Quando il canto popolare accompagnava la liturgia. I cantori di Vermiglio in Santa Marta
I canti sacri delle Alpi, sabato nella chiesa di Santa Marta a Lecco, per il ciclo “La musica dello spirito” promosso dalla comunità pastorale della Madonna del Rosario con il sostegno della Fondazione comunitaria del Lecchese. Di scena i Cantori di Vermiglio, il paese a 1260 metri dl altitudine sulle montagne trentine recentemente portato alla ribalta dal film diretto dalla regista Maura Delpero e che tra l’altro vede gli stessi cantori interpretare l’antico “Miserere” presentato anche in Santa Marta.

Il concerto è stato preceduto dal saluto di don Massimo Berera che ha detto come la musica corale abiti «un desiderio che portiamo nel cuore e che è il desiderio dell’accordo e del reciproco comprenderci.»

Il musicologo Angelo Rusconi ha poi introdotto l’esecuzione dei brani che fanno parte di «una serie di repertori del canto liturgico di trasmissione orale. Fino alla riforma del Concilio Vaticano II, nei piccoli paesi, nelle piccole parrocchie di campagna e di montagna, dove non operava una cantoria ufficiale, si cantava secondo la propria cultura e le proprie tradizioni. I cantori di ogni singola area cantavano secondo i propri modi, anche quando si impadronivano di brani colti, di canti d’autore: venivano interpretati con le modalità del canto popolare. Ogni comunità aveva il proprio repertorio. Così anche la musica era un segno di identità.
Ricordo un Magnificat ascoltato a Tartano dove mi dicevano che era un’espressione unica: in realtà, quello stesso Magnificat si cantava anche nel paese di fronte, ma con una serie di piccole variazioni che lo facevano in effetti differente. E ricordo anche di quella volta a Vendrogno, quando i cantori eseguirono un brano che non interpretavano ormai da cinquant’anni: durante l’esecuzione si sono messi a piangere, quel brano era dentro di loro. Oggi si chiama “inculturazione”, ma è un processo che la Chiesa ha praticato per lungo tempo. Con la riforma del Concilio, migliaia di canti tramandati nel corso dei secoli sono andati perduti. Ma qualcosa si è salvato.»

Ed è stato poi il direttore dei cantori di Vermiglio, Alberto Delpero, a raccontare come, banditi dalla liturgia, quei canti si spostarono nelle osterie: cambiarono i testi, naturalmente…»
Dal sacro al profano, dunque, come si dice. E in effetti le sonorità ci portano lontano dai canti liturgici “ufficiali” e ci avvicinano invece a quelle dei canti popolari di montagna, alle stesse armonie dei canti alpini.

I cantori hanno poi eseguito i “canti per la morte” (Il Miserere, il Libera me Domine, il Dies Irae, lo Stabat mater) e i “canti per la vita” (come le Beatidudines e l’Ave Maria), tra cui i cosiddetti Canti per la Stella eseguiti tradizionalmente nel periodo natalizio. E quale omaggio al Lecchese, i Cantori di Vermiglio hanno eseguito anche “Noi siamo i tre re”, il brano premanese cantato nella tradizionale festa dei Tre Re che si tiene in occasione dell’Epifania, un rito che affonda le radici nei secoli passati.
Il concerto è stato preceduto dal saluto di don Massimo Berera che ha detto come la musica corale abiti «un desiderio che portiamo nel cuore e che è il desiderio dell’accordo e del reciproco comprenderci.»
Il musicologo Angelo Rusconi ha poi introdotto l’esecuzione dei brani che fanno parte di «una serie di repertori del canto liturgico di trasmissione orale. Fino alla riforma del Concilio Vaticano II, nei piccoli paesi, nelle piccole parrocchie di campagna e di montagna, dove non operava una cantoria ufficiale, si cantava secondo la propria cultura e le proprie tradizioni. I cantori di ogni singola area cantavano secondo i propri modi, anche quando si impadronivano di brani colti, di canti d’autore: venivano interpretati con le modalità del canto popolare. Ogni comunità aveva il proprio repertorio. Così anche la musica era un segno di identità.
Ed è stato poi il direttore dei cantori di Vermiglio, Alberto Delpero, a raccontare come, banditi dalla liturgia, quei canti si spostarono nelle osterie: cambiarono i testi, naturalmente…»
Dal sacro al profano, dunque, come si dice. E in effetti le sonorità ci portano lontano dai canti liturgici “ufficiali” e ci avvicinano invece a quelle dei canti popolari di montagna, alle stesse armonie dei canti alpini.
I cantori hanno poi eseguito i “canti per la morte” (Il Miserere, il Libera me Domine, il Dies Irae, lo Stabat mater) e i “canti per la vita” (come le Beatidudines e l’Ave Maria), tra cui i cosiddetti Canti per la Stella eseguiti tradizionalmente nel periodo natalizio. E quale omaggio al Lecchese, i Cantori di Vermiglio hanno eseguito anche “Noi siamo i tre re”, il brano premanese cantato nella tradizionale festa dei Tre Re che si tiene in occasione dell’Epifania, un rito che affonda le radici nei secoli passati.
D.C.





















