PAROLE CHE PARLANO/290
Intelligenza
Da sempre l’uomo si è chiesto come definire l’intelligenza, tanto da avere costruito un sistema a test standardizzati chiamato Quoziente Intellettivo. Il QI, tuttavia, misura solo una parte della nostra intelligenza, trascurando abilità fondamentali come la creatività, l'intelligenza emotiva, le capacità pratiche ecc. Oggi pochi studiosi considerano il QI una misura esaustiva dell'intelligenza, proprio perché non è in grado di indagare la ricchezza delle facoltà mentali umane.
Quasi filosoficamente, potremmo affermare che una persona davvero intelligente è colei che non si ritiene tale o che tende a diffidare delle proprie certezze.
Potrebbe essere davvero così: se non soffre di bassa autostima, l’intelligente è consapevole della complessità del sapere e di quanto ancora c'è da imparare; ciò lo porta a interrogarsi continuamente e a dubitare delle proprie convinzioni.
Viceversa, chi possiede conoscenze limitate in un determinato ambito può talvolta sopravvalutare le proprie capacità. Non dispone infatti degli strumenti intellettivi e conoscitivi necessari per valutare correttamente la propria ignoranza.
Ho già scritto in un articolo di qualche anno fa che il vocabolo intelligenza (dal latino intelligentia), deriva dal verbo intelligere. Tradizionalmente viene interpretata come la capacità di “leggere dentro” le cose, ma la sua etimologia rimanda più precisamente a inter (“tra”) e legere (“scegliere”, “raccogliere”, “leggere”): l’intelligenza è dunque la facoltà di distinguere, di cogliere relazioni, di riconoscere ciò che unisce e ciò che differenzia.
Nella tradizione greca rappresentava la capacità più alta della mente umana, quella che permette di andare oltre le apparenze e di comprendere l’ordine nascosto della realtà.
Anche il mondo romano fece propria questa concezione, associando l’intelligenza alla capacità di comprendere i legami tra le cose, tra gli uomini e persino tra l’uomo e il cosmo.
Nel Medioevo, con pensatori come Tommaso d'Aquino, l’intelligenza assume anche una dimensione spirituale: è la luce che consente all’essere umano di cogliere verità immateriali e universali, partecipando, almeno in parte, alla conoscenza divina.
Con il Rinascimento e l’età moderna il concetto si laicizza progressivamente. L’intelligenza diventa ingegno, creatività, capacità di comprendere il mondo e trasformarlo.
Oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la parola si è ulteriormente ampliata. Le macchine possono elaborare informazioni, riconoscere schemi e produrre risposte sorprendenti. Eppure l’etimologia continua a suggerirci qualcosa di essenziale: essere intelligenti non significa soltanto accumulare dati o sapere eseguire calcoli complessi, ma saper cogliere relazioni, attribuire significato, comprendere il contesto e soprattutto interrogarsi sul senso delle cose.
In fondo, l’intelligenza è l’arte di vedere oltre le apparenze e di scoprire i legami nascosti tra cose che sembrano separate.




















