Don Matteo: ho pianto tutta notte quando ho saputo di dover lasciare Calolzio. Qui più di tutto ho imparato ad ascoltare
Dopo due anni da vicario, è arrivato per Don Matteo Cortinovis il momento dei saluti. Il giovane sacerdote lascerà l’Unità Pastorale di Calolzio, Foppenico e Sala su richiesta del Vescovo Francesco Beschi; intraprenderà dunque il percorso nelle parrocchie di Zogno, Ambria, Grumello de’ Zanchi, Endenna, Somendenna, Poscante e Stabello.
In questi anni, arrivato in Val San Martino prima dell’ordinazione sacerdotale e poi “ufficializzato” vicario, Don Matteo è stata una presenza costante e attiva nella comunità, capace di accompagnare i fedeli e di instaurare un legame speciale con il territorio e con le persone. In particolare, tanti ragazzi sono stati turbati dalla notizia della sua partenza, che in realtà era programmata da tempo.

Quella a Calolzio è stata la sua prima esperienza da Don. Se la aspettava così?
Onestamente a Calolzio sono arrivato già prima di diventare Don, nel settembre 2022. Dopo l’ordinazione non mi aspettavo di rimanere qui, di fare altri due anni, perché solitamente si va subito in un’altra parrocchia. Inizialmente è stata una sorpresa ovviamente gradita, ero contento di rimanere dove già conoscevo e dove avevo già dato il mio contributo. Se me l’aspettavo così, direi quindi di no; credo che ogni giorno sia stata per me una bella scoperta, con i suoi pro e i suoi contro, ma resta la bella esperienza. A volte fai dei programmi che poi non si avverano. La Provvidenza ogni giorno ti mette qualcosa di nuovo e di diverso sul cammino.

A proposito di questo, si ricorda quale è stato il momento più felice e quello più difficile di questi anni?
I momenti felici sono stati tanti, soprattutto credo quelli vissuti con i ragazzi; mi riferisco ai vari CRE che abbiamo vissuto, alle varie esperienze estive. Anche i momenti meno facili sono stati diversi; soprattutto quando sono venute a mancare le relazioni e la fiducia nelle altre persone, in alcuni episodi successi durante gli anni. Quando viene a meno la relazione con una persona o la fiducia in quella, o viceversa dalla sua parte nei miei confronti, ovviamente rappresenta una situazione difficile.

In cosa pensa di aver lasciato maggiormente il segno in questa esperienza?
Onestamente non lo so, è una domanda difficile. Io spero di aver lasciato un segno positivo soprattutto nei ragazzi, negli adolescenti con i quali davvero mi sono trovato bene, e credo che sia ricambiato. Spero di aver lasciato in loro qualcosa di buono, una persona su cui possono contare ancora, in qualche modo, nella loro vita e nel loro cammino.

Qual è il consiglio che si sente di dare a chi prenderà il tuo posto?
Il consiglio per Don Andrea è innanzitutto quello di non spaventarsi, perché noi veniamo da una parrocchia singola, e invece qua è un “tutto per tre”. Gli consiglio di non avere paura e dotarsi di tanta pazienza, perché serve. E naturalmente, il consiglio è sempre quello di affidarsi a qualcuno di più in alto, al Signore, che anche a lui non farà mancare il bene. Anche a lui dico che ogni volta che avrà bisogno, come ha già fatto negli anni di seminario per l’amicizia che ci lega, potrà tranquillamente alzare la cornetta e sarò pronto a dargli una mano o ascoltarlo per una bella chiacchierata.

Per quanto riguarda invece il futuro, quali sono le aspettative sulla nuova destinazione?
Mi aspetto che sia una bella unità pastorale, come quella di Calolzio. È più grande, quindi immagino già che il lavoro sarà un po’ più tosto in un certo senso, perché se qui ci sono tre parrocchie, là saranno sette. Però entro in un mondo di unità pastorale ben avviato, in cui i miei predecessori hanno fatto un bel lavoro. Le aspettative sono sicuramente buone; non mancheranno le difficoltà, ma con l’aiuto del signore vedremo di superare anche quelle.

C’è qualcosa di importante che ha imparato nell’esperienza a Calolzio e che potrà tornarle utile?
Ho imparato tante cose, a partire dalle più pratiche, come la gestione di determinate situazioni. Ma credo che più di tutto ho imparato ad ascoltare. Calolzio mi è stata maestra in questo, nel mettermi in ascolto di tante persone e di tanti ragazzi, sia per le cose più semplici che per quelle più complesse della loro vita. E questo penso mi sarà molto utile in futuro, e spero che possa essere un tratto che mi continuerà a caratterizzare.

