Poetica dei marginali all'Officina Badoni. Seguendo la “linea lombarda” per recuperare il dialetto
Gli umili, i derelitti, i “marginali” della Milano dell’Ottocento così come li hanno raccontati Alessandro Manzoni, Carlo Porta, Tommaso Grossi e Carlo Bertolazzi. Ieri sera all’Officina Badoni la prima di una doppia serata dedicata agli scrittori di Lombardia e alla “poetica dei marginali” su iniziativa dell’Associazione Giuseppe Bovara, del circolo dei “25 lettori” e del Rotary club Lecco Le Grigne.

Si tratta di un progetto teatrale curato da Gianluigi Daccò, Pietro Dettamanti e Alvaro Vaccarella, con la recitazione di Gianfranco Scotti, Marillanda Failla e Pieranna Rusconi. Un lavoro con il quale si intende ripercorrere la “linea lombarda”, quella specifica tradizione letteraria ed artistica caratterizzata dal forte impegno sociale, con lo sguardo rivolto ai ceti più poveri, come ha spiegato Daccò, citando Franco Loi («Siam poca roba, siam quasi niente/ forse memoria siamo, un soffio d’aria») e quindi arrivando fino al Novecento.

E il Novecento sarà al centro del prossimo appuntamento, una sorta di secondo tempo, previsto per il mese di gennaio, quando quella “linea lombarda” ci porterà a Nanni Svampa, Enzo Jannacci e Dario Fo.

Atmosfera ottocentesca, dunque, nella serata di ieri aperta dal celebre “Addio monti”, recitato da Gianfranco Scotti nella sua versione dialettale e da Pieranna Rusconi in quella manzoniana. Evidenziando così – ha detto sempre Daccò – la fatica del Manzoni nello scrivere in Italiano, che poi era fiorentino, ciò che in realtà aveva pensato in quella che noi chiamiamo dialetto ma che era la sua lingua madre e cioè il milanese. Come lo stesso Manzoni scriveva in una lettera all’amico Claude Fauriel, sottolineando la difficoltà dello «scrivere in una lingua in cui non si parla praticamente mai.»

E se già la Lucia dell’Addio monti rappresentava gli umili costretti a fare i conti con i capricci dei potenti, il prosieguo della lettura ha portato alla ribalta alcuni dei personaggi emblematici di quella poetica: il Giovannin Bongee di Carlo Porta, “El ridicol matrimoni” di una delle bosinate sopravvissute e che a suo tempo aveva riesumato Nanni Svampa, fino alla Nina di Carlo Bartolazzi, la ragazza disonorata costretta alla prostituzione, personaggio di quella rappresentazione della Milano straziata e straziante che è “El Nost Milan”.

In mezzo anche un’interpretazione a più voci della notte degli imbrogli dei “Promessi sposi” con Marillanda Failla a interpretare Agnese, mentre Rusconi era Perpetua e Scotti vestiva i panni di don Abbondio.

Al centro della riflessione, quel dialetto che ormai va scomparendo e che due secoli fa era lingua viva. Non è del resto un caso che riportare qualche verso in queste righe noi stessi si sia scelto l’italiano, per il Loi e più avanti per il Grossi.

Ne disquisiva anche Stendhal – ha ricordato Dettamanti - il quale apprezzava il Porta e riteneva il “Giovannin Bongee” un capolavoro della letteratura nazionale, per poi aggiungere che l’Italia era un Paese in cui l’Italiano si parlava solo a Firenze e a Roma e in cui il parlare Italiano finiva con l’essere ridicolo; e se coi forestieri si parlava l’Italiano, per esprimere un’idea propria e originale era inevitabile fare ricorso al dialetto. Per non dire dello scrivere.

Del resto, lo stesso Stendhal sosteneva anche che «tutto ciò che si era stampato negli ultimi cinquant’anni non valeva la “Prineide” di Tommaso Grossi.» Che è, la “Prineide”, un poemetto anonimo sul linciaggio del ministro delle finanze napoleonico Giuseppe Prina da parte del popolo milanese, poemetto che qualche problema creò al Grossi e anche al Porta, inizialmente ritenuto l’autore.

E sul legame tra Grossi e Porta ci si è soffermati con la poesia che il primo ha scritto qualche mese dopo la morte del secondo: «Povero Porta! (a veder cosa sono gli uomini). Ricco, nel fiore degli anni, pieno di talento, ben visto al mondo da tutti i galantuomini, stimato da tutta la gente migliore; E sul più bello, buona notte! Si spengono i lumi e non resta più niente.» Naturalmente, in dialetto.

