Il patriarcato non è forza: è il manifesto della crisi del maschile
Il dibattito suscitato dal manifesto di Futuro Nazionale e, in particolare, dal riferimento al cosiddetto “patriarcato mediterraneo” merita qualcosa di più di una reazione istintiva o di una contrapposizione ideologica.
Merita una riflessione politica, culturale e profondamente umana.
L’idea proposta è quella di “proteggere e non criminalizzare” il patriarcato mediterraneo, formando uomini forti, capaci di dominare emozioni e passioni e di proteggere le donne.
È un’impostazione che non mi convince.
E non mi convince da donna di centrodestra.
Credo nella famiglia, nella responsabilità personale, nel valore delle relazioni stabili, nella differenza tra uomo e donna e nella loro complementarità. Credo che la nostra società abbia bisogno di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità, mantenere gli impegni, educare i figli e costruire legami solidi.
Ma tutto questo non richiede alcun ritorno al patriarcato.
Richiede, semmai, maturità.
Perché uomini e donne non si dividono naturalmente tra forti e fragili. Tutti attraversiamo stagioni della vita nelle quali siamo capaci di sostenere e altre nelle quali abbiamo bisogno di essere sostenuti.
La relazione adulta nasce dalla reciprocità, non dalla gerarchia.
Proteggere la persona che si ama è naturale. Ci si protegge a vicenda nella malattia, nelle difficoltà, nelle fragilità e nelle prove della vita.
È molto diverso, però, trasformare questa reciprocità in un modello nel quale all’uomo venga assegnato stabilmente il ruolo del soggetto forte e alla donna quello di chi deve essere protetta.
Una donna adulta non ha bisogno di un tutore.
Ha bisogno di essere rispettata.
Ed è qui che sorge una prima domanda.
Di quale patriarcato abbiamo bisogno, se nella nostra società sopravvivono ancora molte delle conseguenze di una storia costruita per secoli intorno alla prevalenza maschile?
Non occorre farne una battaglia ideologica. Basta osservare la realtà con buon senso.
Per generazioni i figli hanno ricevuto automaticamente il cognome del padre e soltanto in tempi recenti il nostro ordinamento ha superato quella regola in nome della pari dignità dei genitori.
Nel mondo del lavoro le differenze non sono scomparse.
Le donne hanno mediamente redditi inferiori, incontrano maggiori difficoltà nell’accesso ad alcune posizioni apicali e continuano soprattutto a pagare un prezzo professionale più alto quando diventano madri.
La maternità può significare rallentare una carriera, ridurre l’orario di lavoro, rinunciare a opportunità professionali o, in alcuni casi, non rientrare affatto nel mercato del lavoro.
E non è difficile comprenderne le ragioni se si considera che, accanto alla crescita professionale, permane troppo spesso una distribuzione tutt’altro che equilibrata delle responsabilità familiari.
Sulle donne continua infatti a gravare una parte rilevante del lavoro di cura: figli, casa, genitori anziani, familiari fragili, organizzazione della quotidianità.
È un lavoro materiale ed emotivo spesso invisibile e dato per scontato, che raramente compare nei curricula o nelle buste paga, ma senza il quale una parte enorme della nostra società semplicemente non funzionerebbe.
La donna contemporanea, dunque, non è diventata autonoma perché qualcuno l’ha liberata dalle responsabilità tradizionali.
Molto spesso ha aggiunto nuove responsabilità alle precedenti.
Lavora e cura. Produce e accudisce. Costruisce la propria autonomia economica e continua frequentemente a rappresentare il punto di riferimento materiale ed emotivo della famiglia.
Per questo trovo singolare proporre oggi un modello nel quale sia ancora l’uomo a dover essere definito attraverso la forza e la donna attraverso il bisogno di protezione.
Ed è qui che la domanda diventa politica.
Che cosa vuole realmente comunicare Futuro Nazionale quando parla di “patriarcato mediterraneo”?
Se vuole dire che abbiamo bisogno di uomini responsabili, presenti, capaci di prendersi cura della famiglia, di mantenere la parola data, di sostenere i figli e la persona che hanno accanto, sono valori nei quali mi riconosco.
Ma perché chiamarli patriarcato?
La responsabilità non è maschile.
La fedeltà non è maschile.
La capacità di sacrificarsi non è maschile.
E la cura non è femminile.
Sono qualità della persona adulta.
Se invece dietro quella parola c’è la nostalgia di un ordine nel quale l’uomo torna naturalmente a occupare il ruolo del forte, del protettore e del punto di riferimento, mentre alla donna viene implicitamente assegnata una posizione di maggiore fragilità, allora la questione cambia.
E forse rivela qualcosa di più interessante della semplice nostalgia della tradizione.