È più triste di lasciare Calolzio o è maggiore l’ansia per il futuro?
In tanti mi hanno fatto questa domanda nell’ultimo periodo. Non posso rispondere negando la tristezza di trasferirmi; quando lo ho saputo ho pianto per una notte intera. Lasciare una realtà dove si ha vissuto per anni comporta una sofferenza innegabile, come quando ti separi da una persona. Per quanto riguarda il futuro, entro un po’ in punta di piedi nella nuova comunità che mi si presenta. Sono contento da un lato, perché il cambiamento ti spinge sempre a metterti in gioco. Quindi sì, la tristezza c’è ma anche contentezza per ciò che mi aspetta.
In questi anni, arrivato in Val San Martino prima dell’ordinazione sacerdotale e poi “ufficializzato” vicario, Don Matteo è stata una presenza costante e attiva nella comunità, capace di accompagnare i fedeli e di instaurare un legame speciale con il territorio e con le persone. In particolare, tanti ragazzi sono stati turbati dalla notizia della sua partenza, che in realtà era programmata da tempo.

Quella a Calolzio è stata la sua prima esperienza da Don. Se la aspettava così?
Onestamente a Calolzio sono arrivato già prima di diventare Don, nel settembre 2022. Dopo l’ordinazione non mi aspettavo di rimanere qui, di fare altri due anni, perché solitamente si va subito in un’altra parrocchia. Inizialmente è stata una sorpresa ovviamente gradita, ero contento di rimanere dove già conoscevo e dove avevo già dato il mio contributo. Se me l’aspettavo così, direi quindi di no; credo che ogni giorno sia stata per me una bella scoperta, con i suoi pro e i suoi contro, ma resta la bella esperienza. A volte fai dei programmi che poi non si avverano. La Provvidenza ogni giorno ti mette qualcosa di nuovo e di diverso sul cammino.

A proposito di questo, si ricorda quale è stato il momento più felice e quello più difficile di questi anni?
I momenti felici sono stati tanti, soprattutto credo quelli vissuti con i ragazzi; mi riferisco ai vari CRE che abbiamo vissuto, alle varie esperienze estive. Anche i momenti meno facili sono stati diversi; soprattutto quando sono venute a mancare le relazioni e la fiducia nelle altre persone, in alcuni episodi successi durante gli anni. Quando viene a meno la relazione con una persona o la fiducia in quella, o viceversa dalla sua parte nei miei confronti, ovviamente rappresenta una situazione difficile.

In cosa pensa di aver lasciato maggiormente il segno in questa esperienza?
Onestamente non lo so, è una domanda difficile. Io spero di aver lasciato un segno positivo soprattutto nei ragazzi, negli adolescenti con i quali davvero mi sono trovato bene, e credo che sia ricambiato. Spero di aver lasciato in loro qualcosa di buono, una persona su cui possono contare ancora, in qualche modo, nella loro vita e nel loro cammino.

Qual è il consiglio che si sente di dare a chi prenderà il tuo posto?
Il consiglio per Don Andrea è innanzitutto quello di non spaventarsi, perché noi veniamo da una parrocchia singola, e invece qua è un “tutto per tre”. Gli consiglio di non avere paura e dotarsi di tanta pazienza, perché serve. E naturalmente, il consiglio è sempre quello di affidarsi a qualcuno di più in alto, al Signore, che anche a lui non farà mancare il bene. Anche a lui dico che ogni volta che avrà bisogno, come ha già fatto negli anni di seminario per l’amicizia che ci lega, potrà tranquillamente alzare la cornetta e sarò pronto a dargli una mano o ascoltarlo per una bella chiacchierata.

Per quanto riguarda invece il futuro, quali sono le aspettative sulla nuova destinazione?
Mi aspetto che sia una bella unità pastorale, come quella di Calolzio. È più grande, quindi immagino già che il lavoro sarà un po’ più tosto in un certo senso, perché se qui ci sono tre parrocchie, là saranno sette. Però entro in un mondo di unità pastorale ben avviato, in cui i miei predecessori hanno fatto un bel lavoro. Le aspettative sono sicuramente buone; non mancheranno le difficoltà, ma con l’aiuto del signore vedremo di superare anche quelle.

C’è qualcosa di importante che ha imparato nell’esperienza a Calolzio e che potrà tornarle utile?
Ho imparato tante cose, a partire dalle più pratiche, come la gestione di determinate situazioni. Ma credo che più di tutto ho imparato ad ascoltare. Calolzio mi è stata maestra in questo, nel mettermi in ascolto di tante persone e di tanti ragazzi, sia per le cose più semplici che per quelle più complesse della loro vita. E questo penso mi sarà molto utile in futuro, e spero che possa essere un tratto che mi continuerà a caratterizzare.

È più triste di lasciare Calolzio o è maggiore l’ansia per il futuro?
In tanti mi hanno fatto questa domanda nell’ultimo periodo. Non posso rispondere negando la tristezza di trasferirmi; quando lo ho saputo ho pianto per una notte intera. Lasciare una realtà dove si ha vissuto per anni comporta una sofferenza innegabile, come quando ti separi da una persona. Per quanto riguarda il futuro, entro un po’ in punta di piedi nella nuova comunità che mi si presenta. Sono contento da un lato, perché il cambiamento ti spinge sempre a metterti in gioco. Quindi sì, la tristezza c’è ma anche contentezza per ciò che mi aspetta.
Davide Lanfranchi




















