Intitolato a Pino Galbani il piazzale dei sindacati
Il piazzale davanti alla sede sindacale di via Besonda è stato intitolato a Pino Galbani, uno dei 26 operai lecchesi deportati nei campi di concentramento nazisti dopo lo sciopero del 7 marzo 1944, uno dei sette che soli tornarono e che, dopo tanti anni di silenzio, decise di andare nelle scuole a raccontare ai giovani la propria esperienza, Nato nel 1926 e morto nel 2016, a Galbani il Comune gli aveva assegnato in vita la benemerenza civica, mentre dopo la morte a lui è stata dedicata la sezione dell’Anpi all’interno del sindacato Cgil.

La cerimonia di intitolazione è stata aperta con la proiezione di un breve filmato in cui lo stesso Galbani racconta la propria esperienza e le proprie scelte: il fare i conti con la crudeltà e con l’odio, ma anche con l’istinto di vendetta sorto spontaneamente al momento della liberazione dal lager. Al suo intervistatore, l’ormai anziano operaio lecchese ricorda come dovette farsi forza per non soccombere a quell’istinto, preferendo la giustizia e la testimonianza alla vendetta.

Poi i discorsi ufficiali. Il segretario della Camera del lavoro Fabio Gerosa ha parlato di Galbani come di un giovanissimo operaio che non abbassò la testa: «Aveva 17 anni, per la legge era ancora un bambino, ma in realtà già un gigante per la sua coscienza.» E proprio ripensando a lui, «dobbiamo guardare al presente: riemergono ombre che pensavamo scomparse, in una società che premia indifferenza e divisione e Pino ci insegna che queste sono il male assoluto. Dobbiamo quindi ritrovare l’unità: Pino scelse non l’odio ma la testimonianza e per questo fu una colonna dell’Anpi (l’associazione dei partigiani) e dell’Anmil (l’associazione degli invalidi del lavoro), educando i giovani alla pace. Inaugurare questa piazza, allora, significa che la lotta di Pino continua. Questo è un luogo in cui ci si dovrà fermare a riflettere, da oggi è il cuore pulsante della nostra memoria. Grazie Pino per avere comminato con noi, adesso camminiamo con te.»

Il segretario della Cisl Monza e Brianza, Mirco Scaccabarozzi, ha ricordato come l’idea di intitolare il piazzale sia partita da Diego Riva, già segretario provinciale della Cgil, e sia stata poi sostenuta dal sindaco Mauro Gattinoni. «A noi – ha poi aggiunto – tocca l’onere immane di invertire l’ordine tra passato e presente, perché la memoria è una virtù civile e non un semplice ricordo. C’è la necessità di fare memoria su chi ha fatto sì che la libertà e il lavoro fossero i valori fondanti della nostra Costituzione. E a chi dice che non dobbiamo preoccuparci per la democrazia, rispondiamo con le parole di Primo Levi: “Questo è stato”.» Perché assistiamo a un ritorno ad alcuni momenti passati della storia: «A livello internazionale con la pulizia etnica, mentre in Italia la destra estrema ha rialzato la testa: ne sono esempio l’assalto alla sede della Cgil di Roma (nel 2021, ndr), i saluti romani al raduno di Acca Larentia e poi c’è il fascismo eterno descritto da Umberto Eco. E a quanti oggi ancora chiedono l’omologazione tra tutti i morti, rispondiamo che va bene la pietas per tutti, ma l’omologazione non sarà mai possibile, E dobbiamo rispondere a una sola voce contro l’indifferenza e ogni forma di fascismo con “ora e sempre Resistenza”.»

Il sindaco Gattinoni ha parlato di spazi pubblici che restituiscono una memoria pubblica, la memoria che non è un esercizio sterile, ma un lavoro come ben sapeva Pino Galbani. Ha poi ricordato come in questi anni, in nome di questa memoria, siano stati intitolati a Riccardo Cassin, grande alpinista ma anche protagonista della lotta resistenziale, il pizzale antistante l’area della “Piccola” e a Francesca “Vera” Ciceri, antifascista della prima ora con il marito Gaetano Invernizzi, quello di Versasio alla partenza della funivia per i Piani d’Erna.

