Tracce Libere/2: tre maestre femministe ed il progetto "Adesso siamo pari", per pratiche didattiche inclusive

Martina Chiaramonte, Lisa Parrella, Ida Zagato
Track #2 – Talkin’ Bout a Revolution – Tracy Chapman


Un chirurgo e suo figlio salgono in macchina. Fanno un incidente grave: il padre purtroppo muore, il figlio invece è in condizioni serie e viene portato d'urgenza in ospedale per essere operato. In sala operatoria, il chirurgo guarda il ragazzo e dice: "Non posso operarlo, è mio figlio". Com'è possibile?

A porci questo indovinello è Martina Chiaramonte, una delle fondatrici del progetto Adesso Siamo Pari, nato dall'impegno di tre maestre della scuola primaria: la stessa Martina, Ida Zagato e Lisa Parrella. Siamo tutte a casa di Lisa, sedute intorno a quello che per loro è da sempre un tavolo speciale: qui, fin dai tempi dell'università, si ritrovavano a parlare di educazione, femminismo, cultura e futuro, per capire davanti a un caffè che tipo di insegnanti sarebbero volute diventare. Oggi a quel tavolo ci sediamo anche noi, e sulle prime restiamo spiazzate da quel quesito che sembra non avere via d'uscita. Ma ci arriveremo.

"Ricordo che durante la prima lezione di Sociologia dell'Educazione la professoressa ci guardò negli occhi e disse: voi siete qui perché siete donne e figlie di operai. Io, da donna e orgogliosa figlia di operai, mi arrabbiai" racconta Ida, quando le chiediamo dei primi anni di università. Presto, però, capì che quel commento era una provocazione. E aveva un nome preciso: effetto Pigmalione, il fenomeno per cui le aspettative che la società proietta su una persona (come l'idea che le donne siano naturalmente portate per la cura e le materie umanistiche) finiscono per trasformarsi in una profezia che si autoavvera.
Non è un caso, del resto, che oggi il corpo docente italiano sia composto per l'81% da donne. Ma per loro tre quella che sulla carta sembrava una professione predestinata è diventata una vocazione: da abbracciare, sì, ma anche da mettere in discussione e reinventare.
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È alla facoltà di Scienze della Formazione, dove tutte e tre si iscrivono nel 2016, che questa voglia di cambiare le cose trova il primo terreno di prova. I libri di testo e le indicazioni teoriche non bastano, però, a colmare la loro fame di confronto, di domande, di risposte che non vogliono lasciare in sospeso. Così, fuori dall'orario delle lezioni, iniziano a organizzare veri e propri gruppi di autocoscienza, in cui discutere di cosa significhi essere donne, essere giovani donne, essere giovani donne che insegnano. Non cercano necessariamente delle risposte, ma sanno quanto conti porsi le domande giuste.

“Essere femministe in un sistema capitalista e iper-consumista equivale all’essere insegnanti femministe che credono nell’emancipazione di bambini e bambine dentro un sistema scolastico ancora molto tradizionale e faticoso” spiega Martina, sottolineando come un approccio educante di valore nasca proprio da qui: dall'urgenza di farsi domande e dalla capacità di cercare le risposte con i bambini e le bambine, e non per loro.
“Quando introduci in classe progetti sulle disparità di genere c'è sempre la paura che si portino già delle idee a priori. Io ho sempre provato a fare il contrario: guidare i miei alunni e alunne nell'osservare immagini, leggere testi e poi ragionare insieme su ciò che avevano colto. Per esempio, gli mostravo libri di testo con immagini di giocattoli e gli chiedevo quali fossero, secondo loro, da bambini e quali da bambine. Era curioso notare che la bicicletta veniva associata sia ai bambini che alle bambine. Finché non era rosa. A quel punto, la risposta cambiava".
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Da quei momenti di autoconsapevolezza nasce presto il desiderio di allargare il confronto ad altre e altri insegnanti. Le tre tazze di caffè che avevano accompagnato le loro chiacchierate diventano così il logo del progetto Adesso Siamo Pari: un canale social nato nel 2021 per raccontare pratiche didattiche inclusive, pensato da insegnanti per insegnanti. Da lì partono i primi post di sensibilizzazione, le conferenze, i baratti femministi per "scambiarsi vestiti, libri, ma anche idee".

