La comandante Beatrice Dell'Oro ed il suo volo oltre gli stereotipi inaugurano la rubrica Tracce libere di Telefono Donna

Ogni donna lascia una traccia.
Alcune le trova già scritte, lasciate da chi è venuta prima: madri, nonne, insegnanti, sconosciute che con le loro scelte hanno reso possibile un passo che oggi diamo per scontato.
Altre tocca a noi inciderle per la prima volta. Sono i percorsi mai battuti, le porte che troviamo chiuse e apriamo comunque, le convinzioni che scegliamo di mettere in discussione. E una volta lasciate, quelle tracce restano: pronte a essere seguite da chi verrà dopo.
La rubrica TRACCE LIBERE ospitata da Leccoonline nasce per raccontare queste storie: donne che non hanno seguito una “consegna” predefinita per il tema della propria vita, ma hanno scelto la propria direzione senza copioni prestabiliti. Guidate dal talento, dall’istinto, dal coraggio e dal desiderio di immaginare per sé (e gli altri) una storia diversa.
Come Telefono Donna, vogliamo essere cassa di risonanza per queste storie. Per chi una traccia l'ha raccolta e portata avanti, e per chi ha avuto il coraggio di inciderne una tutta sua.
Lo facciamo prendendo in prestito anche il linguaggio della musica, perché una traccia, in fondo, è anche un brano: qualcosa che si ascolta, che resta dentro, che continua a (ri)suonare. Ogni donna che incontrerete in queste pagine porta con sé una canzone che ne racconta lo spirito e che dà il titolo alla sua storia.
TRACCE LIBERE è la nostra playlist: un concerto di voci diverse per età, ambito e percorso, unite dalla stessa forza. Nella speranza che, ascoltandole, troviate lo spazio e il coraggio di incidere anche la vostra.

Telefono Donna

Beatrice Dell’Oro

Track #1 – “Defying Gravity” – Idina Menzel


Quando era ancora una giovanissima studentessa, la sua professoressa di lettere le aveva detto che “a livello professionale non avrebbe potuto ambire a molto”, al massimo a un mestiere umile, di basso profilo. Ma accontentarsi di restare con i piedi per terra non è mai stato il destino di Beatrice Dell’Oro, né metaforicamente né letteralmente.

Flashforward a quasi vent’anni dopo: Beatrice si trova a Roma ospitata da una zia, è il 23 dicembre 1997 e prega per un regalo di Natale in anticipo. Ha avvisato la scuola dove insegna che per qualche giorno non potrà essere in classe. Non specifica il motivo: cerca di prendere tempo chiedendo qualche giorno di malattia. Ma l’unica febbre che sente in quel momento è quella di un passaggio che, ne è certa, le cambierà la vita. Ha appena partecipato a un test per accedere ai simulatori dei cosiddetti “Jumbolini”, quadrireattori da 90 passeggeri, giganti del cielo che potrebbero consacrare il sogno custodito fin da bambina. Oggi quel sogno è finalmente uscito dal cassetto e si trova in una classe piena di persone in ansia per un verdetto: lei è l’unica donna, circondata da uomini. Davanti a loro, un capopilota legge una lista di nomi. Tutti sanno che il proprio futuro dipende dal fatto che quel nome venga pronunciato oppure no.

Nella sua vita Beatrice ha fatto di tutto: studentessa di architettura, insegnante di arte e di sci, appassionata di motori e di speleologia. La sua curiosità e la sua intraprendenza l’hanno portata su moltissime strade, alcune asfaltate, altre sterrate, altre ancora sospese a mezz’aria, nel cielo. Ha sempre preferito queste ultime, consapevole però delle difficoltà legate al trasformare quella passione in una professione. Quel 23 dicembre, però, il suo nome è nella lista. “Da oggi la mia vita cambia”, si dice (e mi dice, a distanza di anni). “Da oggi sono una pilota di linea professionista”.
BEATRICEDELLORO2.jpg (95 KB)
Incontriamo Beatrice nel cuore della Società Canottieri di Lecco, uno dei tanti luoghi che hanno segnato la sua vita. Qui gli incontri casuali con amici di vecchia data riportano a galla aneddoti speciali, specchio della sua indole curiosa e impavida (“Una volta eravamo in barca insieme, abbiamo perso la cognizione del tempo e lui stava per mancare il suo orale di maturità” ci dice indicando un vecchio amico che nel frattempo era venuto a salutarla. “Ci hanno richiamati a riva dalla Canottieri con il megafono”). Di fronte a questi ricordi lei sorride intenerita e racconta di un’adolescenza in cui si era più sognatori e spensierati, quando le piccole ribellioni quotidiane non nascevano dalla voglia di sfidare le regole, ma dal desiderio di dare spazio alla parte più spontanea e un po’ ingenua di quell’età.