In quanto a Pino Galbani, «abbiamo molto riflettuto sull’epiteto da scrivere sulla targa: operaio antifascista. Oggi tutti possiamo dirci antifascisti, ma nel 1943 etra una scelta difficile e lui l’ha pagata in maniera pesante. E in quelle due parole, operaio antifascista, c’è intero l’articolo uno della nostra Costituzione, la quale dice che la nostra è una repubblica antifascista fondata sul lavoro. C’è poi anche un altro epiteto possibile: testimone di libertà. Lui che dall’incubo di non essere creduto dopo essere sopravvissuto all’incubo, decise di fare testimonianza e che il futuro non sarebbe stato la vendetta: la scelta forte di un uomo mite, scegliendo la mitezza come unica arma vincente.» Ha poi ricordato le parole del vicario episcopale Gianni Cesena, alla messa in occasione delle celebrazioni del 7 marzo, che ha ricordato come il Vangelo dica che saranno i miti a conquistare la terra. «Galbani – ha concluso il primo cittadino - è stato un grande esempio di uomo. Grazie Pino.»

Ha preso poi la parola il prefetto Paolo Ponta che ha sottolineato come l’inaugurazione del piazzale avvenga a dieci anni dalla morte, come prescrive la legge, e per coincidenza a cento anni dalla nascita di Pino Galbani: «Io non l’ho conosciuto, essendo arrivato a Lecco da pochi mesi, ma ho letto quello che ha scritto, ne ho ascoltato la testimonianza, ho visto la mostra gli è stata dedicata. Quando venne deportato, non era ancora maggiorenne e allora lo si diventava a 21 anni. Mi chiedo quanti siano stati i minorenni sacrificati nei conflitti del cosiddetto secolo breve. E nonostante l’età, nonostante fosse stato indottrinato dal fascismo, a 17 anni Pino Galbani non si è adagiato, ha saputo non chinare la testa, ha saputo seguire la sua retta coscienza, non curandosi delle conseguenze che per tanti hanno significato la morte immediata o il non ritorno dalla deportazione. Ha saputo tenere alta la sua dignità, ha preferito la giustizia alla vendetta. Noi sappiamo leggere l’oggi con gli occhi di quella memoria e di quella fede, perché Galbani era anche un uomo di fede». A tal proposito, Ponta ha concluso il suo intervento von una citazione da papa Leone XIV: «”Siate artigiani di pace” e Piano Galbani è stato prima artigiano vero, perché a quel tempo lavorare in fabbricava significava essere un artigiano, e poi artigiano della pace. E come tale lo ricordiamo.»

La vicepresidente provinciale dell’Anpi lecchese Patrizia Milani si è dedicata alla ricostruzione storica degli scioperi del 1944 nelle fabbriche che furono un fatto unico, non avendo riscontro negli altri Paesi occupati dai nazisti, quegli scioperi per i quali Pino Galbani venne arrestato e deportato. Furono scioperi – ha detto Milani – che dimostrarono l’unità della classe operaia che tale seppe mantenersi nonostante gli sbandamenti seguiti all’8 settembre. E ciò perché «nelle fabbriche lavoravano gli antifascisti storici, quelli della prima ora, i quali sono riusciti a costituire comitati che si contrapponevano al sindacato fascista. È lì che è nata la Resistenza. Gli operai avevano acquistato coscienza politica già negli scioperi del 1943, come fu per Pio Galli, coetaneo di Pino Galbani. Ma per quelle lotte, il costo umano pagato dagli operai fu pesantissimo. Ma fu in quel momento che si verificò la separazione definitiva tra la popolazione italiana e la Repubblica Sociale. Ci furono dunque sinergie tra le lotte operaie e la Resistenza nate da quelle idee di libertà e uguaglianza che con la Costituzione sono diventate storia.»

