Abbadia: il punto di vista dei 'bambini di Chernobyl' in un libro
C’è un modo diverso di raccontare una storia. Senza forzarla, senza caricarla di significati che non le appartengono. È da qui che nasce “Larissa”, l’ottavo romanzo di Vittoria Silvestrini, 28 anni, originaria di Abbadia Lariana, oggi impegnata anche nel servizio civile presso la biblioteca del Comune di Pescate.
Una passione per la scrittura che parte da lontano, coltivata tra gli studi in Scienze Umane al liceo Bertacchi di Lecco e poi all’università, dove si è laureata in Comunicazione ed editoria a Bergamo.
Un percorso che, dopo una pausa, è tornato a farsi spazio con decisione. «Negli ultimi anni di liceo avevo accantonato questo sogno, poi dopo la laurea ho riscoperto la possibilità di scrivere».
Da lì, un lavoro costante, fatto di ricerca e attenzione ai temi sociali: immigrazione, adozione, fragilità. «Anche le opere di fantasia devono essere fatte bene: devono mandare messaggi potenti, sensibilizzare. Tante realtà vengono conosciute solo in modo superficiale».
È proprio da questa esigenza che nasce “Larissa”, un romanzo che guarda a una storia poco raccontata: quella dei bambini provenienti dalle zone contaminate dall’incidente nucleare di Chernobyl, accolti per periodi temporanei in Italia. «È un tema su cui esistono pochi romanzi. Volevo raccontarlo, dare un tributo a queste storie». Una scelta che si intreccia anche con un interesse personale: «Ho sempre avuto una grande passione per l’Est Europa e per le culture slave, realtà di cui si parla poco».
La protagonista è Larissa, sei anni, cresciuta in un orfanotrofio nelle campagne della Bielorussia. La sua vita cambia quando arriva in Italia per uno di questi soggiorni, trovando una famiglia temporanea a Bergamo. Un’esperienza che, nel romanzo, si trasforma in qualcosa di più stabile, fino all’adozione.
Ma il cuore del racconto non è il colpo di scena. «Non è un libro per chi cerca grandi svolte narrative. È un libro tranquillo, che segue lo scorrere di una vita».
Silvestrini costruisce la storia attraverso uno sguardo preciso: quello dei bambini. «Mi interessava raccontare il loro punto di vista: le giornate, i pasti, i giochi, ma soprattutto lo stupore. Il passaggio da un orfanotrofio a una famiglia è qualcosa di enorme, ma spesso le emozioni vengono tralasciate». Un lavoro che parte sempre da una fase di studio attenta. «Faccio sempre una ricognizione per capire cosa esiste già su un tema. Spesso gli stessi argomenti vengono trattati nello stesso modo. Io cerco qualcosa di diverso». Dietro “Larissa” c’è infatti una documentazione approfondita: testimonianze, ricerche sui soggiorni umanitari, sul ruolo delle associazioni – sia laiche che religiose – che negli anni hanno reso possibile l’accoglienza di migliaia di bambini. Un fenomeno che oggi è meno visibile, ma che ha segnato un’epoca. «Non se ne parla più molto perché questi soggiorni sono diminuiti, ma è importante non dimenticare. L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale e i bambini sono sempre stati accolti con grande calore».
A quarant’anni dall'incidente di Chernobyl, il romanzo si muove proprio in questa direzione: non spiegare, ma raccontare. Senza forzature. «È la storia di una bambina che aspetta. Aspetta l’estate per tornare in Italia e, più in generale, aspetta una famiglia. È questo il suo sogno».
Un libro che non cerca di stupire a tutti i costi, ma di restituire una realtà con delicatezza. E forse è proprio in questa scelta, lontana da ogni effetto, che trova la sua forza.
Una passione per la scrittura che parte da lontano, coltivata tra gli studi in Scienze Umane al liceo Bertacchi di Lecco e poi all’università, dove si è laureata in Comunicazione ed editoria a Bergamo.
Un percorso che, dopo una pausa, è tornato a farsi spazio con decisione. «Negli ultimi anni di liceo avevo accantonato questo sogno, poi dopo la laurea ho riscoperto la possibilità di scrivere».
Da lì, un lavoro costante, fatto di ricerca e attenzione ai temi sociali: immigrazione, adozione, fragilità. «Anche le opere di fantasia devono essere fatte bene: devono mandare messaggi potenti, sensibilizzare. Tante realtà vengono conosciute solo in modo superficiale».
È proprio da questa esigenza che nasce “Larissa”, un romanzo che guarda a una storia poco raccontata: quella dei bambini provenienti dalle zone contaminate dall’incidente nucleare di Chernobyl, accolti per periodi temporanei in Italia. «È un tema su cui esistono pochi romanzi. Volevo raccontarlo, dare un tributo a queste storie». Una scelta che si intreccia anche con un interesse personale: «Ho sempre avuto una grande passione per l’Est Europa e per le culture slave, realtà di cui si parla poco».

Ma il cuore del racconto non è il colpo di scena. «Non è un libro per chi cerca grandi svolte narrative. È un libro tranquillo, che segue lo scorrere di una vita».
Silvestrini costruisce la storia attraverso uno sguardo preciso: quello dei bambini. «Mi interessava raccontare il loro punto di vista: le giornate, i pasti, i giochi, ma soprattutto lo stupore. Il passaggio da un orfanotrofio a una famiglia è qualcosa di enorme, ma spesso le emozioni vengono tralasciate». Un lavoro che parte sempre da una fase di studio attenta. «Faccio sempre una ricognizione per capire cosa esiste già su un tema. Spesso gli stessi argomenti vengono trattati nello stesso modo. Io cerco qualcosa di diverso». Dietro “Larissa” c’è infatti una documentazione approfondita: testimonianze, ricerche sui soggiorni umanitari, sul ruolo delle associazioni – sia laiche che religiose – che negli anni hanno reso possibile l’accoglienza di migliaia di bambini. Un fenomeno che oggi è meno visibile, ma che ha segnato un’epoca. «Non se ne parla più molto perché questi soggiorni sono diminuiti, ma è importante non dimenticare. L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale e i bambini sono sempre stati accolti con grande calore».
A quarant’anni dall'incidente di Chernobyl, il romanzo si muove proprio in questa direzione: non spiegare, ma raccontare. Senza forzature. «È la storia di una bambina che aspetta. Aspetta l’estate per tornare in Italia e, più in generale, aspetta una famiglia. È questo il suo sogno».
Un libro che non cerca di stupire a tutti i costi, ma di restituire una realtà con delicatezza. E forse è proprio in questa scelta, lontana da ogni effetto, che trova la sua forza.
G.D.




















