Paolo Mieli al Teatro della Società: L'Europa sta cambiando, lo vedremo fra qualche anno
«Sta nascendo un’altra Europa. In Ucraina. Dove da quattro anni e mezzo la gente sta combattendo contro un gigante e vuole combattere. Significa che in futuro il centro dell’Europa non sarà più nei Paesi un po’ più “molli”, quelli mediterranei. Questa gente che ha combattuto reclamerà la leadership.»

Ospite di Confindustria Lecco-Sondrio, per il ciclo “Libri liberi”, il già direttore del “Corriere della sera” Paolo Mieli ha riempito il Teatro della Società per presentare il suo ultimo libro, “Il prezzo della pace” anche se in realtà l’incontro è stato più una chiacchierata che ha spaziato dalle guerre internazionali al futuro dell’Occidente e dell’Europa, con qualche accenno alla politica italiana.

Introdotto dal presidente degli industriali Marco Campanari che ha riflettuto sui conflitti in corso sottolineando come sia più difficile ottenere una pace significativa che combattere una guerra, intervistato dal giornalista di “Radio 24” Simone Spetia, Mieli ha offerto la propria lettura dell’attualità con la consueta pacatezza, senza tralasciare qualche battuta, abile inoltre nell’arruffianarsi il pubblico locale: la bellezza di un teatro che i lecchesi hanno recuperato, Lecco come specchio dell’Occidente, anzi capitale dell’Occidente e quindi faro della civiltà, fino «al sindaco che è venuto a prendermi alla macchina per accompagnarmi con l’ombrello; dove mai accade? Di solito, vengono gli assistenti. Sarò per sempre innamorato di questo sindaco.»
L’abbrivio è stato su Gaza e la guerra in Iran, sugli accordi di pace, osservando come non sia vero che non si siano ottenuti dei risultati: «Sono gli impazienti i veri nemici della pace. Non i guerrafondai, quelli sono pazzi. Ma i veri pacifisti sono quelli che apprezzano i piccoli passi dei quali magari non vedranno i risultati.»
Ha parlato di un’epoca ridicola con pazzia e demenzialità all’estero e in Italia. Di Trump che con le sue dichiarazioni contraddittorie guadagna miliardi in borsa che al confronto il conflitto di interessi di Berlusconi non era niente. Di una politica italiana alle prese con bisteccherie, signore innamorate dei ministri, di figure bizzarre come Elly Schlein e quanti la circondano.

E a proposito di impazienza, il pensiero è andato all’impaziente in capo e cioè proprio il presidente Usa Donald Trump: «Non do giudizi tranchant per principio, ma ogni volta che c’è un presidente Usa di destra si ride di lui salvo poi rivalutarlo dopo venti o trent’anni: la storia si dimostra più generosa. Certo, su Trump voglio vederla la storia generosa… E’ imprevedibile e non so se finirà il mandato. All’inizio era guidato forse da un impulso generoso, ma ha un grande risentimento nei confronti del suo predecessore, Biden. Che, tra l’altro, abbiamo pure preso in giro: Rimbambiden, le cadute dalle scalette dell’aereo e altre cose. Ma la preoccupazione è che tra Trump I, Biden e Trump II, la maggior potenza del mondo è governata da persone in età, ma con caratteristiche cognitive problematiche. Non sembrano nella loro pienezza intellettuale. Una situazione che dura da dieci anni.»

Ciò detto, secondo Mieli non si può però parlare di un Occidente finito. A tal proposito ha preso per esempio la pandemia di covid «che ci ha portati tutti al punto di partenza. Però il farmaco per guarire e il vaccino li abbiamo trovati in Occidente. C’è un pianto eccessivo. Si dice che la nostra civiltà sia finita e ne arriverà un’altra. È possibile, ma aspettiamo, vedo ancora segni di vita. I premi Nobel, per esempio, sono assegnati ancora a tanti occidentali.»

Scettico sulla morte dell’Occidente – lo ha quindi incalzato Spetia – ma anche sul declino dell’Europa.
«È lenta nelle decisioni – ha ripreso Mieli – ha una burocrazia eccessiva, ma è anche vero che in questo momento l’Europa è un faro di stabilità. La diamo per morta per il sovranismo, per le incertezze sull’Ucraina, le crisi dell’euro, Gaza… Ma siamo ancora in piedi. È vero che le potenze dittatoriali paiono più forti, più leste nelle decisioni. Ma i tempi lenti sono quelli delle democrazie. Ci sono state due guerre mondiali provocate dall’Europa, anzi di più se ci mettiamo le imprese napoleoniche e la Guerra dei Trent’anni. Ma siamo riusciti a superarle e adesso a vivere ottant’anni di pace. Abbiamo l’8% della popolazione mondiale, il 18% del pil e il 50% del welfare: siamo in una condizione di assoluto privilegio. Il prezzo de pagare è la lentezza. Ma è certo che vivere in Europa in questi ottant’anni è stata una delle condizioni migliori. Bella come la nostra vita non ce n’è da nessuna parte del mondo. Abbiamo vissuto una vita di tanti bei ricordi. Chiedete agli anziani come fosse la vita nei loro primi dieci anni di vita…»

