Nameless: le domande senza rumore
Cara Leccoonline
Che il Nameless sia un evento enorme, capace di attirare migliaia di persone, generare indotto economico e portare il nostro territorio dentro i circuiti internazionali della musica, è fuori discussione.
Sarebbe sterile negarlo.
Così come sarebbe sbagliato ridurre tutto a una lamentela da "comitato del no".
Il festival esiste, piace, funziona e ha un pubblico reale.
Ma proprio perché si parla di un evento gigantesco, occorre avere il coraggio di affrontare anche ciò che non torna.
E le contraddizioni, nel caso della nuova collocazione al Bione, sono enormi.
- Negli ultimi anni sul territorio lecchese si è assistito a un crescendo di vincoli, richiami ambientali e limitazioni motivate dalla tutela della fauna, dell’equilibrio naturalistico e della vivibilità delle aree sensibili.
- Solo lo scorso anno si è arrivati a vietare perfino luci deboli lungo la pista ciclabile del lago perché considerate più che potenzialmente disturbanti per gli animali presenti nella zona.
Oggi, nello stesso contesto fragile e delicato, si prepara un festival da decine di migliaia di persone con musica ad altissimo volume per ore consecutive, traffico imponente, illuminazione scenica, afflusso continuo di mezzi e pressione antropica enorme.
La domanda non è se il Nameless debba esistere oppure no.
La domanda è:
con quale coerenza si gestiscono le priorità del territorio?
- Perché il punto vero è proprio questo: la sensazione diffusa è che le regole siano rigidissime per i cittadini nella quotidianità e improvvisamente elastiche quando entra in gioco un evento economicamente forte e mediaticamente spendibile.
- E poi c’è il tema più concreto di tutti: l’organizzazione reale.
A poche settimane dall’evento, ai residenti non è ancora stata fornita un’informazione chiara, dettagliata e verificabile sulla gestione della viabilità, dei parcheggi, degli accessi e della sicurezza urbana ed era stata promossa - non mantenuta - già per un mese fa. Han ragione da vendere i sindaci limitrofi.
- Si parla genericamente di navette, treni speciali, collaborazione tra Enti.
Ma nel concreto?
- Dove parcheggeranno decine di migliaia di persone in un’area che già normalmente soffre di carenza cronica di posti auto?
- Come verranno tutelati i residenti?
- Come verrà tutelato l'impianto del Bione?
- Quali strade saranno chiuse?
- Quali saranno gli orari reali di deflusso?
Quale ricaduta avrà sulle società sportive?
- Quale impatto subiranno i quartieri e comuni limitrofi?
Non basta dire "stiamo lavorando".
E in più a margine, questi parcheggi per il Nameless, il servizio bus efficiente e di qualità poi resteranno anche per i residenti o questi sono di serie B?
- Un evento di questa portata richiede trasparenza preventiva, non rassicurazioni generiche.
- Anche sull’aspetto economico sarebbe utile uscire dalla narrazione automatica del "tutto esaurito quindi tutto bene".
Certo, alberghi, B&B e case vacanza registreranno il pieno. Certo, ci sarà un ritorno per alcune attività commerciali.
Ma un territorio non può essere valutato solo nei tre giorni di picco turistico.
- L’indotto esiste, ma non è automaticamente sinonimo di beneficio collettivo duraturo. I costi ambientali, logistici, sociali e organizzativi ricadono invece per mesi sui residenti e sulle amministrazioni.
E allora forse il punto non è essere contro il Nameless.
Il punto è chiedere equilibrio, coerenza e rispetto per un territorio già fragile, congestionato e complicato ma bellissimo 365 l'anno come quello cittadino e lecchese.
- Perché si può riconoscere il valore culturale e mediatico del Nameless senza trasformarlo in un dogma intoccabile.
La musica può portare energia, occasioni e visibilità, e mica solo lei...
- Ma quando il dibattito pubblico ammette solo entusiasmo e marketing, smette di essere una festa condivisa e diventa qualcosa che i cittadini sono semplicemente chiamati a subire.
E in una comunità seria, le domande non dovrebbero mai essere considerate rumore.
