Il mio 1° maggio a Torino con le tendine chiuse del bus per non farci vedere i comunisti

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Primo Maggio 2026. Sono passati 140 anni da quel 1° maggio del 1886, quando a Chicago, con la Rivolta di Haymarket (4 maggio 1886), gli sfruttati scesero nelle strade puzzolenti di fumo per chiedere una giornata lavorativa non di 12/14 ore ma di 8 ore. Fu la prima manifestazione imponente che evidenziò i limiti, la miseria di quel neocapitalismo preindustriale, in quell’America del Nord costituita da migranti di tutti i continenti. I lavoratori erano costretti a lavorare 12/14 ore al giorno con un salario monetario dimezzato; metà del salario era compensato, con la cocaina, che serviva per reggere la fatica.

In America, la cocaina fu legale fino al 1914.  La prima legge - Harrison Narcotics Tax Act - non vietava esplicitamente la cocaina, ne limitava la produzione, rendendola illegale al di fuori dell’ambito medico: i medici la prescrivevano per alleviare la fatica e il dolore. Per decenni, la cocaina è stata usata come strumento medicale funzionale al ‘benessere’ del cittadino.  Solo nel 1970, Controlled Substances Act, è stata classificata sostanza illegale.

Il 1°maggio, come giornata internazionale dei lavoratori, è stata istituita nel 1889 a Parigi dalla Seconda Internazionale. In Italia, la prima Festa è del 1891, ma è stata soppressa durante il periodo fascista ed è ripristinata dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi, il Primo Maggio è festeggiato in moltissimi paesi come simbolo delle conquiste sociali e dei diritti del lavoro.

Il mio 1° maggio risale agli anni sessanta, a Torino. Il don dell’oratorio, per compensare il nostro impegno settimanale di ragazzi nel consegnare a domicilio i giornali cattolici, ogni 1° maggio ci regalava un fuori porta con il pullman. In quella occasione, andammo a Torino, dove c’erano migliaia di persone nelle strade con le bandiere rosse, che cantavano e festeggiavano; il don ci ordinò di non guardare quella sfilata anticlericale. La chiesa cattolica, con il decreto di Pio XII (1949), scomunicò gli iscritti al PC e i simpatizzanti. Ecco perché il don ci fece tirare le tendine dei finestrini del pullman. Solo alla fine degli anni 60/70, con il Concilio Vaticano II, la chiesa allentò la morsa, ma non c’è mai stato un pronunciamento definitivo. Tutto questo per dire che la Festa del 1° maggio risente delle contraddizioni politiche e sociali dei processi storici.

In questo periodo, la Festa del 1° maggio serve per focalizzare la condizione precaria della globalizzazione e le Big Tech (Google, Amazon e Microsoft…) che sfruttano migliaia di persone a nei paesi più periferici dell’impero: Africa (es. Kenya), Sud-est asiatico, America Latina. Questi lavoratori dell’IA sono annotatori di dati, annotatori di contenuti, addestratori di modelli e prendono dei salari bassi di poche di centinaia di centesimi lavorando 12/14 ore al giorno in continuazione. Sono i nuovi sfruttati dell’alta tecnologia dell’IA.

Da noi, lo sfruttamento si misura con lavori poveri e dequalificati che si caratterizzano per incidenti mortali sul lavoro e riguardano lavoratori.
Nel 2026, in questi quattro mesi i morti sono circa 280-320; gli infortuni sono circa 180.000-200.000. I settori con più morti e incidenti riguardano l’edilizia, i trasporti, l’agricoltura tra 1.200-1.500; negli anni 2000 erano circa 1.200-1.400; negli anni 2010-2020 erano circa 3-5 morti ogni 100.000 lavoratori.
Dall’inizio degli anni 70, il rischio di morire sul lavoro si è ridotto di circa 4-5 volte, ma allora il lavoro era più pericoloso, più pesante, meno organizzato e tecnologico. Tuttavia, i morti sul lavoro sono ancora numerosi. Dal 2000 a oggi, le morti sul lavoro sono circa 2.500-3.000, mentre quelle per omicidi si attestano intorno a 600- 700. In sostanza, i morti sul lavoro sono 2-3 volte di più degli omicidi. Si muore di più sul posto di lavoro che per atti criminosi.

I procedimenti penali avviati dall’INAIL mostrano che, su 1.000 morti sul lavoro, solo una parte arriva a processo, e ancora meno si conclude con una condanna definitiva, poiché i processi durano 5-10 anni.
Le condanne definitive per omicidi sono circa 250-300 all’anno. In conclusione, ci sono più morti sul lavoro rispetto alle condanne, e le sentenze a favore dei familiari sono poche.
Dr. Enrico Magni, psicologo, criminologo, giornalista
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