Disoccupazione al minimo nel lecchese. Ma molti non cercano lavoro

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In sé, il dato sarebbe positivo: disoccupazione lecchese al 2,6%, al settimo posto in Italia (al primo posto c’è Bergamo con l’1,3%). In realtà, nasconde una realtà della quale preoccuparsi. Perché a fronte di un calo della disoccupazione non corrisponde un aumento dell’occupazione. Significa che le percentuali sono falsate dagli inattivi e cioè quella fascia di popolazione variamente assortita che si è ritirata dal mercato del lavoro, che non cerca un’occupazione e che invece va “richiamata”. Anche perché si fa sempre più pressante il problema delle aziende in difficoltà nella ricerca di personale non solo qualificato.
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Si tratta della “fotografia” offerta dall’annuale rapporto dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro realizzato dalla società Pts per la Provincia, il Centro per l’impiego della Regione Lombardia e la Camera di commercio. Rapporto dal titolo più che emblematico (“Lecco a due velocità: il paradosso dell’occupazione, la sfida degli invisibili”) e presentato questa mattina alla sede dell’ente camerale in via Tonale.
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Sono stati Andrea Gianni e Luca Schionato, della “Pts”, a illustrare il rapporto per il quale è stata elaborata e incrociata una serie di dati per mettere a fuoco la trasformazione dell’economia lecchese e indicare i problemi ai quali si dovrà guardare nell’immediato futuro da parte della politica e degli operatori economici. A cominciare da coloro che appunto ingrossano le fila della popolazione inattiva, con l’obiettivo di “riattivarli”. Chi sono queste persone? Ancora i giovani e le e donne. E poi gli stranieri.
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La realtà è che il cosiddetto inverno demografico si va facendo sempre più drammatico e proprio nel Lecchese fa registrare cifre significative: per cento giovani ci sono 217 anziani, quando il dato lombardo è di 195 e quello nazionale di 107, segno che il nostro territorio è costretto ad arrancare. Naturalmente, il tasso di fecondità resta basso: all’1,2% quando la soglia definita critica è fissata all’1,3%. Nonostante questo, il tasso di occupazione femminile, nella nostra provincia è inferiore a quello lombardo. E ciò comporta anche un indebolimento del tessuto imprenditoriale complessivo, non solo una carenza di manodopera.
Nonostante le apparenze, inoltre, Lecco è al penultimo posto in Lombardia (precedendo in classifica solo la Valtellina) per la collocazione di stranieri.
Resta, inoltre, il dato di base che il lavoro è sempre più precario: i contratti a tempi determinato surclassano ormai quelli a tempo indeterminato.
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Schionato si è invece chiesto quali siano gli ostacoli da rimuovere per allargare il bacino degli occupati.
Se, dopo un periodo di grave incertezza, è rientrato l’allarme sul reimpiego dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni di età, rimane quello per i giovani. Occorre conciliare le diverse opportunità: un lungo percorso di studi che offra competenze maggiori e un ingresso nel mondo del lavoro più veloce con la necessità di percorsi formativi. Sul fronte degli stranieri, l’economia lecchese a oggi non è in grado di attrarre figure con una formazione adeguata. E naturalmente, l’occupazione femminile. Sono questi – secondo Schionato – i target ai quali bisogna guardare.
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Da remoto si è invece collegato Eugenio Gotti, esperto di politiche del lavoro, il quale ha sottolineato come il 53% delle imprese lecchesi non sia in grado di reperire personale adeguato, ma non solo per una mancata corrispondenza tra domanda e offerta, ma proprio perché mancano le persone. Nel vero senso della parola. Non solo le posizioni, le qualifiche, le competenze. Dove sono le persone che ci servono e perché non sono qui? Questo ci si chiede, guardando a un futuro di grande incertezza: in un quarto di secolo l’Europa perderà 36 milioni di lavoratori. In questa emorragia, l’Italia risulta ai vertici. E il Lecchese ancora di più.