Rivela il bisogno di rassicurare un’identità maschile che sta attraversando una trasformazione profonda.
Non è irrilevante, sotto questo profilo, che la figura di riferimento di Futuro Nazionale sia un generale.
Non è un argomento contro Roberto Vannacci né un giudizio sulla sua persona. La sua storia professionale appartiene però a un mondo nel quale forza, disciplina, comando, gerarchia e protezione hanno un significato preciso e necessario.
La famiglia, però, non è una caserma.
E una relazione affettiva non è una catena di comando.
Nell’amore non esistono gradi.
Esistono due adulti che, nelle diverse stagioni dell’esistenza, possono alternativamente sostenere ed essere sostenuti.
La vera domanda allora non è se dobbiamo recuperare il patriarcato.
È un’altra:
che cosa significa essere uomini in una società nella quale le donne non hanno più bisogno di essere subordinate per costruire la propria vita?
Nella mia attività professionale mi confronto da molti anni con famiglie, separazioni e conflitti coniugali.
È un osservatorio particolare, perché incontra le relazioni soprattutto quando entrano in crisi, ma proprio per questo consente di cogliere alcune dinamiche ricorrenti.
Una riguarda la difficoltà di alcune persone nel vivere accanto a un partner autonomo, strutturato, capace di scegliere e di assumersi responsabilità.
Può accadere che chi si è sempre percepito come il soggetto forte della coppia viva con disagio la maturità, l’indipendenza o la profondità della donna che ha accanto.
Ciò che dovrebbe essere una ricchezza può trasformarsi, nella percezione dell’altro, in una minaccia.
E possono comparire svalutazione, competizione, bisogno di riaffermare il proprio ruolo e necessità di sentirsi indispensabili.
Ma questa dinamica, a mio avviso, non può essere compresa fino in fondo senza guardare a un fenomeno più ampio.
Non vogliamo più invecchiare.
È un fenomeno che riguarda uomini e donne.
Viviamo in una società che rincorre la giovinezza, fatica ad accettare il corpo che cambia e affida sempre più spesso alla medicina e alla chirurgia estetica il compito, almeno simbolico, di convincerci che il tempo possa essere rallentato.
Non c’è nulla di sbagliato nel prendersi cura di sé.
Il problema nasce quando la cura diventa rifiuto del limite.
Quando invecchiare viene percepito come perdita di valore, di desiderabilità, di potere.
Per l’uomo questa trasformazione può intrecciarsi con una questione ancora più complessa.
Alla paura universale del tempo che passa si può aggiungere quella di perdere un ruolo che per secoli gli è stato socialmente garantito.
Non è più necessariamente il principale percettore di reddito.
Non è più indispensabile economicamente.
La donna che ha accanto può essere autonoma, più istruita, professionalmente affermata, capace di assumere decisioni e responsabilità senza dipendere da lui.
E così alla domanda universale — “sto invecchiando?” — può aggiungersene un’altra, profondamente identitaria:
“A che cosa servo, se non ho più bisogno di essere il più forte?”
Ed è da qui che si apre una questione della quale credo si parli ancora troppo poco.
Diversi uomini incontrati nella mia attività professionale mi hanno fatto osservare quanto si parli, giustamente, della menopausa e delle trasformazioni che essa comporta nella vita di una donna, mentre assai meno spazio venga dedicato a quella che comunemente definiamo “andropausa” e, più in generale, ai cambiamenti fisici, emotivi, identitari ed esistenziali che possono accompagnare la mezza età maschile.
Più di un uomo mi ha raccontato di essersi trovato improvvisamente in una fase nella quale nulla sembrava avere più lo stesso significato: il lavoro, il matrimonio, il corpo, il rapporto con il tempo, i figli ormai cresciuti, ciò che era stato costruito.
Alcuni hanno stravolto la propria vita prima ancora di comprendere fino in fondo che cosa stessero cercando.
È un dato umano che merita ascolto, non scherno.
Perché prima o poi tutti dobbiamo fare i conti con il limite, con il corpo che cambia, con ciò che abbiamo realizzato e con ciò che non realizzeremo, con i figli che diventano adulti e con i genitori che invecchiano.
E con una domanda alla quale successo, denaro, status o una nuova relazione non possono necessariamente rispondere:
chi sono davvero, quando tolgo ciò che possiedo, il ruolo che ricopro e l’immagine che gli altri hanno di me?
È una domanda esistenziale.
E, per chi crede, anche spirituale.
È proprio dentro questo passaggio che alcune relazioni con una forte differenza di età possono assumere un significato particolare.
Naturalmente la distanza anagrafica, da sola, non dice nulla sulla qualità di una relazione e non autorizza giudizi sulla vita degli altri. Esistono rapporti autentici e profondi tra persone di età molto diversa.
