PAROLE CHE PARLANO/279
Giraffa
Se provassimo a calarci nei panni di chi incontra una giraffa per la prima volta, probabilmente rimarremmo stupiti proprio come i Romani o i mercanti medievali, per via di quel collo lunghissimo, delle macchie che sembrano dipinte e di quella camminata che pare sfidare le leggi della fisica.
Il suo nome deriva dall'arabo zarāfa (o zurāfa). Questo termine, però, non è solo un nome, ma un complimento: significa "aggraziata" o "colei che cammina velocemente". È affascinante notare come la lingua araba abbia catturato non solo l'aspetto dell'animale, ma il suo movimento elegante.
Alcuni linguisti suggeriscono che la radice si colleghi anche all'idea di "unione" o "gruppo". Per gli antichi, infatti, la giraffa era un enigma biologico: un collage vivente che sembrava unire la pazienza del cammello all’estetica del leopardo.
Infatti, prima che il termine arabo arrivasse in Europa, i Greci e i Romani avevano coniato un nome che sembra uscito da un romanzo fantasy: camelopardalis, che univa Camelus (cammello), per il collo lungo e la statura, e Pardus (leopardo), per il mantello maculato.
Questo nome non è andato perduto. Ancora oggi è il nome scientifico della specie: Giraffa camelopardalis, e in inglese il termine camelopard è stato usato correntemente fino all'Ottocento.
Il termine arabo zarāfa iniziò a viaggiare verso occidente intorno al XIII secolo, trasformandosi in girafe in francese e giraffa in italiano.
Ma la vera "consacrazione" di questo nome avvenne a Firenze nel 1486. Il Sultano d'Egitto inviò in dono a Lorenzo de' Medici una giraffa viva. L'animale sfilò per le strade fiorentine tra la folla in estasi. Si racconta che le suore di un convento rimasero terrorizzate vedendo quel muso apparire alle finestre del primo piano! Quell'evento fissò per sempre il nome "giraffa" nel nostro vocabolario e nel cuore degli artisti rinascimentali, che iniziarono a ritrarla in affreschi e incisioni.
Lo scrittore Bartolomeo Masi la descrisse così: V’era uno animale che si chiamava giraffa, che aveva la testa sua come una vitella, […] e aveva le ganbe dinanzi alte circa di tre braccia, e quelle di drieto circa a dua, e aveva la coda sua come una vitella, el collo lungo circa di quattro braccia; e mangiava d’ogni cosa, ed era agievole quanto uno agniello.
Oggi, quando diciamo "giraffa", evochiamo secoli di scambi culturali. È un nome che porta con sé il profumo delle spezie dei mercati arabi, lo stupore dei Romani e la curiosità dei fiorentini.





