Ci racconta che la sua passione per gli aerei nasce da piccolissima – “da quando andavamo all’Idroscalo di Como con la mia famiglia per assistere alle celebrazioni storiche degli idrovolanti” – ma che quella per l’ingegneria delle cose affonda le sue radici ancora più indietro: inizia con il desiderio di ricevere per Natale il Meccano, il celebre gioco di costruzioni che il padre non le aveva mai comprato perché considerato “roba da maschi”, e arriva fino alla laurea in architettura.
BEATRICEDELLORO3.jpg (102 KB)
Con i soldi che la nonna le aveva regalato per acquistare la sua prima automobile, nel 1973 si iscrive a un corso a Como per conseguire il brevetto di pilota, prima di idrovolante e poi di biposto terrestre. “A quel punto ero costretta ad andare al corso facendo l’autostop”, racconta divertita. “E quando ho ottenuto il brevetto, l’unico modo per continuare ad allenarmi era portare in volo i miei amici e dividere con loro le spese del carburante e del noleggio”.

Il brevetto commerciale professionale restava però ancora un sogno irraggiungibile: servivano troppi soldi e, all’epoca, le donne che svolgevano quel lavoro in Italia si contavano sulle dita di una mano. La seconda motivazione, però, per lei non è mai stata un limite.
“Se le donne volavano con gli aeroplanini nessuno aveva niente da dire”, ci spiega. “Tutt’altra storia era quando decidevano di trasformare quella passione in una professione. Avete presente il modo in cui è stata trattata Mia Martini? Succedeva qualcosa di simile: della prima comandante donna in Italia si diceva che portasse sfortuna, che facesse fallire le compagnie con cui lavorava. E delle donne, in generale, si sosteneva che le mestruazioni avrebbero impedito loro di pilotare bene. A me non importava: non ho mai considerato il mio genere un criterio di valutazione della mia professionalità”.

Dopo quasi dieci anni trascorsi a insegnare storia dell’arte in alcuni istituti superiori della zona, finalmente, a 32 anni, ha le possibilità economiche per accorciare la distanza dal cielo. Ottiene il brevetto commerciale e inizia a cercare opportunità che le consentano di accumulare esperienza sul campo, collezionando ore di volo sugli aerotaxi privati.
BEATRICEDELLORO4.jpg (82 KB)
Un comandante disposto a offrirle questa possibilità lo trova, ma a una condizione: ogni volta che sarebbe salita a bordo lo avrebbe fatto inizialmente in veste di hostess, occupandosi dell’accoglienza dei passeggeri e del servizio a bordo; solo dopo avrebbe potuto cambiarsi e raggiungere la cabina di pilotaggio. “Avrei fatto di tutto: dal rifornimento al lavaggio dell’aereo. A me bastava poter volare. Ma tutto questo senza poter rinunciare al mio lavoro da insegnante: la mattina andavo a scuola, poi mi cambiavo in macchina e correvo immediatamente all’aeroporto di Linate”.

Con il tempo volare su piccoli aerei privati non le basta più. Il suo sogno è diventare pilota di linea ed essere assunta da una compagnia aerea. L’occasione si presenta quando a Bergamo nasce una società collegata ad Air Malta, alla ricerca di piloti per guidare gli Avro RJ, i velivoli da circa 90 posti soprannominati “Jumbolini”.
“Tutte le settimane, per sei mesi, sono andata nella loro sede a chiedere se ci fosse un posto libero. Alla fine, il 5 dicembre 1997, mi hanno chiamata dicendomi che c’era la possibilità di frequentare un corso a Roma. Poi solo alcuni sarebbero stati selezionati per proseguire. Non avevo alcuna certezza di farcela, ma quel giorno ho chiamato la scuola dove lavoravo dicendo che non sarei tornata”.
BEATRICEDELLORO1.jpg (70 KB)
Da lì in poi - dopo quel famoso 23 dicembre che ha segnato le sue personali “sliding doors” - una serie di occasioni che si incastrano alla perfezione, un po’ per un destino che sembrava già scritto e un po’ per l’innata capacità di Beatrice di intuire l’evoluzione del settore che ama di più. Quando il Boeing 737 inizia a diffondersi, lei decide di puntare su quel modello. E quando nel 2005 una compagnia aerea appena nata e ancora semi-sconosciuta apre le candidature per nuovi piloti, Beatrice è tra le prime a credere in quell’opportunità. Quella compagnia si chiamava Neos.

Per i successivi vent’anni vola come pilota professionista su grandi aerei commerciali, arrivando al ruolo di primo ufficiale. Nel frattempo, altre donne infrangono il soffitto di cristallo del mondo dell’aviazione e, insieme a loro, gli stereotipi iniziano lentamente a perdere quota. “Quando ho iniziato il mio percorso per diventare pilota sapevo che sarebbe stato difficile, ma sapevo anche che se non avessi tentato me ne sarei pentita per tutta la vita. A volte, quando credi davvero in qualcosa, non devi ascoltare nemmeno chi ti sta più vicino. Devi seguire te stessa”.

Oggi Beatrice è in pensione e guarda alla sua carriera da pilota con un misto di orgoglio e nostalgia. Volare le manca, certo, ma mette la stessa passione e la stessa determinazione in tutto ciò che continua a fare. Lo si capisce da quel guizzo che le attraversa lo sguardo ogni volta che nomina qualcosa che ama, che sia l’arte, lo sport o la montagna. Forse perché il volo è, in un certo senso, un po’ come andare in bicicletta: una volta imparata la bellezza di vedere le cose da una prospettiva unica, non la si dimentica più.
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.