Dall’esame dei dati, si è poi passati alle riflessioni.
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Una prima è stata quella del direttore della Casa della Carità di Lecco Luciano Gualzetti che ha parlato degli “invisibili”, quelli che appunto si rivolgono alla Caritas cercando un sostegno perché non riescono a entrare nel mondo del lavoro o ne sono stati espulsi: stranieri, donne, giovani con fragilità. Molte persone - ha continuato Gualzetti – non hanno fiducia nel futuro: «teniamo presente che la seconda causa di morte tra i giovani sotto i 24 anni è il suicidio.» A loro, si aggiungono i maturi non qualificati professionalmente. E le nuove figure, gli occupati nei cosiddetti lavori poveri per i quali la retribuzione non è sufficiente ad arrivare alla fine del mese, a sostenere i costi della casa o a garantire l’autonomia di una famiglia.
«Non si tratta – ha aggiunto – solo di dati economici, ma di qualcosa che pesa sul bene delle persone, delle famiglie e dell’intera società. Tutti dunque dovrebbero assumersi il loro pezzo di responsabilità. Ci sono aziende che garantiscono ai propri dipendenti un sistema di welfare straordinario. Ma non ci si può accontentare. Perché molti lavoratori senza welfare e con paghe basse che lavorano in quelle società di servizi alle quali le imprese si rinvolgono per abbattere i propri costi.»
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Sul versante del welfare aziendale è intervenuta Elisabetta Ripamonti, capo dell’ufficio risorse umane della Gilardoni Raggi X di Mandello che in passato era stata messa all’indice proprio per lo sprezzo nei confronti del personale e che con l’avvicendamento nella guida della società, dopo l’uscita di scena di Cristina Gilardoni, ha avviato politiche di welfare ritenute ora esemplari. A tal proposito, Ripamonti ha infatti sottolineato come non sia solo necessario trovare il personale, ma anche farlo rimanere, offrendo condizioni di lavoro soddisfacenti. Venendo incontro anche alle esigenze personali, alla cosiddetta conciliazione tra lavoro e vita privata: dunque orari flessibili non solo a vantaggio dell’azienda ma anche dei dipendenti, possibilità di lavoro da casa (lo smart working) e nel reparto produttivo niente turni ma orario solo diurno, piccoli servizi (come la possibilità di compilare in aziende il modello 730), molte convenzioni, attenzione alla parità di genere (anche dal punto di vista retributivo), formazione continua, ascolto delle persone, rapporto con il territorio.
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La parte politica dell’incontro ha visto gli interventi iniziali del presidente della Camera di commercio Ezio Vergani che ha indicato nell’intelligenza artificiale una delle possibilità per contrastare i problemi derivanti dalla decrescita demografica «riuscendo a mantenere il livello eccellente delle nostre imprese»; del sottosegretario regionale Mauro Piazza, collegatosi da remoto, per ricordare che la Regione è in procinto di avviare gli “Stati generali” dedicati proprio all’intelligenza artificiale che renderà possibile uno spostamento di competenze; della presidente provinciale Alessandra Hofmann, che ha sottolineato come lo scorso anno il rapporto sul mercato del lavoro avesse messo in luce la trasformazione avvenuta tra i giovani, per i quali un posto di lavoro non valeva l’altro, ma fosse predominante l’esigenza della qualità del lavoro e che questo consentisse anche un’alta qualità di vita, non in termini finanziari bensì di tempo.
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Le conclusioni sono invece state tirate dal consigliere provinciale, delegato del centro impiego di Lecco, Antonio Pasquini che ha rilevato: «Di fronte all’impoverimento del territorio, occorre trovare nuove prospettive per il mercato del lavoro, occorre cambiare paradigma e porre attenzione alle innovazioni». Ma suggerendo anche un ulteriore lettura dei dati e cioè che l’aumento della popolazione inattiva significa anche un ritorno al lavoro in nero.
D.C.
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