Si è poi passati allo scoprimento dalla targa toponomastica da parte del sindaco Gattinoni e di Luigi Galbani, fratello di Pino, mentre il prevosto don Bortolo Uberti ha impartito la benedizione non a una targa – ha detto – ma agli uomini e alle donne che custodiscono la memoria, a coloro che costruiscono la pace, alle operaie e agli operai sui luoghi di lavoro.
Va anche registrato che la cerimonia è stata disturbata da esponenti di destra, che per un paio di volte sono passati in auto suonando il clacson e lanciando provocazioni e insulti dal finestrino.
Il cronista deve inoltre registrare l’interruzione dei discorsi per un breve periodo dovuta al malore che ha colto un anziano presente, ma anche il blitz della polizia locale che ha contravvenzionato le auto parcheggiate irregolarmente.

La cerimonia di intitolazione è stata aperta con la proiezione di un breve filmato in cui lo stesso Galbani racconta la propria esperienza e le proprie scelte: il fare i conti con la crudeltà e con l’odio, ma anche con l’istinto di vendetta sorto spontaneamente al momento della liberazione dal lager. Al suo intervistatore, l’ormai anziano operaio lecchese ricorda come dovette farsi forza per non soccombere a quell’istinto, preferendo la giustizia e la testimonianza alla vendetta.

Poi i discorsi ufficiali. Il segretario della Camera del lavoro Fabio Gerosa ha parlato di Galbani come di un giovanissimo operaio che non abbassò la testa: «Aveva 17 anni, per la legge era ancora un bambino, ma in realtà già un gigante per la sua coscienza.» E proprio ripensando a lui, «dobbiamo guardare al presente: riemergono ombre che pensavamo scomparse, in una società che premia indifferenza e divisione e Pino ci insegna che queste sono il male assoluto. Dobbiamo quindi ritrovare l’unità: Pino scelse non l’odio ma la testimonianza e per questo fu una colonna dell’Anpi (l’associazione dei partigiani) e dell’Anmil (l’associazione degli invalidi del lavoro), educando i giovani alla pace. Inaugurare questa piazza, allora, significa che la lotta di Pino continua. Questo è un luogo in cui ci si dovrà fermare a riflettere, da oggi è il cuore pulsante della nostra memoria. Grazie Pino per avere comminato con noi, adesso camminiamo con te.»

Il segretario della Cisl Monza e Brianza, Mirco Scaccabarozzi, ha ricordato come l’idea di intitolare il piazzale sia partita da Diego Riva, già segretario provinciale della Cgil, e sia stata poi sostenuta dal sindaco Mauro Gattinoni. «A noi – ha poi aggiunto – tocca l’onere immane di invertire l’ordine tra passato e presente, perché la memoria è una virtù civile e non un semplice ricordo. C’è la necessità di fare memoria su chi ha fatto sì che la libertà e il lavoro fossero i valori fondanti della nostra Costituzione. E a chi dice che non dobbiamo preoccuparci per la democrazia, rispondiamo con le parole di Primo Levi: “Questo è stato”.» Perché assistiamo a un ritorno ad alcuni momenti passati della storia: «A livello internazionale con la pulizia etnica, mentre in Italia la destra estrema ha rialzato la testa: ne sono esempio l’assalto alla sede della Cgil di Roma (nel 2021, ndr), i saluti romani al raduno di Acca Larentia e poi c’è il fascismo eterno descritto da Umberto Eco. E a quanti oggi ancora chiedono l’omologazione tra tutti i morti, rispondiamo che va bene la pietas per tutti, ma l’omologazione non sarà mai possibile, E dobbiamo rispondere a una sola voce contro l’indifferenza e ogni forma di fascismo con “ora e sempre Resistenza”.»

Il sindaco Gattinoni ha parlato di spazi pubblici che restituiscono una memoria pubblica, la memoria che non è un esercizio sterile, ma un lavoro come ben sapeva Pino Galbani. Ha poi ricordato come in questi anni, in nome di questa memoria, siano stati intitolati a Riccardo Cassin, grande alpinista ma anche protagonista della lotta resistenziale, il pizzale antistante l’area della “Piccola” e a Francesca “Vera” Ciceri, antifascista della prima ora con il marito Gaetano Invernizzi, quello di Versasio alla partenza della funivia per i Piani d’Erna.

