Da Lecco su fino a... Capanna Margherita: l'ultima impresa bici + sci di Alessandro Sozzi

Partire da casa, salire in sella alla propria bici, percorrere chilometri sui pedali e poi continuare a salire fino a sfiorare il cielo con gli sci ai piedi. Non è solo un’impresa sportiva, ma un viaggio costruito con fatica e passione quello che ha portato Alessandro Sozzi, 34 anni, pianificatore di produzione e content creator, da Lecco fino a Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa, a 4.556 metri, unendo bici e sci in un’unica esperienza. Due giorni no stop, venerdì 17 e sabato 18 aprile, condivisi con i compagni di viaggio Matteo Gozzoli e Francesco Surace, in un percorso che è stato prima di tutto una sfida con sé stessi.
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L’idea “nasce dalla voglia di unire due passioni che mi accompagnano da sempre: bici e montagna. A un certo punto ho capito che non volevo solo raggiungere una meta, ma costruire un viaggio completo, partendo da casa e arrivando in quota solo con le mie forze”, racconta il valmadrerese.
sozzicapannamargherita4.jpeg (105 KB)Non una semplice salita, quindi, ma un racconto continuo dove ogni metro ha un senso. “Bici e sci rappresentano due modi diversi di muoversi, ma con lo stesso spirito: uniscono velocità e lentezza, permettono di coprire lunghe distanze ma anche di assaporare davvero il percorso. Metterli insieme rende tutto più autentico”.
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Alla partenza da Lecco, le emozioni sono quelle di chi sa di stare entrando in qualcosa di grande, ma senza certezze. “Provavo un mix di entusiasmo e rispetto. Sai che ti aspetta qualcosa di importante, ma sai anche che niente è scontato”.
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E infatti la montagna, come sempre, presenta il conto soprattutto quando la fatica si accumula. “Il momento più duro è quando sei stanco e manca ancora tanto. In quei momenti non guardi la cima: guardi solo il prossimo passo”. È lì che si gioca tutto, nella capacità di spezzare l’obiettivo, di renderlo umano. “Il segreto è porsi obiettivi a breve termine”.
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I dubbi arrivano, inevitabili. “Fa parte del gioco. La differenza la fa continuare anche quando la testa ti dice di fermarti”. Ed è proprio la testa, più ancora del corpo, a diventare il terreno più difficile. “La fatica fisica si gestisce, quella mentale spesso è più complicata. Devi restare lucido e motivato proprio quando sei più stanco”. Più che paura, però, quello che emerge è un sentimento diverso, più sottile e necessario. “Direi rispetto. In montagna serve sempre rispetto: per l’ambiente, per le condizioni e per i propri limiti”.
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Ci sono momenti che restano, immagini che diventano memoria viva. “L’alba durante la salita è uno di quei momenti che mi porterò dentro di più. In certi istanti senti di essere esattamente dove dovresti essere”. Ma questa non è una storia solitaria. È, piuttosto, una trama condivisa. “Nessuno arriva davvero da solo: a volte basta una parola giusta, una battuta, una risata”. Il gruppo diventa fondamentale, soprattutto quando le cose si complicano. “Dà energia, sicurezza e motivazione”. E nei momenti più duri, invece di isolare, la fatica unisce. “La fatica condivisa crea legami molto forti”. Lo dimostra anche un episodio: a oltre 4000 metri, uno dei compagni accusa il mal di montagna. “Vomito, nausea, pensava fosse finita. Invece lo abbiamo aiutato e sostenuto ed è riuscito ad arrivare anche lui in cima”. Piccoli gesti, apparentemente invisibili, che in quota diventano decisivi.
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E poi c’è l’arrivo, che non è mai solo un traguardo fisico. Davanti alla Capanna Margherita, quello che resta non è l’esultanza, ma qualcosa di più profondo. “Ho provato soprattutto gratitudine. Per il percorso fatto, per chi c’era e per aver vissuto qualcosa di così speciale”. È lì che l’esperienza si chiude e, allo stesso tempo, continua dentro. “Mi porto la conferma che spesso i limiti sono più mentali che reali”.
Se dovesse riassumere tutto in una frase, Alessandro Sozzi non ha dubbi: “Nessuna scorciatoia: solo un passo alla volta”. Ed è forse proprio questo il senso più autentico dell’impresa: non la vetta, ma il modo in cui ci si arriva.

G.D.
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