzo: siamo davvero stati all’università di Canberra a raccontare la nostra esperienza. Oggi siamo uno dei pochissimi centri riconosciuti in Italia.»
Dighera ha parlato del nuovo centro lecchese come di una tappa, con lo sguardo rivolto a un più vasto orizzonte «perché il tavolo è un cantiere per creare una visione di comunità. Soprattutto, però, l’esperienza leccchese dimostra che un gruppo di cittadini con un impegno tenace può raggiungere traguardi importanti se c’è un’organizzazione territoriale che ti sostiene e se le istituzioni ti supportano.»
Maggi è entrata nel dettaglio del funzionamento del centro, sottolineando nuovamente come la sua istituzione formale sia frutto di un percorso che ha coinvolto l’intera comunità. Il centro dovrà garantire tutta una serie di servizi previsti dalla legge, servono mediatori e interpreti professionali, potremo stipulare convenzioni con tribunali e l’Università dell’Insubria.»
Quella dell’Insubria, del resto, è stata la prima università a istituire – fin dal 2005 – la prima cattedra di giustizia riparativa nell’ambito del corso di studi in giurisprudenza. Lo ha ricordato Grazia Mannozzi per la quale l’istituzione del centro è un passaggio importante in un processo che deve soprattutto costruire una cultura della “restorazione”, processo nel quale l’università gioca un ruolo importante, nella sensibilizzazione del territorio e degli studenti, ma anche promuovendo corsi e iniziative rivolti alla cittadinanza, «formare giuristi sensibili già durante i corsi universitari.»
Sarà comunque necessario – ha aggiunto – avviare un dialogo con la magistratura e l’avvocatura, anche selezionando i casi su cui si potrà lavorare meglio e che in genere sono i casi che provocano maggiori sofferenze. «Occorre cambiare le parole – ha concluso -: non più reo , ma una persona che ha commesso qualcosa. E cambiare le parole significa cambiare il pensiero.»
All’incontro hanno inoltre portato il loro saluto il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni, il prefetto Paolo Ponta, il rappresentante dell’amministrazione provinciale Antonio Pasquini, il presidente del Tribunale lecchese Marco Tremolada, il procuratore capo Ezio Domenico Basso e la presidente della sezione penale del Tribunale Bianca Maria Bianchi.
D.C.




