Ma quando quella distanza diventa funzionale al bisogno di sentirsi nuovamente giovani, desiderabili, potenti o indispensabili, il discorso cambia.
In alcune fasi della vita può essere molto seducente incontrare qualcuno molto più giovane che restituisce uno sguardo ammirato, sembra cancellare il tempo trascorso e fa percepire ancora centrali, necessari, desiderati.
È una carezza potentissima per l’ego.
E può diventare, inconsapevolmente, parte della stessa rincorsa alla giovinezza: non soltanto desiderare l’altro, ma cercare nello sguardo dell’altro la conferma che il tempo non stia davvero passando.
Ma il cortocircuito può riguardare entrambi.
Anche dall’altra parte, in alcune giovani donne, la relazione con un uomo molto più adulto può rispondere non soltanto all’attrazione o al sentimento, ma anche alla ricerca di sicurezza, autorevolezza, protezione e stabilità.
Talvolta questo bisogno può intrecciarsi con storie personali nelle quali una figura paterna è stata assente, fragile, distante o poco capace di offrire un riferimento emotivo stabile.
Naturalmente questo non significa che ogni giovane donna che scelga un uomo più anziano stia cercando un padre. Sarebbe una semplificazione ingiusta.
Significa però riconoscere che, in alcune relazioni fortemente sbilanciate per età, possono incontrarsi due fragilità complementari: da una parte il bisogno di sentirsi ancora giovani, forti e indispensabili; dall’altra il bisogno di trovare sicurezza, conferma e protezione.
Ognuno sembra offrire all’altro esattamente ciò che gli manca.
Lui può sentirsi nuovamente forte, protettivo, necessario.
Lei può sentirsi protetta, rassicurata, sostenuta.
Ed è qui che il cane si morde la coda.
Più lui ha bisogno di sentirsi indispensabile, più può essere attratto da una relazione nella quale qualcuno abbia bisogno di lui.
Più lei cerca sicurezza in una figura forte, più può trovare rassicurante proprio quell’uomo che ha necessità di sentirsi tale.
E così può ricostruirsi spontaneamente proprio quel modello patriarcale che si vorrebbe recuperare culturalmente.
L’uomo più adulto, spesso anche economicamente o socialmente più forte, torna a essere protettore, riferimento, garante.
La donna più giovane trova sicurezza nell’affidamento.
Non un patriarcato imposto per legge o necessariamente dichiarato, ma un modello psicologicamente rassicurante proprio perché risponde alle fragilità di entrambi.
Ed è questo che dovrebbe interrogarci.
Se un modello relazionale ha bisogno della fragilità di lei per confermare la forza di lui, siamo davvero davanti alla riscoperta di un valore?
O siamo davanti a due vulnerabilità che hanno trovato il modo di sostenersi senza necessariamente risolversi?
Perché ciò che lenisce una ferita non necessariamente la cura.
Forse uno degli errori degli ultimi decenni è stato pensare che l’emancipazione femminile avrebbe automaticamente prodotto un nuovo equilibrio maschile.
Abbiamo lavorato molto — ed era necessario — sull’autonomia delle donne, sul loro corpo, sulla possibilità di riconoscere e verbalizzare il disagio, sulla legittimità di chiedere aiuto.
Molto meno abbiamo fatto sul versante maschile.
A molti uomini è stato insegnato per generazioni a non mostrare paura, a non raccontare l’insicurezza, a non dare un nome alla vulnerabilità.
La tristezza può diventare silenzio.
La paura può trasformarsi in rabbia.
L’insicurezza in bisogno di controllo.
La difficoltà di accettare il tempo che passa nella ricerca continua di conferme sulla propria giovinezza, desiderabilità, potenza.
Non perché gli uomini siano incapaci di emozioni profonde.
Ma perché troppo spesso non sono stati educati a riconoscerle, nominarle e attraversarle.
Le donne, anche attraverso il percorso di emancipazione degli ultimi decenni, hanno acquisito maggiore familiarità con il linguaggio delle emozioni, con il confronto e con la possibilità di chiedere aiuto.
Molti uomini stanno ancora imparando a farlo.
Ed è forse proprio qui che il manifesto di Futuro Nazionale diventa, involontariamente, interessante.
Perché dietro la rivendicazione dell’“uomo forte” intravedo una domanda molto più importante:
che cosa sta succedendo agli uomini?
Forse il problema non è che siano diventati troppo poco patriarcali.
Forse abbiamo lasciato molti uomini soli davanti alla trasformazione della loro identità.
La donna che hanno accanto non è più necessariamente economicamente dipendente. Può essere più istruita, avere successo, assumere responsabilità pubbliche, decidere, dissentire, mantenersi, andarsene.