Quella determinazione non le ha più lasciate, e si sente ancora oggi nell'entusiasmo con cui – a oltre cinque anni di distanza, ormai ognuna con una carriera avviata e le sue classi di "piccoli uomini e donne" – ripercorrono i primi passi del progetto: l'emozione di fare qualcosa di importante, la paura di non essere all'altezza, ma anche l’urgenza di questo dialogo collettivo.
"Una volta, in classe, abbiamo proposto un esercizio in cui si chiedeva a bambini e bambine di disegnarsi del sesso opposto" racconta Lisa, spiegando che l'attività faceva parte della sua tesi di laurea. "Un bambino, e altri dopo di lui, si sono rifiutati di disegnarsi femmine: lo vivevano come qualcosa di degradante. Alcuni hanno addirittura pianto. Uno alla fine ha accettato, ma si è disegnato con la bocca all'ingiù. Solo più avanti abbiamo scoperto che il suo colore preferito era il rosa, ma non voleva ammetterlo".

Eppure i più piccoli e le più piccole non nascono già con questi stereotipi in testa: a introdurli e rinforzarli sono spesso gli adulti, non sempre di proposito, quanto per una disattenzione che affonda le radici nel retaggio culturale, nell'età, nel modo in cui loro stessi sono cresciuti. E nemmeno chi insegna ne è del tutto immune. "Ho ritrovato da poco la mia pagella delle scuole primarie: c'è scritto 'brava anche se seguita dal papà'" sorride Ida, ancora incredula.

Non è un caso che tutte e tre concordino sul fatto che l’alleanza genitori-insegnanti sia il vero motore del cambiamento quando parliamo educazione scolastica. Sia in generale, sia per temi più delicati come l’educazione sessuo-affettiva.
“Sensibilizzare i più piccoli e le più piccole su questi argomenti non significa entrare in classe ed annunciare che esistono uomini che stuprano e uccidono le donne. Significa banalmente introdurre il concetto di consenso. Un esempio concreto? Insegnargli a chiedere sempre il permesso prima di abbracciare un compagno o una compagna”.

Se temi come il rispetto, il consenso, la capacità di accogliere un rifiuto restano quasi sempre trattati con estrema vaghezza, le Nuove Indicazioni Nazionali introdotte dal Ministero a dicembre 2025, riservano invece molto più spazio ad alcune discipline, come la storia – che finisce però per assumere uno sguardo sempre più occidente-centrico. "Le Indicazioni del 2012, quelle su cui ci siamo formate noi, erano più aderenti all'idea che l'apprendimento passi prima di tutto dall'esperienza diretta" spiega Martina. "Oggi, per alcune, sono previste indicazioni con contenuti più nozionistici e sterili. Tra gli argomenti richiesti per le classi seconde ci sono il Risorgimento, le Cinque Giornate di Milano, i Martiri di Belfiore. Sembrano indicazioni da scuola media, non da primaria".

Al contrario, quello che Martina, Lisa e Ida vorrebbero che restasse ai loro alunni e alunne, dopo cinque anni passati insieme, non è una data storica, una formula matematica o una nozione di letteratura. "Vorremmo che fossero liberi e libere di essere ciò che sono. Sembra una banalità, ma non lo è affatto: poter essere davvero chi sei, nella tua persona. Persone, non bambini o bambine, non uomini o donne. Persone, punto".
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Oggi questa libertà di essere – e, soprattutto, validazione dell’essere – passa da dettagli che solo in apparenza sono piccoli: l'assenza del maschile sovraesteso, l'attenzione ai ruoli e compiti assegnati in classe, la scelta di comunicare ai bambini che possono essere esempi di cura senza sentirsi meno maschi e alle bambine che possono arrabbiarsi e usare la propria voce senza sentirsi meno appropriate.

Non è difficile pensare che a quell'indovinello iniziale gli alunni e le alunne delle tre insegnanti avrebbero saputo rispondere meglio di noi: in quella frase non c'era nulla di strano o sbagliato, perché il chirurgo della storia era la madre del ragazzo.
“Ciò che sembra solo forma finisce per diventare contenuto: immaginiamo il chirurgo come uomo anche perché questa è stata a lungo la rappresentazione più comune” spiegano le docenti. “Nel quesito iniziale c’è quindi anche un errore grammaticale: ‘chirurga’ esiste ma non viene quasi mai usato. Come direbbe Vera Gheno, le parole si usano quando servono, non perché suonano bene”.

Un giorno, quando Ida è stata sostituita da una supplente, questa è entrata in classe con un sonoro "buongiorno bambini". Una bambina ha subito alzato la mano, curiosa: "Perché non saluta anche le bambine della classe?".
Forse noi abbiamo ancora molto da imparare su cosa significhi davvero fare didattica inclusiva, ma loro, su quei banchi, lo sanno già senza nemmeno rendersene conto.

Continua/3
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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