Che il Nameless sia un evento enorme, capace di attirare migliaia di persone, generare indotto economico e portare il nostro territorio dentro i circuiti internazionali della musica, è fuori discussione.
Sarebbe sterile negarlo.
Così come sarebbe sbagliato ridurre tutto a una lamentela da "comitato del no".
Il festival esiste, piace, funziona e ha un pubblico reale.
Ma proprio perché si parla di un evento gigantesco, occorre avere il coraggio di affrontare anche ciò che non torna.
E le contraddizioni, nel caso della nuova collocazione al Bione, sono enormi.
- Negli ultimi anni sul territorio lecchese si è assistito a un crescendo di vincoli, richiami ambientali e limitazioni motivate dalla tutela della fauna, dell’equilibrio naturalistico e della vivibilità delle aree sensibili.
- Solo lo scorso anno si è arrivati a vietare perfino luci deboli lungo la pista ciclabile del lago perché considerate più che potenzialmente disturbanti per gli animali presenti nella zona.
Oggi, nello stesso contesto fragile e delicato, si prepara un festival da decine di migliaia di persone con musica ad altissimo volume per ore consecutive, traffico imponente, illuminazione scenica, afflusso continuo di mezzi e pressione antropica enorme.
La domanda non è se il Nameless debba esistere oppure no.
La domanda è:
con quale coerenza si gestiscono le priorità del territorio?
- Perché il punto vero è proprio questo: la sensazione diffusa è che le regole siano rigidissime per i cittadini nella quotidianità e improvvisamente elastiche quando entra in gioco un evento economicamente forte e mediaticamente spendibile.
- E poi c’è il tema più concreto di tutti: l’organizzazione reale.
A poche settimane dall’evento, ai residenti non è ancora stata fornita un’informazione chiara, dettagliata e verificabile sulla gestione della viabilità, dei parcheggi, degli accessi e della sicurezza urbana ed era stata promossa - non mantenuta - già per un mese fa. Han ragione da vendere i sindaci limitrofi.
- Si parla genericamente di navette, treni speciali, collaborazione tra Enti.
Ma nel concreto?
- Dove parcheggeranno decine di migliaia di persone in un’area che già normalmente soffre di carenza cronica di posti auto?
- Come verranno tutelati i residenti?
- Come verrà tutelato l'impianto del Bione?
- Quali strade saranno chiuse?
- Quali saranno gli orari reali di deflusso?
Quale ricaduta avrà sulle società sportive?
- Quale impatto subiranno i quartieri e comuni limitrofi?
Non basta dire "stiamo lavorando".
E in più a margine, questi parcheggi per il Nameless, il servizio bus efficiente e di qualità poi resteranno anche per i residenti o questi sono di serie B?
- Un evento di questa portata richiede trasparenza preventiva, non rassicurazioni generiche.
- Anche sull’aspetto economico sarebbe utile uscire dalla narrazione automatica del "tutto esaurito quindi tutto bene".
Certo, alberghi, B&B e case vacanza registreranno il pieno. Certo, ci sarà un ritorno per alcune attività commerciali.
Ma un territorio non può essere valutato solo nei tre giorni di picco turistico.
- L’indotto esiste, ma non è automaticamente sinonimo di beneficio collettivo duraturo. I costi ambientali, logistici, sociali e organizzativi ricadono invece per mesi sui residenti e sulle amministrazioni.
E allora forse il punto non è essere contro il Nameless.
Il punto è chiedere equilibrio, coerenza e rispetto per un territorio già fragile, congestionato e complicato ma bellissimo 365 l'anno come quello cittadino e lecchese.
- Perché si può riconoscere il valore culturale e mediatico del Nameless senza trasformarlo in un dogma intoccabile.
La musica può portare energia, occasioni e visibilità, e mica solo lei...
- Ma quando il dibattito pubblico ammette solo entusiasmo e marketing, smette di essere una festa condivisa e diventa qualcosa che i cittadini sono semplicemente chiamati a subire.
E in una comunità seria, le domande non dovrebbero mai essere considerate rumore.
Paolo Trezzi




