A proposito degli ottant’anni di pace, il discorso non poteva scivolare da una parte della guerra in Ucraina che è appunto stata definita la prima nel cuore dell’Europa dopo il secondo conflitto mondiale, rimuovendo così le guerre jugoslave durate un decennio: «Me ne accorgo quando lo chiedo agli studenti: sulla Jugoslavia bofonchiano. I motivi sono due: abbiamo avuto una seconda guerra mondiale che si è conclusa in maniera chiara, con il processo di Norimberga. E abbiamo avuto la guerra fredda che invece è finita in maniera strana, non c’è stato nessun processo e i responsabili del comunismo sono rimasti al loro posto: la Russia di Putin non è differente dalla Russia sovietica.»

E nell’osservare quel mondo si trascurano fatti storici importanti. Per esempio: «I comunisti italiani sono stati giustamente, e questo “giustamente” lo ripeto tre volte, sono stati accolti dal nostro sistema perché avevano combattuto contro il nazifascismo per liberare l’Italia, hanno fatto parte della Resistenza. Là è diverso. Come in Ucraina, i fascisti come gli ustascia e i battaglioni Azov sono quelli che hanno combattuto il comunismo, hanno fatto parte della loro Resistenza. Così, in Italia abbiamo un viale intitolato a Togliatti e là a Bandera. Io non giudico, ma occorre rispettare come loro hanno vissuto questa realtà.»
La rimozione della Jugoslavia inoltre è dovuta anche al fatto che il conflitto era meno chiaro. In Ucraina c’è un’evidenza: c’è un invasore. «E c’è un popolo che per quattro anni e mezzo ha combattuto contro un gigante. E ha voluto combattere.» Pertanto, nei prossimi decenni l’Europa sarà destinata a cambiare.»
Infine, un accenno alla politica italiana, al referendum sulla giustizia, a una Giorgia Meloni momentaneamente ancora più forte degli avversari, ma alla quale rischiano di saltare i nervi perché questo governo è ridicolo. Il fatto è che fino a oggi la sinistra non si è dimostrata all’altezza, dà battaglia sui piccoli scandali quotidiani - le bisteccherie appunto e le tresche ministeriali – ma occorrerebbe ben altro. Lasciando anche perdere l’allarme fascismo che esagerato e ridicolo.
Ospite di Confindustria Lecco-Sondrio, per il ciclo “Libri liberi”, il già direttore del “Corriere della sera” Paolo Mieli ha riempito il Teatro della Società per presentare il suo ultimo libro, “Il prezzo della pace” anche se in realtà l’incontro è stato più una chiacchierata che ha spaziato dalle guerre internazionali al futuro dell’Occidente e dell’Europa, con qualche accenno alla politica italiana.
Introdotto dal presidente degli industriali Marco Campanari che ha riflettuto sui conflitti in corso sottolineando come sia più difficile ottenere una pace significativa che combattere una guerra, intervistato dal giornalista di “Radio 24” Simone Spetia, Mieli ha offerto la propria lettura dell’attualità con la consueta pacatezza, senza tralasciare qualche battuta, abile inoltre nell’arruffianarsi il pubblico locale: la bellezza di un teatro che i lecchesi hanno recuperato, Lecco come specchio dell’Occidente, anzi capitale dell’Occidente e quindi faro della civiltà, fino «al sindaco che è venuto a prendermi alla macchina per accompagnarmi con l’ombrello; dove mai accade? Di solito, vengono gli assistenti. Sarò per sempre innamorato di questo sindaco.»
L’abbrivio è stato su Gaza e la guerra in Iran, sugli accordi di pace, osservando come non sia vero che non si siano ottenuti dei risultati: «Sono gli impazienti i veri nemici della pace. Non i guerrafondai, quelli sono pazzi. Ma i veri pacifisti sono quelli che apprezzano i piccoli passi dei quali magari non vedranno i risultati.»
Ha parlato di un’epoca ridicola con pazzia e demenzialità all’estero e in Italia. Di Trump che con le sue dichiarazioni contraddittorie guadagna miliardi in borsa che al confronto il conflitto di interessi di Berlusconi non era niente. Di una politica italiana alle prese con bisteccherie, signore innamorate dei ministri, di figure bizzarre come Elly Schlein e quanti la circondano.