In quanto a Pino Galbani, «abbiamo molto riflettuto sull’epiteto da scrivere sulla targa: operaio antifascista. Oggi tutti possiamo dirci antifascisti, ma nel 1943 etra una scelta difficile e lui l’ha pagata in maniera pesante. E in quelle due parole, operaio antifascista, c’è intero l’articolo uno della nostra Costituzione, la quale dice che la nostra è una repubblica antifascista fondata sul lavoro. C’è poi anche un altro epiteto possibile: testimone di libertà. Lui che dall’incubo di non essere creduto dopo essere sopravvissuto all’incubo, decise di fare testimonianza e che il futuro non sarebbe stato la vendetta: la scelta forte di un uomo mite, scegliendo la mitezza come unica arma vincente.» Ha poi ricordato le parole del vicario episcopale Gianni Cesena, alla messa in occasione delle celebrazioni del 7 marzo, che ha ricordato come il Vangelo dica che saranno i miti a conquistare la terra. «Galbani – ha concluso il primo cittadino - è stato un grande esempio di uomo. Grazie Pino.»

Ha preso poi la parola il prefetto Paolo Ponta che ha sottolineato come l’inaugurazione del piazzale avvenga a dieci anni dalla morte, come prescrive la legge, e per coincidenza a cento anni dalla nascita di Pino Galbani: «Io non l’ho conosciuto, essendo arrivato a Lecco da pochi mesi, ma ho letto quello che ha scritto, ne ho ascoltato la testimonianza, ho visto la mostra gli è stata dedicata. Quando venne deportato, non era ancora maggiorenne e allora lo si diventava a 21 anni. Mi chiedo quanti siano stati i minorenni sacrificati nei conflitti del cosiddetto secolo breve. E nonostante l’età, nonostante fosse stato indottrinato dal fascismo, a 17 anni Pino Galbani non si è adagiato, ha saputo non chinare la testa, ha saputo seguire la sua retta coscienza, non curandosi delle conseguenze che per tanti hanno significato la morte immediata o il non ritorno dalla deportazione. Ha saputo tenere alta la sua dignità, ha preferito la giustizia alla vendetta. Noi sappiamo leggere l’oggi con gli occhi di quella memoria e di quella fede, perché Galbani era anche un uomo di fede». A tal proposito, Ponta ha concluso il suo intervento von una citazione da papa Leone XIV: «”Siate artigiani di pace” e Piano Galbani è stato prima artigiano vero, perché a quel tempo lavorare in fabbricava significava essere un artigiano, e poi artigiano della pace. E come tale lo ricordiamo.»

La vicepresidente provinciale dell’Anpi lecchese Patrizia Milani si è dedicata alla ricostruzione storica degli scioperi del 1944 nelle fabbriche che furono un fatto unico, non avendo riscontro negli altri Paesi occupati dai nazisti, quegli scioperi per i quali Pino Galbani venne arrestato e deportato. Furono scioperi – ha detto Milani – che dimostrarono l’unità della classe operaia che tale seppe mantenersi nonostante gli sbandamenti seguiti all’8 settembre. E ciò perché «nelle fabbriche lavoravano gli antifascisti storici, quelli della prima ora, i quali sono riusciti a costituire comitati che si contrapponevano al sindacato fascista. È lì che è nata la Resistenza. Gli operai avevano acquistato coscienza politica già negli scioperi del 1943, come fu per Pio Galli, coetaneo di Pino Galbani. Ma per quelle lotte, il costo umano pagato dagli operai fu pesantissimo. Ma fu in quel momento che si verificò la separazione definitiva tra la popolazione italiana e la Repubblica Sociale. Ci furono dunque sinergie tra le lotte operaie e la Resistenza nate da quelle idee di libertà e uguaglianza che con la Costituzione sono diventate storia.»

Si è poi passati allo scoprimento dalla targa toponomastica da parte del sindaco Gattinoni e di Luigi Galbani, fratello di Pino, mentre il prevosto don Bortolo Uberti ha impartito la benedizione non a una targa – ha detto – ma agli uomini e alle donne che custodiscono la memoria, a coloro che costruiscono la pace, alle operaie e agli operai sui luoghi di lavoro.
Il cronista deve inoltre registrare l’interruzione dei discorsi per un breve periodo dovuta al malore che ha colto un anziano presente, ma anche il blitz della polizia locale che ha contravvenzionato le auto parcheggiate irregolarmente.
D.C.





