E questo rappresenta una trasformazione enorme anche per il maschile.
Perché quando una donna può costruire autonomamente la propria vita, all’uomo viene posta una sfida molto più complessa di quella proposta dalla società tradizionale.
Non deve più essere necessario perché lei non può farne a meno.
Deve essere scelto.
Ed essere scelti da una persona libera è molto più impegnativo che essere indispensabili a una persona dipendente.
Ma è anche infinitamente più autentico.
È qui che, a mio avviso, il manifesto di Futuro Nazionale finisce per rivelare più di quanto probabilmente intendesse dire.
Perché il patriarcato proposto come risposta alla crisi del presente rischia di essere, in realtà, il manifesto stesso della crisi del maschile contemporaneo.
Una crisi che non va derisa.
Va compresa.
Il problema non è che gli uomini siano diventati meno uomini.
È che il vecchio modello non basta più e quello nuovo non è ancora stato costruito.
Restaurare simbolicamente il patriarcato può apparire rassicurante: restituisce all’uomo un posto, una funzione, una certezza.
Ma non necessariamente gli restituisce un’identità.
La risposta dovrebbe essere un’altra: aiutare gli uomini a costruire una forma nuova e più adulta di forza.
Una forza che non abbia bisogno di svalutare, dominare o rendersi indispensabile, ma sappia stare accanto a una persona libera senza viverne l’autonomia come una minaccia.
Naturalmente fragilità, narcisismo, controllo e paura dell’abbandono non appartengono a un solo sesso.
Ma sarebbe altrettanto poco serio negare che la rapidissima trasformazione del ruolo femminile abbia posto l’identità maschile davanti a un passaggio storico che non abbiamo ancora elaborato fino in fondo.
Ed è proprio per questo che considero sbagliato rispondere proponendo il recupero del patriarcato.
Non perché tutto ciò che appartiene alla tradizione debba essere cancellato.
Al contrario.
Abbiamo moltissimo da recuperare: il senso della responsabilità, il valore della parola data, la capacità di sacrificarsi per la propria famiglia, l’autorevolezza educativa dei genitori, il rispetto tra le generazioni, la consapevolezza che alla libertà corrispondono sempre dei doveri.
Sono valori nei quali il centrodestra può e deve riconoscersi.
Ma nessuno di essi richiede la subordinazione della donna.
Forse dovremmo recuperare qualcosa di ancora più antico del patriarcato: il buon senso.
E una concezione della persona che appartiene profondamente anche alla nostra tradizione cristiana.
La persona che amiamo non ci appartiene. Prendersi cura significa riconoscerne la libertà, non controllarla.
Anche davanti al dramma della violenza nelle relazioni, la risposta non può esaurirsi nell’insegnare all’uomo che debba “proteggere” la donna.
Occorre insegnare qualcosa di più difficile: il rispetto della libertà dell’altro, la capacità di accettare un rifiuto, di gestire rabbia e frustrazione, di attraversare l’invecchiamento, le proprie insicurezze e le proprie sconfitte senza scaricarle su chi ci vive accanto.
Persino la capacità di accettare la fine di una relazione senza viverla come l’annientamento della propria identità.
È qui che si misura la maturità affettiva.
Credo esista una strada diversa sia dalla restaurazione delle vecchie gerarchie sia dalla cancellazione delle differenze tra uomo e donna.
Una strada molto più semplice da enunciare e molto più difficile da praticare.
Quella del buon senso.
Riconoscere le differenze senza trasformarle in gerarchie.
Valorizzare la famiglia senza trasformarla in una struttura di potere.
Riconoscere finalmente che la famiglia non può continuare a poggiare sul lavoro invisibile e sulla forza silenziosa di una sola persona.
La cura deve essere responsabilità condivisa.
Da donna impegnata nelle istituzioni e appartenente al centrodestra penso che proprio il nostro mondo politico dovrebbe avere il coraggio di affrontare questa riflessione senza complessi.
Difendere la famiglia non significa difendere il patriarcato.
Difendere la differenza non significa difendere la subordinazione.
E difendere gli uomini non significa condannarli al ruolo di eternamente forti.
Significa riconoscere anche il loro diritto alla fragilità, alla crisi, alla paura, al cambiamento e alla richiesta di aiuto.
Il patriarcato non è la cura della crisi del maschile. È il rischio di trasformarne la nostalgia in un progetto politico.
Perché un’identità solida non ha bisogno che la società le restituisca una gerarchia nella quale occupare il posto più alto.
La maturità non consiste nel non avere fragilità.
Consiste nel saperle attraversare senza chiedere a chi ci sta accanto di diventare più piccolo per farci sentire più grandi.