Perché il dialetto – è stato rimarcato – era la lingua del popolo ma anche della letteratura alta, ricordando come sul tema già Giuseppe Parini, nel Settecento, fosse sceso in veemente polemica con il padre Paolo Onofrio Branda,
Si tratta di un progetto teatrale curato da Gianluigi Daccò, Pietro Dettamanti e Alvaro Vaccarella, con la recitazione di Gianfranco Scotti, Marillanda Failla e Pieranna Rusconi. Un lavoro con il quale si intende ripercorrere la “linea lombarda”, quella specifica tradizione letteraria ed artistica caratterizzata dal forte impegno sociale, con lo sguardo rivolto ai ceti più poveri, come ha spiegato Daccò, citando Franco Loi («Siam poca roba, siam quasi niente/ forse memoria siamo, un soffio d’aria») e quindi arrivando fino al Novecento.
E il Novecento sarà al centro del prossimo appuntamento, una sorta di secondo tempo, previsto per il mese di gennaio, quando quella “linea lombarda” ci porterà a Nanni Svampa, Enzo Jannacci e Dario Fo.
Gianfranco Scotti
Atmosfera ottocentesca, dunque, nella serata di ieri aperta dal celebre “Addio monti”, recitato da Gianfranco Scotti nella sua versione dialettale e da Pieranna Rusconi in quella manzoniana. Evidenziando così – ha detto sempre Daccò – la fatica del Manzoni nello scrivere in Italiano, che poi era fiorentino, ciò che in realtà aveva pensato in quella che noi chiamiamo dialetto ma che era la sua lingua madre e cioè il milanese. Come lo stesso Manzoni scriveva in una lettera all’amico Claude Fauriel, sottolineando la difficoltà dello «scrivere in una lingua in cui non si parla praticamente mai.»
Gianluigi Daccò
E se già la Lucia dell’Addio monti rappresentava gli umili costretti a fare i conti con i capricci dei potenti, il prosieguo della lettura ha portato alla ribalta alcuni dei personaggi emblematici di quella poetica: il Giovannin Bongee di Carlo Porta, “El ridicol matrimoni” di una delle bosinate sopravvissute e che a suo tempo aveva riesumato Nanni Svampa, fino alla Nina di Carlo Bartolazzi, la ragazza disonorata costretta alla prostituzione, personaggio di quella rappresentazione della Milano straziata e straziante che è “El Nost Milan”.
Pieranna Rusconi
In mezzo anche un’interpretazione a più voci della notte degli imbrogli dei “Promessi sposi” con Marillanda Failla a interpretare Agnese, mentre Rusconi era Perpetua e Scotti vestiva i panni di don Abbondio.
Marillanda Failla
Al centro della riflessione, quel dialetto che ormai va scomparendo e che due secoli fa era lingua viva. Non è del resto un caso che riportare qualche verso in queste righe noi stessi si sia scelto l’italiano, per il Loi e più avanti per il Grossi.
Pietro Dettamanti
Ne disquisiva anche Stendhal – ha ricordato Dettamanti - il quale apprezzava il Porta e riteneva il “Giovannin Bongee” un capolavoro della letteratura nazionale, per poi aggiungere che l’Italia era un Paese in cui l’Italiano si parlava solo a Firenze e a Roma e in cui il parlare Italiano finiva con l’essere ridicolo; e se coi forestieri si parlava l’Italiano, per esprimere un’idea propria e originale era inevitabile fare ricorso al dialetto. Per non dire dello scrivere.
Del resto, lo stesso Stendhal sosteneva anche che «tutto ciò che si era stampato negli ultimi cinquant’anni non valeva la “Prineide” di Tommaso Grossi.» Che è, la “Prineide”, un poemetto anonimo sul linciaggio del ministro delle finanze napoleonico Giuseppe Prina da parte del popolo milanese, poemetto che qualche problema creò al Grossi e anche al Porta, inizialmente ritenuto l’autore.
E sul legame tra Grossi e Porta ci si è soffermati con la poesia che il primo ha scritto qualche mese dopo la morte del secondo: «Povero Porta! (a veder cosa sono gli uomini). Ricco, nel fiore degli anni, pieno di talento, ben visto al mondo da tutti i galantuomini, stimato da tutta la gente migliore; E sul più bello, buona notte! Si spengono i lumi e non resta più niente.» Naturalmente, in dialetto.
Perché il dialetto – è stato rimarcato – era la lingua del popolo ma anche della letteratura alta, ricordando come sul tema già Giuseppe Parini, nel Settecento, fosse sceso in veemente polemica con il padre Paolo Onofrio Branda,
D.C.




















