Lecco, tenta l'estorsione ad un family banker con una foto 'hard': condannato
E' stata pronunciata poco dopo le 13.30 di quest'oggi – dal giudice in ruolo monocratico Paolo Salvatore - la sentenza nei confronti di un uomo residente nel Calolziese, imputato per tentata estorsione ai danni di un family banker, in relazione a fatti risalenti al periodo tra il 2022 e il 2023.
Il Tribunale ha disposto a suo carico una condanna pari a un anno e 8 mesi di reclusione, con pena sospesa e beneficio della non menzione, oltre al risarcimento dei danni alla parte civile.

Secondo l'impianto accusatorio sostenuto dalla Procura, l’imputato avrebbe preteso dal manager – in servizio presso un noto istituto di credito presente anche nel capoluogo – il pagamento della cifra che aveva investito. Una richiesta (motivata da un presunto timore circa l'andamento dei propri risparmi ndr) che sarebbe stata accompagnata da minacce e dall’utilizzo di una fotografia intima e di conversazioni private che l’uomo avrebbe ottenuto tramite la figlia. Quest’ultima, assistente personale del family banker e segretaria nell’ufficio condiviso con altri colleghi in città, avrebbe infatti intrattenuto con lui una relazione extraconiugale.
Stando a quanto emerso nel procedimento, il 76enne si sarebbe presentato anche sul luogo di lavoro del professionista, mostrando materiale ritenuto compromettente: una fotografia dei genitali e stampe di chat attribuite agli scambi tra il manager e la propria congiunta.
La donna, co-imputata nel medesimo procedimento, nei mesi scorsi aveva patteggiato una condanna davanti al giudice per l’udienza preliminare dello stesso Tribunale; nell’ultima udienza, chiamata a testimoniare, aveva preferito avvalersi della facoltà di non rispondere.
Esaurita l'istruttoria, spazio quest'oggi alla discussione; il vpo Pietro Bassi – ritenendo provata la responsabilità penale dell’imputato all'esito del dibattimento – ha chiesto la condanna dello stesso a 2 anni e 6 mesi. Una tesi alla quale si è associata la parte civile, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Consoloni. Il legale, nel proprio intervento, si è soffermato su quanto sarebbe emerso, a suo dire, dall’istruttoria dibattimentale: l’imputato non avrebbe preteso soltanto le somme disponibili sul conto corrente, ma l’intero capitale investito. A provarlo sarebbero alcuni degli audio agli atti, sui quali ci si è soffermati in particolare la scorsa udienza. ''Altrimenti perchè mettere in atto quella condotta?'' si è chiesto, ritenendo più che legittimo ''svincolare'' le cifre. ''Le pressioni servivano ad avere ciò che non gli spettava''.
Per Consoloni il correntista avrebbe dunque utilizzato la relazione tra la persona offesa e la figlia come strumento per ''fare leva'' ed ottenere il denaro richiesto.
Di diverso avviso la difesa, affidata all’avvocato Luisa Rusconi, che nella propria (lunga e articolata) arringa ha cercato di smontare punto per punto l’impianto accusatorio contestando anche l’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla parte civile (e dalla moglie) durante l’istruttoria, arrivando a chiedere al giudice di valutare la sussistenza degli estremi per l'ipotesi di reato di falsa testimonianza in relazione ad alcune dichiarazioni rese in Aula. Per la difesa gli audio non avrebbero provato la pretesa dell'intero capitale investito, ma soltanto ciò che in quel momento si trovava sul conto intestato all'imputato. Il legale ha messo altresì in dubbio la legittimità della costituzione di parte civile, chiedendo infine l'assoluzione del proprio assistito.
Dopo essersi ritirato in camera di consiglio, il giudice ha disposto la sentenza di condanna a 1 anno e 8 mesi (con motivazioni attese entro quindici giorni ndr). L’imputato dovrà inoltre versare 4mila euro alla parte civile - a titolo di risarcimento per i danni morali subiti - e sostenere le spese legali affrontate da quest’ultima, ammontanti a circa 5700 euro.
Il Tribunale ha disposto a suo carico una condanna pari a un anno e 8 mesi di reclusione, con pena sospesa e beneficio della non menzione, oltre al risarcimento dei danni alla parte civile.

Secondo l'impianto accusatorio sostenuto dalla Procura, l’imputato avrebbe preteso dal manager – in servizio presso un noto istituto di credito presente anche nel capoluogo – il pagamento della cifra che aveva investito. Una richiesta (motivata da un presunto timore circa l'andamento dei propri risparmi ndr) che sarebbe stata accompagnata da minacce e dall’utilizzo di una fotografia intima e di conversazioni private che l’uomo avrebbe ottenuto tramite la figlia. Quest’ultima, assistente personale del family banker e segretaria nell’ufficio condiviso con altri colleghi in città, avrebbe infatti intrattenuto con lui una relazione extraconiugale.
Stando a quanto emerso nel procedimento, il 76enne si sarebbe presentato anche sul luogo di lavoro del professionista, mostrando materiale ritenuto compromettente: una fotografia dei genitali e stampe di chat attribuite agli scambi tra il manager e la propria congiunta.
La donna, co-imputata nel medesimo procedimento, nei mesi scorsi aveva patteggiato una condanna davanti al giudice per l’udienza preliminare dello stesso Tribunale; nell’ultima udienza, chiamata a testimoniare, aveva preferito avvalersi della facoltà di non rispondere.
Esaurita l'istruttoria, spazio quest'oggi alla discussione; il vpo Pietro Bassi – ritenendo provata la responsabilità penale dell’imputato all'esito del dibattimento – ha chiesto la condanna dello stesso a 2 anni e 6 mesi. Una tesi alla quale si è associata la parte civile, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Consoloni. Il legale, nel proprio intervento, si è soffermato su quanto sarebbe emerso, a suo dire, dall’istruttoria dibattimentale: l’imputato non avrebbe preteso soltanto le somme disponibili sul conto corrente, ma l’intero capitale investito. A provarlo sarebbero alcuni degli audio agli atti, sui quali ci si è soffermati in particolare la scorsa udienza. ''Altrimenti perchè mettere in atto quella condotta?'' si è chiesto, ritenendo più che legittimo ''svincolare'' le cifre. ''Le pressioni servivano ad avere ciò che non gli spettava''.
Per Consoloni il correntista avrebbe dunque utilizzato la relazione tra la persona offesa e la figlia come strumento per ''fare leva'' ed ottenere il denaro richiesto.
Di diverso avviso la difesa, affidata all’avvocato Luisa Rusconi, che nella propria (lunga e articolata) arringa ha cercato di smontare punto per punto l’impianto accusatorio contestando anche l’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla parte civile (e dalla moglie) durante l’istruttoria, arrivando a chiedere al giudice di valutare la sussistenza degli estremi per l'ipotesi di reato di falsa testimonianza in relazione ad alcune dichiarazioni rese in Aula. Per la difesa gli audio non avrebbero provato la pretesa dell'intero capitale investito, ma soltanto ciò che in quel momento si trovava sul conto intestato all'imputato. Il legale ha messo altresì in dubbio la legittimità della costituzione di parte civile, chiedendo infine l'assoluzione del proprio assistito.
Dopo essersi ritirato in camera di consiglio, il giudice ha disposto la sentenza di condanna a 1 anno e 8 mesi (con motivazioni attese entro quindici giorni ndr). L’imputato dovrà inoltre versare 4mila euro alla parte civile - a titolo di risarcimento per i danni morali subiti - e sostenere le spese legali affrontate da quest’ultima, ammontanti a circa 5700 euro.
G.C.




