Forse è questa la forza che oggi dovremmo tornare a insegnare.
Non il dominio sull’altro, ma il governo di sé.
Merita una riflessione politica, culturale e profondamente umana.
L’idea proposta è quella di “proteggere e non criminalizzare” il patriarcato mediterraneo, formando uomini forti, capaci di dominare emozioni e passioni e di proteggere le donne.
È un’impostazione che non mi convince.
E non mi convince da donna di centrodestra.
Credo nella famiglia, nella responsabilità personale, nel valore delle relazioni stabili, nella differenza tra uomo e donna e nella loro complementarità. Credo che la nostra società abbia bisogno di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità, mantenere gli impegni, educare i figli e costruire legami solidi.
Ma tutto questo non richiede alcun ritorno al patriarcato.
Richiede, semmai, maturità.
Perché uomini e donne non si dividono naturalmente tra forti e fragili. Tutti attraversiamo stagioni della vita nelle quali siamo capaci di sostenere e altre nelle quali abbiamo bisogno di essere sostenuti.
La relazione adulta nasce dalla reciprocità, non dalla gerarchia.
Proteggere la persona che si ama è naturale. Ci si protegge a vicenda nella malattia, nelle difficoltà, nelle fragilità e nelle prove della vita.
È molto diverso, però, trasformare questa reciprocità in un modello nel quale all’uomo venga assegnato stabilmente il ruolo del soggetto forte e alla donna quello di chi deve essere protetta.
Una donna adulta non ha bisogno di un tutore.
Ha bisogno di essere rispettata.
Ed è qui che sorge una prima domanda.
Di quale patriarcato abbiamo bisogno, se nella nostra società sopravvivono ancora molte delle conseguenze di una storia costruita per secoli intorno alla prevalenza maschile?
Non occorre farne una battaglia ideologica. Basta osservare la realtà con buon senso.
Per generazioni i figli hanno ricevuto automaticamente il cognome del padre e soltanto in tempi recenti il nostro ordinamento ha superato quella regola in nome della pari dignità dei genitori.
Nel mondo del lavoro le differenze non sono scomparse.
Le donne hanno mediamente redditi inferiori, incontrano maggiori difficoltà nell’accesso ad alcune posizioni apicali e continuano soprattutto a pagare un prezzo professionale più alto quando diventano madri.
La maternità può significare rallentare una carriera, ridurre l’orario di lavoro, rinunciare a opportunità professionali o, in alcuni casi, non rientrare affatto nel mercato del lavoro.
E non è difficile comprenderne le ragioni se si considera che, accanto alla crescita professionale, permane troppo spesso una distribuzione tutt’altro che equilibrata delle responsabilità familiari.
Sulle donne continua infatti a gravare una parte rilevante del lavoro di cura: figli, casa, genitori anziani, familiari fragili, organizzazione della quotidianità.
È un lavoro materiale ed emotivo spesso invisibile e dato per scontato, che raramente compare nei curricula o nelle buste paga, ma senza il quale una parte enorme della nostra società semplicemente non funzionerebbe.
La donna contemporanea, dunque, non è diventata autonoma perché qualcuno l’ha liberata dalle responsabilità tradizionali.
Molto spesso ha aggiunto nuove responsabilità alle precedenti.
Lavora e cura. Produce e accudisce. Costruisce la propria autonomia economica e continua frequentemente a rappresentare il punto di riferimento materiale ed emotivo della famiglia.
Per questo trovo singolare proporre oggi un modello nel quale sia ancora l’uomo a dover essere definito attraverso la forza e la donna attraverso il bisogno di protezione.
Ed è qui che la domanda diventa politica.
Che cosa vuole realmente comunicare Futuro Nazionale quando parla di “patriarcato mediterraneo”?
Se vuole dire che abbiamo bisogno di uomini responsabili, presenti, capaci di prendersi cura della famiglia, di mantenere la parola data, di sostenere i figli e la persona che hanno accanto, sono valori nei quali mi riconosco.
Ma perché chiamarli patriarcato?
La responsabilità non è maschile.
La fedeltà non è maschile.
La capacità di sacrificarsi non è maschile.
E la cura non è femminile.
Sono qualità della persona adulta.
Se invece dietro quella parola c’è la nostalgia di un ordine nel quale l’uomo torna naturalmente a occupare il ruolo del forte, del protettore e del punto di riferimento, mentre alla donna viene implicitamente assegnata una posizione di maggiore fragilità, allora la questione cambia.
E forse rivela qualcosa di più interessante della semplice nostalgia della tradizione.
Rivela il bisogno di rassicurare un’identità maschile che sta attraversando una trasformazione profonda.
Non è irrilevante, sotto questo profilo, che la figura di riferimento di Futuro Nazionale sia un generale.
