In viaggio a tempo indeterminato/430: sulle strade argentine

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Dormire nel baule di una macchina non è così male. Il mal di schiena è ripagato dalla risata che mi faccio ogni mattina quando apro il baule e ci trovo Paolo assonnato ancora rannicchiato sotto la coperta lilla di Frozen.
È a metà tra una scena da film d'azione con tanto di sequestrato tenuto nel bagaglio e una candid camera di basso livello. E invece è tutto vero.
Quando abbiamo preso una macchina a noleggio a Salta, nel nord dell'Argentina, non sapevamo che modello ci sarebbe capitato.
"Ci staremo a dormire?"
Era la domanda ricorrente e quasi retorica, dato che di alternative comunque non ne avremmo avute.
Poi l'abbiamo ritirata all'ufficio dell'autonoleggio e dopo un'iniziale gioia per non aver ricevuto una macchina minuscola, ci siamo accorti che quei sedili reclinabili solo parzialmente e quel baule sporgente non sarebbero stati poi così comodi.

Abbiamo provato tutti gli assetti e le posizioni possibili e immaginabili prima di capire che dormire con la testa nel baule sarebbe stata l'opzione migliore.
Claustrofobico? Sì. Non posso girarci intorno e devo ammettere che persino io che di claustrofobia non soffro affatto, qualche cedimento l'ho avuto.
Il vantaggio reale è che fa meno freddo perché si crea una temperatura ottimale... o forse è solo merito della coperta lilla.
Al di là del baule, comunque, la vera sfida è quello che c'è fuori dalla lamiera.
Le strade nel nord dell'Argentina a volte spariscono. L'asfalto lascia lo spazio allo sterrato o a fiumi da guadare. Ma dalla mappa di Google non lo diresti mai. Strade di terra rossa sono tracciate come fossero superstrade a due corsie perfettamente asfaltate. Questo spiega la presenza massiccia di pickup e 4x4 in questa parte del Paese. Sono diffusissimi e il motivo valido in effetti c'è.
Noi invece, con la nostra macchina bassa e due ruote motrici, possiamo contare solo sulle capacità di guida di Paolo e un motto che ormai ci accompagna da anni: "despacito despacito". Non la canzone, anche se ovviamente l'abbiamo cantata all'infinito.
Pianino pianino. Non c'è sentiero che possa fermarci alla folle velocità a cui viaggiamo, o quasi. La strada si arrampica, i colori cambiano, il telefono perde il segnale.
Il paesaggio fuori dal finestrino non sembra reale. Canyon rossi che poi diventano di infiniti colori o di un beige pallido stile deserto, i cactus sono più alti dei pali della luce e i lama attraversano in gruppi da 20.
La vita si svolge intorno a piccole piazzette. Anziani che bevono mate sulle panchine all'ombra  e bambini che giocano a pallone.
E c'è un silenzio pieno di vita, di sole, di sabbia.
Questo succede nei centri più grandi, appoggiati lungo la strada principale che da Salta conduce al confine boliviano.
Ma è nei paesini fuori da queste rotte che il senso di tranquillità e di comunità si fanno ancora più forti.
Posti come Iruya, un villaggio tra i monti con una bella chiesa gialla affacciata sul letto di un gigantesco fiume, sono l'esempio concreto di cosa voglia dire vivere in mezzo al nulla ma avere tutto.
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Iruya, nella stagione secca, si raggiunge dopo 50 km di sterrato. Un saliscendi che lascia davvero senza parole. Tornanti e curve a gomito ti portano verso l'alto fino a raggiungere il passo a 4000 metri.
Lassù ti senti letteralmente in mezzo alla nuvole, ma c'è qualcosa che ti tiene con i piedi per terra. Si tratta di bizzarri cumuli di pietre e un santuario. Non è tanto per la loro presenza che tutto ciò è strano, quanto per la particolarità delle offerte lasciate: bottiglie vuote di acqua e superalcolici.
L'altarino a 4000 metri è dedicato alla Difunta Correa, una figura leggendaria e quasi sacra in Argentina. Il suo vero nome sarebbe Deolinda Correa: secondo la leggenda, nell’Ottocento attraversò il deserto della provincia di San Juan cercando il marito arruolato a forza nelle guerre civili. Morì di sete e stenti, ma quando alcuni contadini trovarono il corpo, il suo bambino era ancora vivo e si nutriva miracolosamente dal suo seno. Da lì nacque il culto popolare e oggi in tutta l’Argentina, soprattutto lungo le strade di montagna e nel deserto, si vedono piccoli santuari dedicati a lei. Sono casupole bianche piene di bottiglie d’acqua e alcolici, pietre, targhe automobilistiche, fotografie e offerte lasciate dai viaggiatori. I camionisti argentini sono tra i suoi devoti più fedeli e si fermano spesso a pregare per la protezione durante i viaggi.
Le bottiglie hanno un significato ben preciso dato che, secondo la tradizione, la Difunta morì di sete.  Offrirle da bere serve a “placare la sua sete eterna”.
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E poi ci sono villaggi come Tres Cruces dove vivono meno di 100 persone e ci si conosce praticamente tutti. I negozi di alimentari sembrano i set cinematografici usati per "La casa nella prateria" e c'è un piccolo parco giochi per bambini con scivoli colorati ma pieni di sabbia.
Lì puoi incontrare persone come Javier con cui cantare "La donna è mobile" e cinque minuti dopo parlare della crisi mondiale. In questi paesini, i passi rimbombano nel silenzio e l'orizzonte sembra essere infinito.
Mi chiedo sempre come debba essere la vita in posti così, la quotidianità. E se immagino me stessa in quella situazione, da un lato riesco a sentire la bellezza della piccola comunità che ti protegge, ma dall'altro percepisco il peso della solitudine, della fatica e dei sacrifici.
Dormire nel baule di una macchina non è poi così male, dopotutto ci permette di raggiungere luoghi fuori da ogni percorso e poter godere per un po' di una vita diversa che probabilmente non sceglieremmo mai di fare.
Angela (e Paolo)
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