E a proposito di impazienza, il pensiero è andato all’impaziente in capo e cioè proprio il presidente Usa Donald Trump: «Non do giudizi tranchant per principio, ma ogni volta che c’è un presidente Usa di destra si ride di lui salvo poi rivalutarlo dopo venti o trent’anni: la storia si dimostra più generosa. Certo, su Trump voglio vederla la storia generosa… E’ imprevedibile e non so se finirà il mandato. All’inizio era guidato forse da un impulso generoso, ma ha un grande risentimento nei confronti del suo predecessore, Biden. Che, tra l’altro, abbiamo pure preso in giro: Rimbambiden, le cadute dalle scalette dell’aereo e altre cose. Ma la preoccupazione è che tra Trump I, Biden e Trump II, la maggior potenza del mondo è governata da persone in età, ma con caratteristiche cognitive problematiche. Non sembrano nella loro pienezza intellettuale. Una situazione che dura da dieci anni.»
Ciò detto, secondo Mieli non si può però parlare di un Occidente finito. A tal proposito ha preso per esempio la pandemia di covid «che ci ha portati tutti al punto di partenza. Però il farmaco per guarire e il vaccino li abbiamo trovati in Occidente. C’è un pianto eccessivo. Si dice che la nostra civiltà sia finita e ne arriverà un’altra. È possibile, ma aspettiamo, vedo ancora segni di vita. I premi Nobel, per esempio, sono assegnati ancora a tanti occidentali.»
Scettico sulla morte dell’Occidente – lo ha quindi incalzato Spetia – ma anche sul declino dell’Europa.
«È lenta nelle decisioni – ha ripreso Mieli – ha una burocrazia eccessiva, ma è anche vero che in questo momento l’Europa è un faro di stabilità. La diamo per morta per il sovranismo, per le incertezze sull’Ucraina, le crisi dell’euro, Gaza… Ma siamo ancora in piedi. È vero che le potenze dittatoriali paiono più forti, più leste nelle decisioni. Ma i tempi lenti sono quelli delle democrazie. Ci sono state due guerre mondiali provocate dall’Europa, anzi di più se ci mettiamo le imprese napoleoniche e la Guerra dei Trent’anni. Ma siamo riusciti a superarle e adesso a vivere ottant’anni di pace. Abbiamo l’8% della popolazione mondiale, il 18% del pil e il 50% del welfare: siamo in una condizione di assoluto privilegio. Il prezzo de pagare è la lentezza. Ma è certo che vivere in Europa in questi ottant’anni è stata una delle condizioni migliori. Bella come la nostra vita non ce n’è da nessuna parte del mondo. Abbiamo vissuto una vita di tanti bei ricordi. Chiedete agli anziani come fosse la vita nei loro primi dieci anni di vita…»
A proposito degli ottant’anni di pace, il discorso non poteva scivolare da una parte della guerra in Ucraina che è appunto stata definita la prima nel cuore dell’Europa dopo il secondo conflitto mondiale, rimuovendo così le guerre jugoslave durate un decennio: «Me ne accorgo quando lo chiedo agli studenti: sulla Jugoslavia bofonchiano. I motivi sono due: abbiamo avuto una seconda guerra mondiale che si è conclusa in maniera chiara, con il processo di Norimberga. E abbiamo avuto la guerra fredda che invece è finita in maniera strana, non c’è stato nessun processo e i responsabili del comunismo sono rimasti al loro posto: la Russia di Putin non è differente dalla Russia sovietica.»
E nell’osservare quel mondo si trascurano fatti storici importanti. Per esempio: «I comunisti italiani sono stati giustamente, e questo “giustamente” lo ripeto tre volte, sono stati accolti dal nostro sistema perché avevano combattuto contro il nazifascismo per liberare l’Italia, hanno fatto parte della Resistenza. Là è diverso. Come in Ucraina, i fascisti come gli ustascia e i battaglioni Azov sono quelli che hanno combattuto il comunismo, hanno fatto parte della loro Resistenza. Così, in Italia abbiamo un viale intitolato a Togliatti e là a Bandera. Io non giudico, ma occorre rispettare come loro hanno vissuto questa realtà.»
La rimozione della Jugoslavia inoltre è dovuta anche al fatto che il conflitto era meno chiaro. In Ucraina c’è un’evidenza: c’è un invasore. «E c’è un popolo che per quattro anni e mezzo ha combattuto contro un gigante. E ha voluto combattere.» Pertanto, nei prossimi decenni l’Europa sarà destinata a cambiare.»
Infine, un accenno alla politica italiana, al referendum sulla giustizia, a una Giorgia Meloni momentaneamente ancora più forte degli avversari, ma alla quale rischiano di saltare i nervi perché questo governo è ridicolo. Il fatto è che fino a oggi la sinistra non si è dimostrata all’altezza, dà battaglia sui piccoli scandali quotidiani - le bisteccherie appunto e le tresche ministeriali – ma occorrerebbe ben altro. Lasciando anche perdere l’allarme fascismo che esagerato e ridicolo.
D.C.




