Non è un argomento contro Roberto Vannacci né un giudizio sulla sua persona. La sua storia professionale appartiene però a un mondo nel quale forza, disciplina, comando, gerarchia e protezione hanno un significato preciso e necessario.
La famiglia, però, non è una caserma.
E una relazione affettiva non è una catena di comando.
Nell’amore non esistono gradi.
Esistono due adulti che, nelle diverse stagioni dell’esistenza, possono alternativamente sostenere ed essere sostenuti.
La vera domanda allora non è se dobbiamo recuperare il patriarcato.
È un’altra:
che cosa significa essere uomini in una società nella quale le donne non hanno più bisogno di essere subordinate per costruire la propria vita?
Nella mia attività professionale mi confronto da molti anni con famiglie, separazioni e conflitti coniugali.
È un osservatorio particolare, perché incontra le relazioni soprattutto quando entrano in crisi, ma proprio per questo consente di cogliere alcune dinamiche ricorrenti.
Una riguarda la difficoltà di alcune persone nel vivere accanto a un partner autonomo, strutturato, capace di scegliere e di assumersi responsabilità.
Può accadere che chi si è sempre percepito come il soggetto forte della coppia viva con disagio la maturità, l’indipendenza o la profondità della donna che ha accanto.
Ciò che dovrebbe essere una ricchezza può trasformarsi, nella percezione dell’altro, in una minaccia.
E possono comparire svalutazione, competizione, bisogno di riaffermare il proprio ruolo e necessità di sentirsi indispensabili.
Ma questa dinamica, a mio avviso, non può essere compresa fino in fondo senza guardare a un fenomeno più ampio.
Non vogliamo più invecchiare.
È un fenomeno che riguarda uomini e donne.
Viviamo in una società che rincorre la giovinezza, fatica ad accettare il corpo che cambia e affida sempre più spesso alla medicina e alla chirurgia estetica il compito, almeno simbolico, di convincerci che il tempo possa essere rallentato.
Non c’è nulla di sbagliato nel prendersi cura di sé.
Il problema nasce quando la cura diventa rifiuto del limite.
Quando invecchiare viene percepito come perdita di valore, di desiderabilità, di potere.
Per l’uomo questa trasformazione può intrecciarsi con una questione ancora più complessa.
Alla paura universale del tempo che passa si può aggiungere quella di perdere un ruolo che per secoli gli è stato socialmente garantito.
Non è più necessariamente il principale percettore di reddito.
Non è più indispensabile economicamente.
La donna che ha accanto può essere autonoma, più istruita, professionalmente affermata, capace di assumere decisioni e responsabilità senza dipendere da lui.
E così alla domanda universale — “sto invecchiando?” — può aggiungersene un’altra, profondamente identitaria:
“A che cosa servo, se non ho più bisogno di essere il più forte?”
Ed è da qui che si apre una questione della quale credo si parli ancora troppo poco.
Diversi uomini incontrati nella mia attività professionale mi hanno fatto osservare quanto si parli, giustamente, della menopausa e delle trasformazioni che essa comporta nella vita di una donna, mentre assai meno spazio venga dedicato a quella che comunemente definiamo “andropausa” e, più in generale, ai cambiamenti fisici, emotivi, identitari ed esistenziali che possono accompagnare la mezza età maschile.
Più di un uomo mi ha raccontato di essersi trovato improvvisamente in una fase nella quale nulla sembrava avere più lo stesso significato: il lavoro, il matrimonio, il corpo, il rapporto con il tempo, i figli ormai cresciuti, ciò che era stato costruito.
Alcuni hanno stravolto la propria vita prima ancora di comprendere fino in fondo che cosa stessero cercando.
È un dato umano che merita ascolto, non scherno.
Perché prima o poi tutti dobbiamo fare i conti con il limite, con il corpo che cambia, con ciò che abbiamo realizzato e con ciò che non realizzeremo, con i figli che diventano adulti e con i genitori che invecchiano.
E con una domanda alla quale successo, denaro, status o una nuova relazione non possono necessariamente rispondere:
chi sono davvero, quando tolgo ciò che possiedo, il ruolo che ricopro e l’immagine che gli altri hanno di me?
È una domanda esistenziale.
E, per chi crede, anche spirituale.
È proprio dentro questo passaggio che alcune relazioni con una forte differenza di età possono assumere un significato particolare.
Naturalmente la distanza anagrafica, da sola, non dice nulla sulla qualità di una relazione e non autorizza giudizi sulla vita degli altri. Esistono rapporti autentici e profondi tra persone di età molto diversa.
Ma quando quella distanza diventa funzionale al bisogno di sentirsi nuovamente giovani, desiderabili, potenti o indispensabili, il discorso cambia.
In alcune fasi della vita può essere molto seducente incontrare qualcuno molto più giovane che restituisce uno sguardo ammirato, sembra cancellare il tempo trascorso e fa percepire ancora centrali, necessari, desiderati.
È una carezza potentissima per l’ego.
E può diventare, inconsapevolmente, parte della stessa rincorsa alla giovinezza: non soltanto desiderare l’altro, ma cercare nello sguardo dell’altro la conferma che il tempo non stia davvero passando.
Ma il cortocircuito può riguardare entrambi.
Anche dall’altra parte, in alcune giovani donne, la relazione con un uomo molto più adulto può rispondere non soltanto all’attrazione o al sentimento, ma anche alla ricerca di sicurezza, autorevolezza, protezione e stabilità.
Talvolta questo bisogno può intrecciarsi con storie personali nelle quali una figura paterna è stata assente, fragile, distante o poco capace di offrire un riferimento emotivo stabile.
Naturalmente questo non significa che ogni giovane donna che scelga un uomo più anziano stia cercando un padre. Sarebbe una semplificazione ingiusta.
Significa però riconoscere che, in alcune relazioni fortemente sbilanciate per età, possono incontrarsi due fragilità complementari: da una parte il bisogno di sentirsi ancora giovani, forti e indispensabili; dall’altra il bisogno di trovare sicurezza, conferma e protezione.
Ognuno sembra offrire all’altro esattamente ciò che gli manca.
Lui può sentirsi nuovamente forte, protettivo, necessario.
Lei può sentirsi protetta, rassicurata, sostenuta.
Ed è qui che il cane si morde la coda.
Più lui ha bisogno di sentirsi indispensabile, più può essere attratto da una relazione nella quale qualcuno abbia bisogno di lui.
Più lei cerca sicurezza in una figura forte, più può trovare rassicurante proprio quell’uomo che ha necessità di sentirsi tale.
E così può ricostruirsi spontaneamente proprio quel modello patriarcale che si vorrebbe recuperare culturalmente.
L’uomo più adulto, spesso anche economicamente o socialmente più forte, torna a essere protettore, riferimento, garante.
La donna più giovane trova sicurezza nell’affidamento.
Non un patriarcato imposto per legge o necessariamente dichiarato, ma un modello psicologicamente rassicurante proprio perché risponde alle fragilità di entrambi.
Ed è questo che dovrebbe interrogarci.
Se un modello relazionale ha bisogno della fragilità di lei per confermare la forza di lui, siamo davvero davanti alla riscoperta di un valore?
O siamo davanti a due vulnerabilità che hanno trovato il modo di sostenersi senza necessariamente risolversi?
Perché ciò che lenisce una ferita non necessariamente la cura.
Forse uno degli errori degli ultimi decenni è stato pensare che l’emancipazione femminile avrebbe automaticamente prodotto un nuovo equilibrio maschile.
Abbiamo lavorato molto — ed era necessario — sull’autonomia delle donne, sul loro corpo, sulla possibilità di riconoscere e verbalizzare il disagio, sulla legittimità di chiedere aiuto.
Molto meno abbiamo fatto sul versante maschile.
A molti uomini è stato insegnato per generazioni a non mostrare paura, a non raccontare l’insicurezza, a non dare un nome alla vulnerabilità.
La tristezza può diventare silenzio.
La paura può trasformarsi in rabbia.
L’insicurezza in bisogno di controllo.
La difficoltà di accettare il tempo che passa nella ricerca continua di conferme sulla propria giovinezza, desiderabilità, potenza.
Non perché gli uomini siano incapaci di emozioni profonde.
Ma perché troppo spesso non sono stati educati a riconoscerle, nominarle e attraversarle.
Le donne, anche attraverso il percorso di emancipazione degli ultimi decenni, hanno acquisito maggiore familiarità con il linguaggio delle emozioni, con il confronto e con la possibilità di chiedere aiuto.
Molti uomini stanno ancora imparando a farlo.
Ed è forse proprio qui che il manifesto di Futuro Nazionale diventa, involontariamente, interessante.
Perché dietro la rivendicazione dell’“uomo forte” intravedo una domanda molto più importante:
che cosa sta succedendo agli uomini?
Forse il problema non è che siano diventati troppo poco patriarcali.
Forse abbiamo lasciato molti uomini soli davanti alla trasformazione della loro identità.
La donna che hanno accanto non è più necessariamente economicamente dipendente. Può essere più istruita, avere successo, assumere responsabilità pubbliche, decidere, dissentire, mantenersi, andarsene.
E questo rappresenta una trasformazione enorme anche per il maschile.
Perché quando una donna può costruire autonomamente la propria vita, all’uomo viene posta una sfida molto più complessa di quella proposta dalla società tradizionale.
Non deve più essere necessario perché lei non può farne a meno.
Deve essere scelto.
Ed essere scelti da una persona libera è molto più impegnativo che essere indispensabili a una persona dipendente.
Ma è anche infinitamente più autentico.
È qui che, a mio avviso, il manifesto di Futuro Nazionale finisce per rivelare più di quanto probabilmente intendesse dire.
Perché il patriarcato proposto come risposta alla crisi del presente rischia di essere, in realtà, il manifesto stesso della crisi del maschile contemporaneo.
Una crisi che non va derisa.
Va compresa.
Il problema non è che gli uomini siano diventati meno uomini.
È che il vecchio modello non basta più e quello nuovo non è ancora stato costruito.
Restaurare simbolicamente il patriarcato può apparire rassicurante: restituisce all’uomo un posto, una funzione, una certezza.
Ma non necessariamente gli restituisce un’identità.
La risposta dovrebbe essere un’altra: aiutare gli uomini a costruire una forma nuova e più adulta di forza.
Una forza che non abbia bisogno di svalutare, dominare o rendersi indispensabile, ma sappia stare accanto a una persona libera senza viverne l’autonomia come una minaccia.
Naturalmente fragilità, narcisismo, controllo e paura dell’abbandono non appartengono a un solo sesso.
Ma sarebbe altrettanto poco serio negare che la rapidissima trasformazione del ruolo femminile abbia posto l’identità maschile davanti a un passaggio storico che non abbiamo ancora elaborato fino in fondo.
Ed è proprio per questo che considero sbagliato rispondere proponendo il recupero del patriarcato.
Non perché tutto ciò che appartiene alla tradizione debba essere cancellato.
Al contrario.
Abbiamo moltissimo da recuperare: il senso della responsabilità, il valore della parola data, la capacità di sacrificarsi per la propria famiglia, l’autorevolezza educativa dei genitori, il rispetto tra le generazioni, la consapevolezza che alla libertà corrispondono sempre dei doveri.
Sono valori nei quali il centrodestra può e deve riconoscersi.
Ma nessuno di essi richiede la subordinazione della donna.
Forse dovremmo recuperare qualcosa di ancora più antico del patriarcato: il buon senso.
E una concezione della persona che appartiene profondamente anche alla nostra tradizione cristiana.
La persona che amiamo non ci appartiene. Prendersi cura significa riconoscerne la libertà, non controllarla.
Anche davanti al dramma della violenza nelle relazioni, la risposta non può esaurirsi nell’insegnare all’uomo che debba “proteggere” la donna.
Occorre insegnare qualcosa di più difficile: il rispetto della libertà dell’altro, la capacità di accettare un rifiuto, di gestire rabbia e frustrazione, di attraversare l’invecchiamento, le proprie insicurezze e le proprie sconfitte senza scaricarle su chi ci vive accanto.
Persino la capacità di accettare la fine di una relazione senza viverla come l’annientamento della propria identità.
È qui che si misura la maturità affettiva.
Credo esista una strada diversa sia dalla restaurazione delle vecchie gerarchie sia dalla cancellazione delle differenze tra uomo e donna.
Una strada molto più semplice da enunciare e molto più difficile da praticare.
Quella del buon senso.
Riconoscere le differenze senza trasformarle in gerarchie.
Valorizzare la famiglia senza trasformarla in una struttura di potere.
Riconoscere finalmente che la famiglia non può continuare a poggiare sul lavoro invisibile e sulla forza silenziosa di una sola persona.
La cura deve essere responsabilità condivisa.
Da donna impegnata nelle istituzioni e appartenente al centrodestra penso che proprio il nostro mondo politico dovrebbe avere il coraggio di affrontare questa riflessione senza complessi.
Difendere la famiglia non significa difendere il patriarcato.
Difendere la differenza non significa difendere la subordinazione.
E difendere gli uomini non significa condannarli al ruolo di eternamente forti.
Significa riconoscere anche il loro diritto alla fragilità, alla crisi, alla paura, al cambiamento e alla richiesta di aiuto.
Il patriarcato non è la cura della crisi del maschile. È il rischio di trasformarne la nostalgia in un progetto politico.
Perché un’identità solida non ha bisogno che la società le restituisca una gerarchia nella quale occupare il posto più alto.
La maturità non consiste nel non avere fragilità.
Consiste nel saperle attraversare senza chiedere a chi ci sta accanto di diventare più piccolo per farci sentire più grandi.
Forse è questa la forza che oggi dovremmo tornare a insegnare.
Non il dominio sull’altro, ma il governo di sé.
Loredana Colella




















